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La Marsica Durante Il Fascismo E Le Guerre Mondiali (Sette Anni Sette Mesi E Sette Giorni)

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Diodato Buffone, tra le battaglie del fronte e i ricordi di casa, un giovane soldato marsicano racconta sette anni di guerra e nostalgia.

Diodato Buffone, caporal maggiore nato nel 1917, fu chiamato alle armi il 1° settembre 1938 per il servizio militare, senza sapere che la sua vita sarebbe cambiata radicalmente per ben sette anni. Pastore e contadino di Balsorano, inizialmente soffrì per la mancanza dei prodotti genuini della sua terra. Dopo la chiamata, venne assegnato al 116° Rgt. Fanteria della Divisione Marmarica e partì da Chieti alla volta di Derna in Libia, dove arrivò il 13 settembre 1938. Il viaggio per mare si rivelò pesante e nostalgico per un giovane abituato ai pascoli delle sue montagne.

Trasferito a Tobruk, affrontò dure fasi di addestramento e, il 30 ottobre 1938, venne promosso fante scelto. La vita in questa cittadina arida era complessa, e la sua razione d’acqua era limitata. Dopo una breve licenza a causa della malattia del padre, tornò a Tobruk, dove dichiara di aver visto svanire i suoi sogni di tornare a casa quando, il 10 giugno 1940, ebbe inizio la guerra. L’avanzata dell’esercito italiano inizialmente portò speranze, ma dopo un mese furono costretti a una lunga attesa di rinforzi, senza viveri e acqua a sufficienza.

L’8 gennaio 1941, durante un assedio a Bardia, Diodato fu fatto prigioniero. Il trasferimento in un campo di concentramento ad Alessandria d’Egitto segnò l’inizio di un lungo travaglio. Trascorse mesi di miseria, finché, il 10 luglio 1941, a bordo di una nave militare, iniziò un viaggio verso l’ignoto che li portò a vivere tragiche esperienze, costretti a stare ammassati senza cibo né acqua. Dopo un pellegrinaggio attraverso l’Africa, giunse infine a Liverpool il 7 settembre 1941, dopo ben 57 giorni in mare.

In Inghilterra, Diodato visse nel campo di concentramento n.29, dove lavorò nei campi e incontrò diversi compaesani. La vita quotidiana gli permise di riassaporare la cucina italiana, mentre il padrone di casa mostrava comprensione verso i prigionieri, preferendo chiamarli “italiani”. La guerra finì il 5 maggio 1945, ma il rimpatrio non avvenne fino al 28 marzo 1946, quando tornò finalmente in Italia, a Balsorano, il 7 aprile 1946. Tra ricordi di sofferenze e la gioia del ritorno, Diodato racconta come, dopo anni di vita militare e di prigionia, finalmente riuscisse a riadattarsi alla vita civile.

Tratto da: Giovanni Tordone.

Allorché Diodato Buffone, classe 1917, caporal maggiore, il 1 settembre 1938 fu chiamato alle armi per compiere il servizio militare di leva, tutto poteva supporre meno che avrebbe dovuto indossare il grigioverde per sette anni, sette mesi e sette giorni esatti. Egli non aveva compiuto ancora ventuno anni e svolgeva l’attività di pastore e contadino. Diodato era cresciuto nell’abbondanza delle famiglie agresti dell’epoca e all’inizio della naia risentì molto della mancanza dei prodotti genuini della sua terra. Man mano, non solo fece l’abitudine al rancio militare, ma si assuefece anche ai lunghi digiuni del fronte di guerra e della prima fase della prigionia. Ascoltiamo il suo racconto.

“Dal Distretto militare di Sulmona fui chiamato per il servizio di leva il 1 settembre 1938 ed assegnato al 116° Rgt. Fanteria Divisione Marmarica del 21° Corpo d’Armata per l’Africa Settentrionale (Libia). Il 9 settembre partii da Chieti per Napoli ed il giorno seguente fui imbarcato sul piroscafo Lombardia diretto a Derna, dove arrivai il 13 settembre 1938. I cinque giorni di navigazione furono di una tristezza tremenda. Abituato all’aria aperta della zona di Vigna Ceraso, detta Paneccacio, mi sentivo soffocare anche quando mi era permesso di salire in coperta. Sentivo nostalgia delle mie montagne, delle grandi distese dei pascoli, della mia famiglia e dei parenti, del mio paese e degli amici. Quel mare azzurro ed infinito non mi diceva proprio nulla. E non ero che all’inizio.

Dopo qualche giorno di stanza a Derna venni trasferito a Tobruk. Mi imposi una certa rassegnazione, partecipai alle fasi di addestramento, molto dure, ed incominciai a prendere dimestichezza anche con la sabbia del deserto. Il 30 ottobre 1938 fui nominato fante scelto e promosso caporale il 18 gennaio 1939. I mesi trascorrevano lenti e la sera, rientrati dalle istruzioni, si andava a dormire con tale stanchezza che non si aveva nemmeno la possibilità di pensare al paese ed alla famiglia. Dovevo fare diciotto mesi di naia ed invidiavo quelli che il servizio di leva lo stavano svolgendo in Italia. A Tobruk tutto era arido, piatto e desolante. A volte mi procuravo un po’ di sollievo osservando le tartarughe che circolavano indisturbate in ogni dove.

