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Itinerari Artistici Nella Marsica (Itinerario 3)

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Scoprite i tesori nascosti della Marsica attraverso le chiese storiche di Cèlano, dove arte e fede si intrecciano in un viaggio senza tempo.

San Giovanni Battista in Cèlano fu fondata nella seconda metà del duecento da Ruggero primo di Cèlano, diventando la principale chiesa feudale della Marsica. Questa chiesa, esente dal controllo vescovile, influenzò le chiese di Cerchio, S. Potito, Ovìndoli e Rovere. Tra il XIV e il XV secolo, subì abbellimenti significativi grazie ai Conti di Cèlano, con interventi di artisti aquilani come Andrea De Litio. Tuttavia, il suo status di indipendenza finì nel 1584, quando fu soggetta al Vescovo dei Marsi, Matteo Colli. Il terremoto del 1706 e quello del 1915 causarono gravi danni, ma restauri successivi hanno riportato alla luce affreschi quattrocenteschi e restauro strutturale.

Santa Maria Valleverde, eretta nel Cinquecento e completata dai Piccolomini nel 1508, è considerata la chiesa rinascimentale più bella della Marsica. Voluta da Leonello di Acclozamora e Jacovella, la chiesa fu arricchita di opere d’arte sotto la direzione dei Piccolomini. Dopo la soppressione del convento voluta da Gioachino Murat nel 1809, la struttura ha subito danni a seguito del terremoto del 1915, ma è stata restaurata nel 1932 e attualmente ospita un centro culturale con una biblioteca in crescita. La facciata è caratterizzata da un portale a strombo e un’elegante abside.

San Francesco in Tagliacozzo ha origini risalenti al XIII secolo, con notizie sulla consacrazione del suo altare maggiore registrate nel 1233. Un cantiere francescano, avviato da Tommaso da Cèlano, fu confermato da una bolla papale nel 1252. La chiesa subì importanti ristrutturazioni nel XIV e XV secolo sotto gli Orsini, seguite da ampliamenti nel XVII secolo a cura dei Colonna. La struttura ha affrontato varie sfide, dalla soppressione napoleonica nel 1809 all’abbandono, ma è stata restaurata negli anni ’60 del Novecento. L’interno, caratterizzato da un’unica navata, custodisce le spoglie del Beato Tommaso da Cèlano e opere d’arte risalenti ai secoli XVI, XVII e XVIII.

Tratto da: [fonte/autore].

San Giovanni Battista in Cèlano fu fondata nella seconda metà del duecento per opera di Ruggero I di Cèlano, figlio del celebre Tommaso, Conte di Albe, Cèlano e Molise. Si trovava all’interno del nuovo castrum di Cèlano sul Colle di S. Flaviano. Questa chiesa divenne la più potente chiesa feudale della Marsica, esente dal controllo vescovile e quindi nullius Dioecesis, da cui dipendevano le chiese di Cerchio, S. Potito, Ovìndoli e Rovere.

Durante il XIV secolo e soprattutto nella seconda metà del quattrocento, la chiesa fu arricchita da decorazioni pittoriche e architettoniche grazie alla generosità dei Conti di Cèlano, in particolare della famiglia Jacovella, e all’intervento di artisti di scuola aquilana, come il rinomato Andrea De Litio di Lecce dei Marsi. Altri lavori, meno significativi, furono eseguiti sotto i Piccolomini, tra cui il portone ligneo della fine del ‘500 voluto da Costanza Piccolomini d’Aragona.

Nel 1584, l’indipendenza della chiesa celanese venne meno sotto il Vescovo dei Marsi Matteo Colli, quando il suo Preposto fu privato della Mitra e del Pastorale e costretto all’obbedienza verso il presule marsicano. Un terremoto degli inizi del settecento causò il crollo del presbiterio e dell’abside, che furono ricostruiti nel 1706 con interventi in stile tardo-barocco.

Un altro grave terremoto nel 1915 distrusse la sagrestia e locali annessi. La chiesa fu quindi restaurata, riportando alla luce affreschi quattrocenteschi nella navata laterale destra e ricostruendo le volte ogivali della navata centrale. La facciata, di forma a capanna e divisa in due da una cornice orizzontale, è delimitata da due lesene laterali. Presenta un portale a strombo archivoltato quattrocentesco di scuola aquilana, con una lunetta superiore affrescata raffigurante la Madonna con Bambino fra S. Giovanni Evangelista e Papa Bonifacio IV, opera della scuola di Andrea De Litio.