Il 1 luglio 1939 fui promosso caporal maggiore e la cosa mi risollevò molto di morale. Ora partecipavo all’addestramento con più soddisfazione perché non ero più sottoposto agli umilianti compiti assegnati alle reclute. In questa cittadina si stava male poiché non esisteva l’acqua potabile. La razione, costituita da un gavettino al giorno, era di acqua portata dalla Sicilia con le navi cisterna. Tobruk era un luogo prettamente militare; si incontravano pochissimi civili, soprattutto arabi, aveva un bel porto ed una bella spiaggia nella quale, due volte a settimana, andavamo a fare il bagno.

La sera del 19 febbraio 1940 fui chiamato al comando del Reggimento e l’aiutante maggiore mi comunicò che dovevo andare in licenza per dieci giorni. Io, contrariato, gli risposi: “Essendo quasi alla fine del servizio di leva, non mi spetta un mese?”. E lui: “Vai a casa per dieci giorni perché tuo padre sta male; è arrivato un telegramma dai carabinieri di Balsorano!”. Quelle parole mi ferirono profondamente, e fui assalito da una profonda tristezza. Pensai subito a male. Partii l’indomani con un autobus ed il giorno seguente, a Derna, fui imbarcato sulla nave postale Città di Trieste diretta a Siracusa, dove sbarcai il 23 febbraio 1940.

Il giorno dopo stavo a casa. Quei quattro giorni di viaggio mi parvero lunghi quattro secoli. Dovevo essere contento perché dopo un anno e mezzo ero tornato a casa ed invece, con il pensiero fisso a mio padre, ero attanagliato da un’accorata afflizione. All’arrivo alla stazione ferroviaria di Balsorano, c’era mia madre ad aspettarmi. La poveretta, avendo avuto un telegramma sul mio ritorno, per due giorni si era recata puntualmente alla stazione ad ogni arrivo di tutti i treni provenienti da Roccasecca. Abbracciati e con le lacrime agli occhi di infinita felicità, io le chiesi di mio padre e lei mi rassicurò: “Si era trattato di un lieve malore ed ora stava meglio.”

Nonostante fosse ancora inverno, il paese mi si presentò come il luogo più accogliente del mondo. La neve imbiancava le montagne circostanti fino alla parte pedemontana ed il sole splendeva in alto nell’azzurro infinito del cielo. Respiravo a pieni polmoni e, quasi correndo, raggiungemmo casa mia. Venni subissato da mille domande. Allorché riassaggiai la cucina di mia madre e dormii nel mio letto, mi chiedevo se non stessi sognando. Contavo con trepidazione le ore che mi rimanevano da trascorrere con i miei ed allorché dovetti ripartire fui assalito da tanta tristezza e nemmeno potevo illudermi che i restanti giorni di naia stessero per terminare.

Infatti, in previsione della guerra imminente, qualche giorno prima di partire c’era stata una disposizione di trattenimento alle armi. Dopo diverso tempo di permanenza a Tobruk, il mio reparto fu trasferito oltre Porto Bardia e lì ci colse la dichiarazione di guerra: era il 10 giugno 1940. In tal modo svanirono i miei sogni di tornare a casa. La notte vennero gli aerei inglesi a bombardare le nostre posizioni e queste incursioni si ripeterono spesso. Dopo circa un mese incominciammo ad avanzare e in pochissimo tempo conquistammo Sidi el Barrani e Marsa Matruh.

Pur se in mezzo a sofferenze di ogni genere eravamo contenti perché speravamo che la guerra potesse terminare entro breve termine. Ed invece così non fu. Gli inglesi, evidentemente, si erano fortificati e noi rimanemmo fermi per tre mesi in attesa dei rinforzi i quali, purtroppo, non arrivarono. Oltre ad altre unità da combattimento non arrivarono nemmeno le munizioni, i carburanti ed il vitto; incominciammo a patire la fame e la sete. Poi venne l’ordine della ritirata ed in due giorni arretrammo fino a Bardia, dove ci ritravammo circondati.

Mentre eravamo assediati a Bardia e prima della cattura, mi venne a trovare Nazareno Rossi, detto Cireglio, il quale era con la Divisione Camicie Nere “21 Aprile”. Parlammo di tante cose, del nostro paese e mi disse che lì c’era anche il maestro Campana, maggiore della milizia, al quale poi ritenni doveroso fargli una visita essendo stato mio maestro alle elementari. Venne a trovarmi anche Alvise Pea (Bettelino), appartenente alla Compagnia Chimica, la quale non aveva partecipato all’avanzata. Alvise mi invitò a cena e trascorremmo una serata tranquilla ed anche serena perché parlammo del nostro paese, della guerra e di altre cose.

All’alba del 3 gennaio 1941 fummo fatti prigionieri. Dalla parte del mare vedemmo molte navi inglesi e da quella del deserto apparvero i carri armati nemici. Incominciarono ad arrivare le prime cannonate ma non vi fu nessun combattimento perché il nostro comando ordinò subito di esporre la bandiera bianca. Si arresero, in definitiva, anche gli altri battaglioni che componevano il reggimento. Dagli inglesi fummo radunati in un avvallamento poco distante dal nostro accampamento e mentre eravamo lì ammassati, le navi o i carri armati continuarono a sparare su di noi. Vi furono molti morti e feriti e fu fortunato chi si salvò, tra i quali me stesso, ringraziando Iddio.

Dopo la cattura, gli inglesi ci inquadrarono e ci condussero a piedi fino al porto di Sollum. La sera ci fecero salire su una nave militare e la notte tra il 5 e 6 gennaio sbarcammo nel porto di Alessandria d’Egitto. Fu un viaggio tremendo e sconvolgente. Non ci diedero né cibo né acqua e lì dentro eravamo stipati come sardine e guardati a vista dai soldati inglesi. Ad Alessandria siamo stati tre giorni in un campo di concentramento durante i quali ci fecero assaggiare un po’ di cibo, poi ci condussero nel campo n. 307, alla gabbia n. 17. Qui, nel fare la spesa alla sussistenza, mi salutai con il compaesano Angelo Venditti, detto Angelitto Bardece, il quale era rinchiuso nella gabbia n. 13, poco distante dalla mia. Anche lui, appartenente alla milizia, era stato fatto prigioniero.

Nel campo n307, le sofferenze, le tribolazioni e i tormenti ci accompagnarono per sette mesi. Poi, il 10 luglio 1941, fummo imbarcati, a Suez, su una nave e nessuno di noi sapeva dove ci stavano portando. Questo era un vecchio bastimento da trasporto adattato allo spostamento dei militari. Durante il tragitto la sirena d’allarme suonava quasi tutti i giorni. Per ogni gruppo di cinquanta prigionieri era stata assegnata una scialuppa di salvataggio e ad ogni allarme bisognava indossare il salvagente e stare vicino alla scialuppa.

Il viaggio, come tutti i viaggi in mare del tempo di guerra, ebbe inizio la sera dopo il crepuscolo. Quel percorso verso l’ignoto nei primi giorni ci tenne svegli ed irrequieti. Dopo i tanti tormenti, i pericoli e le privazioni del fronte di guerra e della prima prigionia, tutti aspiravamo in un futuro migliore, ma gli stenti di quel viaggio, così vivi e palesi, non ci concedevano speranze. Dormivamo su dei teli appesi al soffitto, i quali dondolavano in continuazione con gli ondeggiamenti della nave. La sete ci tormentava giorno dopo giorno. La distesa di mare azzurro, che all’orizzonte si confondeva con l’azzurro del cielo, all’inizio ci parve gradevole alla vista, ma in seguito ci abbagliava gli occhi, ci toglieva la vista.

Qualche volta la nave si approssimava alla costa, ma presto si riallontanava nel mare aperto. Le giornate le trascorrevamo a poppa coricati sul pavimento con la ciambella di salvataggio sotto il capo. Si parlava di tutto per ammazzare il tempo e facendo mille supposizioni sul nostro destino. Molti imprecavano contro la sorte avversa. A volte non si aveva voglia nemmeno di parlare, di pensare e si rimaneva assenti, fissando un punto lontano dell’orizzonte. Dove eravamo diretti? Tante erano le immaginazioni alimentate dalle speranze, dalla forza della sopravvivenza, ma nessuna certezza ci era di conforto.

Man mano che il viaggio continuava, le notti si susseguivano ai giorni e i giorni alle notti. Spesso venivano degli aerei a quota bassa e noi tutti pronti accanto alle scialuppe di salvataggio. Sorvolavano la nave e risalivano in quota ma all’avvicinarsi eravamo atterriti nell’attesa dello sgancio delle bombe. Allo scampato pericolo si ringraziava Dio; evidentemente erano apparecchi alleati. Al largo della Somalia attraversammo la linea dell’Equatore ma nessuno se ne accorse perché non si conosceva l’itinerario del nostro viaggio.

A Durban, nel Sud Africa, il bastimento entrò nel porto. Qualcuno pensò che quella fosse la nostra destinazione, ma invece non si trattò che di una sosta dovuta al fatto che il bastimento doveva essere rifornito, ripulito e disinfettato. Noi prigionieri fummo fatti scendere e condotti in un vicino campo di concentramento. Dopo sette giorni il viaggio riprese e a Città del Capo stemmo fermi una notte. La mattina seguente il viaggio ricominciò verso l’ignoto ed ancora una volta fummo assaliti dall’angoscia. Dove ci portavano? Possibile che quel viaggio allucinante non finisse mai?

Per andare da sottocoperta a poppa e viceversa, le gambe non ci tenevano; barcollavamo come tanti ubriachi, era l’inattività motoria che ci stava paralizzando gli arti inferiori. Quel mare infinito a volte diventava agitato e le grosse onde, alimentate dal forte vento, sballottolavano la nave da una parte all’altra. Attraversammo al largo la Luanda, il golfo di Biafra ed ecco di nuovo la linea equatoriale nel Golfo della Guinea che, questa volta, oltrepassammo di giorno. Ricordo soltanto un gran caldo che ci costrinse tutti a denudarci quasi completamente e a stare fermi e a respirare a malapena.

Dal mare prospiciente le isole di Capo Verde, dove la temperatura divenne più fresca e sempre molto distante dalla riva, e senza mai vedere la costa, oltrepassammo il Marocco e i litorali portoghese e irlandese e finalmente, una mattina, giungemmo nel porto di Liverpool. Era il 7 settembre 1941; eravamo stati in mare 57 giorni! Avevamo fatto il periplo di tutto il continente africano senza sapere dove stavamo e dove venivamo condotti. Messi i piedi a terra, ringraziai Iddio per gli scampati pericoli.

Le gambe erano legnose e tremanti e avevamo perso l’abitudine di camminare. Subito fummo condotti nel campo di concentramento n.29 (Roiston) poco distante da Londra. Qui trascorremmo diversi mesi. La mattina venivano gli autobus o i camion coperti e ci conducevano a lavorare nei campi. Venimmo adibiti alla raccolta delle patate, alla pulitura delle siepi e dei fossi e ad altri lavori campestri. A me, essendo caporal maggiore, venne affidata una squadra che doveva controllare al lavoro e, nello stesso tempo, scambiavo qualche parola in inglese con la sentinella, essendo mia intenzione apprendere bene quella lingua.