Il prezioso portone in legno di castagno a due battenti della fine del cinquecento è ben conservato e presenta i Santi Giovanni Avangelista e Battista, stemmi dei Piccolomini e di Aragona-Castiglia e due rosoni. In cima, il bel rosone rinascimentale di stile gotico-fiorito è sovrastato da un timpano con una cornice modanata, sormontata da una teoria di archetti intrecciati. L’interno è diviso in tre navate da arcature ogivali poggianti su possenti pilastri ottagonali, mentre la copertura a crociera della navata centrale non è originale; è il risultato del restauro di Gavini successivo ai danni del sisma del 1915.

Santa Maria Valleverde fu voluta da Leonello di Acclozamora e Jacovella dei Conti Ruggeri di Cèlano a metà del quattrocento, ma la sua realizzazione fu completata sotto i Piccolomini nel 1508. Il documento di fondazione, Sanctae Mariae de Valleviridi, fu indirizzato da Giulio II a Giovanna Piccolomini d’Aragona. Con il cinquecento, grazie ai Piccolomini, la chiesa fu abbellita con cappelle affrescate, una cripta, un coro ligneo, un refettorio e due splendide pale d’altare.

Il convento, con un bellissimo chiostro che arrivò a ospitare fino a 50 frati, fu soppresso da Gioachino Murat nel 1809. Dopo essere stato danneggiato dal terremoto del 1915, fu restaurato nel 1932, ripristinando così il ritorno definitivo dei frati. Attualmente, parte del convento è utilizzata come centro polivalente con un piccolo museo annesso e una ricca Biblioteca di S. Maria Valleverde, in continuo accrescimento grazie alla cura amorevole di P. Osvaldo Lemme.

La chiesa si presenta con una facciata a coronamento orizzontale, divisa in due parti da una cornice mediana. Il portale a strombo archivoltato, di scuola aquilana, è datato 1508 e sovrastato da un ampio finestrone voltato con lo stemma dei sovrani di Aragona-Castiglia. Sull’architrave del portale si trova l’Agnus Dei con stendardo dei Piccolomini e un’iscrizione con data 1508 in latino. Nella lunetta superiore è presente un affresco raffigurante la Madonna con Bambino tra Santi Francesco e S. Giovanni da Capestrano.

Il retro dell’edificio mostra un elegante abside poligonale decorato da monofore tardo-gotiche trilobate. L’interno francescano, a unica navata con volta a crociera, presenta tre cappelle laterali affrescate: la terza ha pregevoli affreschi delle Storie della Vergine, opera del pittore veneziano Paolo Zoppare del 1558. Sulla parete destra, in alto, sono esposte due belle pale d’altare: una raffigurante la Natività, di scuola umbro-senese dei primi decenni del ‘500, e l’altra di Gesù e il Cireneo, attribuita al celebre Giovanni Antonio Bazzi, noto come “il Sodoma”, datata tra il 1525 e il 1530.

San Francesco in Tagliacozzo ha una storia ricca e affascinante. Un Diurno del XV secolo, attribuito al tagliacozzano Girolamo de’ Jacobutiis, Vescovo di Veroli, menziona la consacrazione dell’altare maggiore il 20 novembre 1233, sebbene l’autenticità di questo documento possa essere messa in discussione. È certo, però, che a metà del duecento esisteva già un cantiere francescano attivo in Tagliacozzo, come confermato dalla Bolla di Innocenzo IV del 17 giugno 1252, probabilmente avviato dal beato Tommaso da Cèlano.

Significativi furono gli interventi realizzati dalla famiglia Orsini nel XIV secolo e nella seconda metà del XV, che portarono al completamento della facciata tardo-gotica, firmata in alto dallo stemma della famiglia feudale, poi abraso per volere dei Colonna, successori degli Orsini nella contea di Tagliacozzo. Tra la fine del ‘500 e i primi del ‘600, il convento adiacente subì ampliamenti a opera dei Colonna, incluso il chiostro con al centro una cisterna dotata di una vera quadrata ornata di pilastrini, datata 1692. Nel 1608 le volte dell’androne e le lunette del porticato furono affrescate.

Nel XVIII secolo, l’interno della chiesa fu soggetto a barocizzazione, con la creazione di altari e decorazioni rococò. Nel 1809, con la soppressione napoleonica degli istituti religiosi e l’allontanamento dei frati, la struttura fu riadattata come ufficio comunale e in seguito come scuola. Negli anni ’60 del secolo scorso, sia la chiesa che il convento furono restaurati, eliminando le sovrastrutture decorative settecentesche e consentendo il ritorno dei Francescani.