La sera, al rientro al campo, davanti al cancello c’erano due militari inglesi che ci sottoponevano a perquisizione allo scopo di accertare se portavamo qualcosa di nascosto, di cui era vietato l’entrata al campo. Una mattina mi chiamò il comandante addetto ai lavori dicendomi che dovevo recarmi, con altri cinque prigionieri della mia squadra, presso un proprietario a cavare le barbabietole da foraggio. Il fondo stava vicino ad un campo di aviazione americano. Mentre eravamo intenti alla raccolta, passo, poco distante, un gruppo di soldati americani. Uno di loro gridò verso di me: “Hello, paisa!” Gli dissi in italiano: “Venite qua!”. Lui rispose: “Quando ripassiamo!” Poco dopo tornarono e vennero dove stavamo lavorando.

Quello che ci aveva salutato era un sergente nato in America da genitori napoletani. Mentre si stava parlando, un soldato americano disse: “If I get rifle kill every prisoner in Italy!” (Se avessi un fucile, ammazzerei tutti i prigionieri italiani!). Io capii la frase perché, appena arrivato in Inghilterra, avevo comperato una grammatica inglese ed un vocabolarietto inglese-italiano, ma feci finta di non aver compreso. “Cosa ha detto il tuo amico?” dissi al sergente. Lui non rispose e cercò di cambiare discorso, mentre gli altri si guardavano in faccia. Insistetti nel sapere e, visto che egli tergiversava, esclamai: “Sergente, questo tuo amico ha detto che se avesse avuto un fucile, avrebbe ammazzato tutti i prigionieri italiani! Piuttosto gli devi dire che non si devono offendere i prigionieri disarmati.

Se ha voglia di uccidere gli italiani, che vada al fronte e li troverà i nostri fratelli che gli daranno le caramelle con i fucili, le mitragliatrici e i cannoni.” Il sergente ci salutò in dialetto napoletano e tutti andarono via in silenzio. Come segno di riconoscimento, sulle divise inglesi che indossavamo, avevamo una toppa con un disco rosso sulla schiena, una più piccola sulla gamba sinistra sopra il ginocchio ed un’altra sul polpaccio della gamba destra. Dopo diversi mesi di stanza nel campo 29, fui destinato, da solo, presso una famiglia dove c’erano già altri sei prigionieri italiani e qui sono rimasto fino al giorno del rimpatrio.

Il padrone ci mise a disposizione una casa composta dalla cucina, dalla sala da pranzo e dal bagno a piano terra, mentre al primo piano c’erano tre camerette dove si dormiva. Uno dei prigionieri sapeva cucinare molto bene all’usanza nostra e noi tutti eravamo molto contenti per aver riassaggiato la cucina italiana. Egli, insieme con un operaio inglese, era addetto alla cura e alla mungitura di una quarantina di vacche e staccava un’ora prima di noi e riprendeva un’ora dopo per preparare i pasti e per riassettare. Molte volte andavo anche io a dargli una mano nella mungitura.

La casa era distante una cinquantina di metri dal villaggio chiamato New Nem, composto da una quindicina di famiglie. Anche se a lungo, avevo la possibilità di comunicare con i miei familiari. Il datore di lavoro era proprietario di una grande fattoria agricola. Insieme con noi prigionieri vi prestavano la loro opera venti civili. Il sabato si finiva di lavorare alle 12:30. Egli aveva per noi tanta benevolenza e comprensione ed aveva ordinato ai civili di non pronunciare mai, parlando di noi, la parola “prigioniero” ma “italiani”.

A seconda delle stagioni si lavorava nella raccolta delle patate, delle barbabietole e, al tempo della mietitura, si caricavano i manoppi di grano, orzo e avena sui carretti tirati dai cavalli per portarli alla trebbiatrice. Mettevamo a dimora le piantine di verdure e l’insalata e ne curavamo la crescita. Nella fattoria vi erano, oltre alle vacche, dieci cavalli da tiro, cinquecento pecore, trattori di ogni tipo, galline e polli. Le vacche erano da latte e a crescere. Un giorno venimmo a sapere che in una discarica poco distante vi erano delle biciclette seminuove abbandonate. Il padrone ci mise a disposizione un cavallo con il carretto e ne prelevammo sette; così ogni prigioniero ne aveva una.

La domenica andavamo a messa nella chiesa cattolica di una cittadina distante cinque chilometri chiamata Boldok. Lì incontravamo anche delle famiglie italiane con le quali spesso facevamo delle chiacchierate. Mio padre morì il 23 dicembre 1945 ed io lo venni a sapere a febbraio 1946 attraverso una lettera di mia madre; il padrone mi lasciò libero per un giorno. La guerra finì il 5 maggio 1945 ma noi fummo rimpatriati circa un anno dopo. È evidente che ci trattennero perché gli inglesi avevano bisogno di manodopera agricola.

Fummo imbarcati il 28 marzo 1946 vicino Londra e sbarcati a Napoli il 5 aprile 1946. Da Napoli ci mandarono, con un treno merci come pecore, al Centro Alloggi di Centocelle. Il 7 aprile, dalla stazione Tuscolano, presi il treno diretto ad Avezzano. Giunto lì, chiesi al capostazione a che ora partiva il treno per Balsorano. Egli, guardandomi incuriosito, mi disse: “La ferrovia Roccasecca-Avezzano è stata distrutta con la guerra!”. Non vi erano nemmeno le corriere perché era di domenica.

Mi recai a via XX Settembre e qui ebbi fortuna. Poco dopo fermai un camion targato Frosinone che trasportava le vacche. Non essendoci posto in cabina, l’autista mi disse: “Se vuoi arrangiarti in mezzo alle vacche, sali pure!”. Lo ringraziai e salii. Dopo un’ora e mezza stavo finalmente a casa: era la sera del 7 aprile 1946. Ci volle del tempo per riabituarmi ai panni borghesi, allo stato libero e alla vita civile. Durante i sette anni, sette mesi e sette giorni di vita militare, in Italia sono stato soltanto otto giorni.

Per la cronaca non mi rimane da dire, e ciò mi venne scritto da mio padre mentre ero in Inghilterra, che il 23 aprile 1942, ricorrenza della festività di S.Giorgio, protettore del mio paese, la radio del “Dopolavoro”, mentre molti cittadini erano in piazza in attesa del giornale radio con il bollettino di guerra e perché era festa, l’apparecchio al quale, di solito, veniva collegato un altoparlante in modo che tutti potessero ascoltare anche stando in piazza, annunciò, tra gli altri nominativi, che “il caporal maggiore Buffone Diodato di Balsorano è prigioniero degli inglesi!”. Nel complesso, tra il servizio militare di leva, il trattenimento, la guerra e la prigionia, trascorsi tra gravi pericoli, sofferenze e abbattimento morale. Finalmente, per grazia di Dio, tornai a casa sano e salvo.

Tratto da: Giovanni Tordone.

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Ospitalità e servizi

Allorché Diodato Buffone, classe 1917, caporal maggiore, il 1 settembre 1938 fu chiamato alle armi per compiere il servizio militare di leva, tutto poteva supporre meno che avrebbe dovuto indossare il grigioverde per sette anni, sette mesi e sette giorni esatti. Egli non aveva compiuto ancora ventuno anni e svolgeva l’attività di pastore e contadino. Diodato era cresciuto nell’abbondanza delle famiglie agresti dell’epoca e all’inizio della naia risentì molto della mancanza dei prodotti genuini della sua terra. Man mano, non solo fece l’abitudine al rancio militare, ma si assuefece anche ai lunghi digiuni del fronte di guerra e della prima fase della prigionia. Ascoltiamo il suo racconto.

“Dal Distretto militare di Sulmona fui chiamato per il servizio di leva il 1 settembre 1938 ed assegnato al 116° Rgt. Fanteria Divisione Marmarica del 21° Corpo d’Armata per l’Africa Settentrionale (Libia). Il 9 settembre partii da Chieti per Napoli ed il giorno seguente fui imbarcato sul piroscafo Lombardia diretto a Derna, dove arrivai il 13 settembre 1938. I cinque giorni di navigazione furono di una tristezza tremenda. Abituato all’aria aperta della zona di Vigna Ceraso, detta Paneccacio, mi sentivo soffocare anche quando mi era permesso di salire in coperta. Sentivo nostalgia delle mie montagne, delle grandi distese dei pascoli, della mia famiglia e dei parenti, del mio paese e degli amici. Quel mare azzurro ed infinito non mi diceva proprio nulla. E non ero che all’inizio.

Dopo qualche giorno di stanza a Derna venni trasferito a Tobruk. Mi imposi una certa rassegnazione, partecipai alle fasi di addestramento, molto dure, ed incominciai a prendere dimestichezza anche con la sabbia del deserto. Il 30 ottobre 1938 fui nominato fante scelto e promosso caporale il 18 gennaio 1939. I mesi trascorrevano lenti e la sera, rientrati dalle istruzioni, si andava a dormire con tale stanchezza che non si aveva nemmeno la possibilità di pensare al paese ed alla famiglia. Dovevo fare diciotto mesi di naia ed invidiavo quelli che il servizio di leva lo stavano svolgendo in Italia. A Tobruk tutto era arido, piatto e desolante. A volte mi procuravo un po’ di sollievo osservando le tartarughe che circolavano indisturbate in ogni dove.

Il 1 luglio 1939 fui promosso caporal maggiore e la cosa mi risollevò molto di morale. Ora partecipavo all’addestramento con più soddisfazione perché non ero più sottoposto agli umilianti compiti assegnati alle reclute. In questa cittadina si stava male poiché non esisteva l’acqua potabile. La razione, costituita da un gavettino al giorno, era di acqua portata dalla Sicilia con le navi cisterna. Tobruk era un luogo prettamente militare; si incontravano pochissimi civili, soprattutto arabi, aveva un bel porto ed una bella spiaggia nella quale, due volte a settimana, andavamo a fare il bagno.

La sera del 19 febbraio 1940 fui chiamato al comando del Reggimento e l’aiutante maggiore mi comunicò che dovevo andare in licenza per dieci giorni. Io, contrariato, gli risposi: “Essendo quasi alla fine del servizio di leva, non mi spetta un mese?”. E lui: “Vai a casa per dieci giorni perché tuo padre sta male; è arrivato un telegramma dai carabinieri di Balsorano!”. Quelle parole mi ferirono profondamente, e fui assalito da una profonda tristezza. Pensai subito a male. Partii l’indomani con un autobus ed il giorno seguente, a Derna, fui imbarcato sulla nave postale Città di Trieste diretta a Siracusa, dove sbarcai il 23 febbraio 1940.

Il giorno dopo stavo a casa. Quei quattro giorni di viaggio mi parvero lunghi quattro secoli. Dovevo essere contento perché dopo un anno e mezzo ero tornato a casa ed invece, con il pensiero fisso a mio padre, ero attanagliato da un’accorata afflizione. All’arrivo alla stazione ferroviaria di Balsorano, c’era mia madre ad aspettarmi. La poveretta, avendo avuto un telegramma sul mio ritorno, per due giorni si era recata puntualmente alla stazione ad ogni arrivo di tutti i treni provenienti da Roccasecca. Abbracciati e con le lacrime agli occhi di infinita felicità, io le chiesi di mio padre e lei mi rassicurò: “Si era trattato di un lieve malore ed ora stava meglio.”

Nonostante fosse ancora inverno, il paese mi si presentò come il luogo più accogliente del mondo. La neve imbiancava le montagne circostanti fino alla parte pedemontana ed il sole splendeva in alto nell’azzurro infinito del cielo. Respiravo a pieni polmoni e, quasi correndo, raggiungemmo casa mia. Venni subissato da mille domande. Allorché riassaggiai la cucina di mia madre e dormii nel mio letto, mi chiedevo se non stessi sognando. Contavo con trepidazione le ore che mi rimanevano da trascorrere con i miei ed allorché dovetti ripartire fui assalito da tanta tristezza e nemmeno potevo illudermi che i restanti giorni di naia stessero per terminare.

Infatti, in previsione della guerra imminente, qualche giorno prima di partire c’era stata una disposizione di trattenimento alle armi. Dopo diverso tempo di permanenza a Tobruk, il mio reparto fu trasferito oltre Porto Bardia e lì ci colse la dichiarazione di guerra: era il 10 giugno 1940. In tal modo svanirono i miei sogni di tornare a casa. La notte vennero gli aerei inglesi a bombardare le nostre posizioni e queste incursioni si ripeterono spesso. Dopo circa un mese incominciammo ad avanzare e in pochissimo tempo conquistammo Sidi el Barrani e Marsa Matruh.

Pur se in mezzo a sofferenze di ogni genere eravamo contenti perché speravamo che la guerra potesse terminare entro breve termine. Ed invece così non fu. Gli inglesi, evidentemente, si erano fortificati e noi rimanemmo fermi per tre mesi in attesa dei rinforzi i quali, purtroppo, non arrivarono. Oltre ad altre unità da combattimento non arrivarono nemmeno le munizioni, i carburanti ed il vitto; incominciammo a patire la fame e la sete. Poi venne l’ordine della ritirata ed in due giorni arretrammo fino a Bardia, dove ci ritravammo circondati.

Mentre eravamo assediati a Bardia e prima della cattura, mi venne a trovare Nazareno Rossi, detto Cireglio, il quale era con la Divisione Camicie Nere “21 Aprile”. Parlammo di tante cose, del nostro paese e mi disse che lì c’era anche il maestro Campana, maggiore della milizia, al quale poi ritenni doveroso fargli una visita essendo stato mio maestro alle elementari. Venne a trovarmi anche Alvise Pea (Bettelino), appartenente alla Compagnia Chimica, la quale non aveva partecipato all’avanzata. Alvise mi invitò a cena e trascorremmo una serata tranquilla ed anche serena perché parlammo del nostro paese, della guerra e di altre cose.

All’alba del 3 gennaio 1941 fummo fatti prigionieri. Dalla parte del mare vedemmo molte navi inglesi e da quella del deserto apparvero i carri armati nemici. Incominciarono ad arrivare le prime cannonate ma non vi fu nessun combattimento perché il nostro comando ordinò subito di esporre la bandiera bianca. Si arresero, in definitiva, anche gli altri battaglioni che componevano il reggimento. Dagli inglesi fummo radunati in un avvallamento poco distante dal nostro accampamento e mentre eravamo lì ammassati, le navi o i carri armati continuarono a sparare su di noi. Vi furono molti morti e feriti e fu fortunato chi si salvò, tra i quali me stesso, ringraziando Iddio.

Dopo la cattura, gli inglesi ci inquadrarono e ci condussero a piedi fino al porto di Sollum. La sera ci fecero salire su una nave militare e la notte tra il 5 e 6 gennaio sbarcammo nel porto di Alessandria d’Egitto. Fu un viaggio tremendo e sconvolgente. Non ci diedero né cibo né acqua e lì dentro eravamo stipati come sardine e guardati a vista dai soldati inglesi. Ad Alessandria siamo stati tre giorni in un campo di concentramento durante i quali ci fecero assaggiare un po’ di cibo, poi ci condussero nel campo n. 307, alla gabbia n. 17. Qui, nel fare la spesa alla sussistenza, mi salutai con il compaesano Angelo Venditti, detto Angelitto Bardece, il quale era rinchiuso nella gabbia n. 13, poco distante dalla mia. Anche lui, appartenente alla milizia, era stato fatto prigioniero.

Nel campo n307, le sofferenze, le tribolazioni e i tormenti ci accompagnarono per sette mesi. Poi, il 10 luglio 1941, fummo imbarcati, a Suez, su una nave e nessuno di noi sapeva dove ci stavano portando. Questo era un vecchio bastimento da trasporto adattato allo spostamento dei militari. Durante il tragitto la sirena d’allarme suonava quasi tutti i giorni. Per ogni gruppo di cinquanta prigionieri era stata assegnata una scialuppa di salvataggio e ad ogni allarme bisognava indossare il salvagente e stare vicino alla scialuppa.

Il viaggio, come tutti i viaggi in mare del tempo di guerra, ebbe inizio la sera dopo il crepuscolo. Quel percorso verso l’ignoto nei primi giorni ci tenne svegli ed irrequieti. Dopo i tanti tormenti, i pericoli e le privazioni del fronte di guerra e della prima prigionia, tutti aspiravamo in un futuro migliore, ma gli stenti di quel viaggio, così vivi e palesi, non ci concedevano speranze. Dormivamo su dei teli appesi al soffitto, i quali dondolavano in continuazione con gli ondeggiamenti della nave. La sete ci tormentava giorno dopo giorno. La distesa di mare azzurro, che all’orizzonte si confondeva con l’azzurro del cielo, all’inizio ci parve gradevole alla vista, ma in seguito ci abbagliava gli occhi, ci toglieva la vista.

Qualche volta la nave si approssimava alla costa, ma presto si riallontanava nel mare aperto. Le giornate le trascorrevamo a poppa coricati sul pavimento con la ciambella di salvataggio sotto il capo. Si parlava di tutto per ammazzare il tempo e facendo mille supposizioni sul nostro destino. Molti imprecavano contro la sorte avversa. A volte non si aveva voglia nemmeno di parlare, di pensare e si rimaneva assenti, fissando un punto lontano dell’orizzonte. Dove eravamo diretti? Tante erano le immaginazioni alimentate dalle speranze, dalla forza della sopravvivenza, ma nessuna certezza ci era di conforto.

Man mano che il viaggio continuava, le notti si susseguivano ai giorni e i giorni alle notti. Spesso venivano degli aerei a quota bassa e noi tutti pronti accanto alle scialuppe di salvataggio. Sorvolavano la nave e risalivano in quota ma all’avvicinarsi eravamo atterriti nell’attesa dello sgancio delle bombe. Allo scampato pericolo si ringraziava Dio; evidentemente erano apparecchi alleati. Al largo della Somalia attraversammo la linea dell’Equatore ma nessuno se ne accorse perché non si conosceva l’itinerario del nostro viaggio.

A Durban, nel Sud Africa, il bastimento entrò nel porto. Qualcuno pensò che quella fosse la nostra destinazione, ma invece non si trattò che di una sosta dovuta al fatto che il bastimento doveva essere rifornito, ripulito e disinfettato. Noi prigionieri fummo fatti scendere e condotti in un vicino campo di concentramento. Dopo sette giorni il viaggio riprese e a Città del Capo stemmo fermi una notte. La mattina seguente il viaggio ricominciò verso l’ignoto ed ancora una volta fummo assaliti dall’angoscia. Dove ci portavano? Possibile che quel viaggio allucinante non finisse mai?

Per andare da sottocoperta a poppa e viceversa, le gambe non ci tenevano; barcollavamo come tanti ubriachi, era l’inattività motoria che ci stava paralizzando gli arti inferiori. Quel mare infinito a volte diventava agitato e le grosse onde, alimentate dal forte vento, sballottolavano la nave da una parte all’altra. Attraversammo al largo la Luanda, il golfo di Biafra ed ecco di nuovo la linea equatoriale nel Golfo della Guinea che, questa volta, oltrepassammo di giorno. Ricordo soltanto un gran caldo che ci costrinse tutti a denudarci quasi completamente e a stare fermi e a respirare a malapena.

Dal mare prospiciente le isole di Capo Verde, dove la temperatura divenne più fresca e sempre molto distante dalla riva, e senza mai vedere la costa, oltrepassammo il Marocco e i litorali portoghese e irlandese e finalmente, una mattina, giungemmo nel porto di Liverpool. Era il 7 settembre 1941; eravamo stati in mare 57 giorni! Avevamo fatto il periplo di tutto il continente africano senza sapere dove stavamo e dove venivamo condotti. Messi i piedi a terra, ringraziai Iddio per gli scampati pericoli.

Le gambe erano legnose e tremanti e avevamo perso l’abitudine di camminare. Subito fummo condotti nel campo di concentramento n.29 (Roiston) poco distante da Londra. Qui trascorremmo diversi mesi. La mattina venivano gli autobus o i camion coperti e ci conducevano a lavorare nei campi. Venimmo adibiti alla raccolta delle patate, alla pulitura delle siepi e dei fossi e ad altri lavori campestri. A me, essendo caporal maggiore, venne affidata una squadra che doveva controllare al lavoro e, nello stesso tempo, scambiavo qualche parola in inglese con la sentinella, essendo mia intenzione apprendere bene quella lingua.

La sera, al rientro al campo, davanti al cancello c’erano due militari inglesi che ci sottoponevano a perquisizione allo scopo di accertare se portavamo qualcosa di nascosto, di cui era vietato l’entrata al campo. Una mattina mi chiamò il comandante addetto ai lavori dicendomi che dovevo recarmi, con altri cinque prigionieri della mia squadra, presso un proprietario a cavare le barbabietole da foraggio. Il fondo stava vicino ad un campo di aviazione americano. Mentre eravamo intenti alla raccolta, passo, poco distante, un gruppo di soldati americani. Uno di loro gridò verso di me: “Hello, paisa!” Gli dissi in italiano: “Venite qua!”. Lui rispose: “Quando ripassiamo!” Poco dopo tornarono e vennero dove stavamo lavorando.

Quello che ci aveva salutato era un sergente nato in America da genitori napoletani. Mentre si stava parlando, un soldato americano disse: “If I get rifle kill every prisoner in Italy!” (Se avessi un fucile, ammazzerei tutti i prigionieri italiani!). Io capii la frase perché, appena arrivato in Inghilterra, avevo comperato una grammatica inglese ed un vocabolarietto inglese-italiano, ma feci finta di non aver compreso. “Cosa ha detto il tuo amico?” dissi al sergente. Lui non rispose e cercò di cambiare discorso, mentre gli altri si guardavano in faccia. Insistetti nel sapere e, visto che egli tergiversava, esclamai: “Sergente, questo tuo amico ha detto che se avesse avuto un fucile, avrebbe ammazzato tutti i prigionieri italiani! Piuttosto gli devi dire che non si devono offendere i prigionieri disarmati.

Se ha voglia di uccidere gli italiani, che vada al fronte e li troverà i nostri fratelli che gli daranno le caramelle con i fucili, le mitragliatrici e i cannoni.” Il sergente ci salutò in dialetto napoletano e tutti andarono via in silenzio. Come segno di riconoscimento, sulle divise inglesi che indossavamo, avevamo una toppa con un disco rosso sulla schiena, una più piccola sulla gamba sinistra sopra il ginocchio ed un’altra sul polpaccio della gamba destra. Dopo diversi mesi di stanza nel campo 29, fui destinato, da solo, presso una famiglia dove c’erano già altri sei prigionieri italiani e qui sono rimasto fino al giorno del rimpatrio.

Il padrone ci mise a disposizione una casa composta dalla cucina, dalla sala da pranzo e dal bagno a piano terra, mentre al primo piano c’erano tre camerette dove si dormiva. Uno dei prigionieri sapeva cucinare molto bene all’usanza nostra e noi tutti eravamo molto contenti per aver riassaggiato la cucina italiana. Egli, insieme con un operaio inglese, era addetto alla cura e alla mungitura di una quarantina di vacche e staccava un’ora prima di noi e riprendeva un’ora dopo per preparare i pasti e per riassettare. Molte volte andavo anche io a dargli una mano nella mungitura.

La casa era distante una cinquantina di metri dal villaggio chiamato New Nem, composto da una quindicina di famiglie. Anche se a lungo, avevo la possibilità di comunicare con i miei familiari. Il datore di lavoro era proprietario di una grande fattoria agricola. Insieme con noi prigionieri vi prestavano la loro opera venti civili. Il sabato si finiva di lavorare alle 12:30. Egli aveva per noi tanta benevolenza e comprensione ed aveva ordinato ai civili di non pronunciare mai, parlando di noi, la parola “prigioniero” ma “italiani”.

A seconda delle stagioni si lavorava nella raccolta delle patate, delle barbabietole e, al tempo della mietitura, si caricavano i manoppi di grano, orzo e avena sui carretti tirati dai cavalli per portarli alla trebbiatrice. Mettevamo a dimora le piantine di verdure e l’insalata e ne curavamo la crescita. Nella fattoria vi erano, oltre alle vacche, dieci cavalli da tiro, cinquecento pecore, trattori di ogni tipo, galline e polli. Le vacche erano da latte e a crescere. Un giorno venimmo a sapere che in una discarica poco distante vi erano delle biciclette seminuove abbandonate. Il padrone ci mise a disposizione un cavallo con il carretto e ne prelevammo sette; così ogni prigioniero ne aveva una.

La domenica andavamo a messa nella chiesa cattolica di una cittadina distante cinque chilometri chiamata Boldok. Lì incontravamo anche delle famiglie italiane con le quali spesso facevamo delle chiacchierate. Mio padre morì il 23 dicembre 1945 ed io lo venni a sapere a febbraio 1946 attraverso una lettera di mia madre; il padrone mi lasciò libero per un giorno. La guerra finì il 5 maggio 1945 ma noi fummo rimpatriati circa un anno dopo. È evidente che ci trattennero perché gli inglesi avevano bisogno di manodopera agricola.

Fummo imbarcati il 28 marzo 1946 vicino Londra e sbarcati a Napoli il 5 aprile 1946. Da Napoli ci mandarono, con un treno merci come pecore, al Centro Alloggi di Centocelle. Il 7 aprile, dalla stazione Tuscolano, presi il treno diretto ad Avezzano. Giunto lì, chiesi al capostazione a che ora partiva il treno per Balsorano. Egli, guardandomi incuriosito, mi disse: “La ferrovia Roccasecca-Avezzano è stata distrutta con la guerra!”. Non vi erano nemmeno le corriere perché era di domenica.

Mi recai a via XX Settembre e qui ebbi fortuna. Poco dopo fermai un camion targato Frosinone che trasportava le vacche. Non essendoci posto in cabina, l’autista mi disse: “Se vuoi arrangiarti in mezzo alle vacche, sali pure!”. Lo ringraziai e salii. Dopo un’ora e mezza stavo finalmente a casa: era la sera del 7 aprile 1946. Ci volle del tempo per riabituarmi ai panni borghesi, allo stato libero e alla vita civile. Durante i sette anni, sette mesi e sette giorni di vita militare, in Italia sono stato soltanto otto giorni.

Per la cronaca non mi rimane da dire, e ciò mi venne scritto da mio padre mentre ero in Inghilterra, che il 23 aprile 1942, ricorrenza della festività di S.Giorgio, protettore del mio paese, la radio del “Dopolavoro”, mentre molti cittadini erano in piazza in attesa del giornale radio con il bollettino di guerra e perché era festa, l’apparecchio al quale, di solito, veniva collegato un altoparlante in modo che tutti potessero ascoltare anche stando in piazza, annunciò, tra gli altri nominativi, che “il caporal maggiore Buffone Diodato di Balsorano è prigioniero degli inglesi!”. Nel complesso, tra il servizio militare di leva, il trattenimento, la guerra e la prigionia, trascorsi tra gravi pericoli, sofferenze e abbattimento morale. Finalmente, per grazia di Dio, tornai a casa sano e salvo.

Tratto da: Giovanni Tordone.

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