La facciata, in origine coronata da archetti ciechi, è strutturata secondo il modello della seconda metà del XV secolo. Essa è divisa in due parti da una cornice con un Agnus Dei centrale, che delimita il portale tardo-gotico di scuola aquilana dal grande rosone a ruota sovrastante, simile a quello di S. Maria della Tomba di Sulmona. Sopra il rosone, è scolpito lo stemma degli Orsini, che furono responsabili del completamento quattrocentesco dell’edificio cultuale e dei cui cardinali, Jacopo e Giovanni, vi sono le spoglie.

All’interno, la chiesa presenta una unica navata con tre campate coperte da volte a crociera e un presbiterio rialzato. Sulla parete sinistra si trova una nicchia che custodisce le spoglie del beato Tommaso da Cèlano, primo biografo di S. Francesco, morto nel monastero femminile di S. Giovanni di Valle dei Varrì nel 1260 e, nel ‘500, traslato nella chiesa tagliacozzana. Nei transetti, nella sagrestia e sulle pareti delle campate risiedono pale d’altare dei secoli XVI, XVII e XVIII, oltre a un crocifisso ligneo e alla statua lignea di S. Antonio di Padova del ‘500.

Tratto da: Atlante dei centri della Marsica.

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Ospitalità e servizi

San Giovanni Battista in Cèlano fu fondata nella seconda metà del duecento per opera di Ruggero I di Cèlano, figlio del celebre Tommaso, Conte di Albe, Cèlano e Molise. Si trovava all’interno del nuovo castrum di Cèlano sul Colle di S. Flaviano. Questa chiesa divenne la più potente chiesa feudale della Marsica, esente dal controllo vescovile e quindi nullius Dioecesis, da cui dipendevano le chiese di Cerchio, S. Potito, Ovìndoli e Rovere.

Durante il XIV secolo e soprattutto nella seconda metà del quattrocento, la chiesa fu arricchita da decorazioni pittoriche e architettoniche grazie alla generosità dei Conti di Cèlano, in particolare della famiglia Jacovella, e all’intervento di artisti di scuola aquilana, come il rinomato Andrea De Litio di Lecce dei Marsi. Altri lavori, meno significativi, furono eseguiti sotto i Piccolomini, tra cui il portone ligneo della fine del ‘500 voluto da Costanza Piccolomini d’Aragona.

Nel 1584, l’indipendenza della chiesa celanese venne meno sotto il Vescovo dei Marsi Matteo Colli, quando il suo Preposto fu privato della Mitra e del Pastorale e costretto all’obbedienza verso il presule marsicano. Un terremoto degli inizi del settecento causò il crollo del presbiterio e dell’abside, che furono ricostruiti nel 1706 con interventi in stile tardo-barocco.

Un altro grave terremoto nel 1915 distrusse la sagrestia e locali annessi. La chiesa fu quindi restaurata, riportando alla luce affreschi quattrocenteschi nella navata laterale destra e ricostruendo le volte ogivali della navata centrale. La facciata, di forma a capanna e divisa in due da una cornice orizzontale, è delimitata da due lesene laterali. Presenta un portale a strombo archivoltato quattrocentesco di scuola aquilana, con una lunetta superiore affrescata raffigurante la Madonna con Bambino fra S. Giovanni Evangelista e Papa Bonifacio IV, opera della scuola di Andrea De Litio.

Il prezioso portone in legno di castagno a due battenti della fine del cinquecento è ben conservato e presenta i Santi Giovanni Avangelista e Battista, stemmi dei Piccolomini e di Aragona-Castiglia e due rosoni. In cima, il bel rosone rinascimentale di stile gotico-fiorito è sovrastato da un timpano con una cornice modanata, sormontata da una teoria di archetti intrecciati. L’interno è diviso in tre navate da arcature ogivali poggianti su possenti pilastri ottagonali, mentre la copertura a crociera della navata centrale non è originale; è il risultato del restauro di Gavini successivo ai danni del sisma del 1915.

Santa Maria Valleverde fu voluta da Leonello di Acclozamora e Jacovella dei Conti Ruggeri di Cèlano a metà del quattrocento, ma la sua realizzazione fu completata sotto i Piccolomini nel 1508. Il documento di fondazione, Sanctae Mariae de Valleviridi, fu indirizzato da Giulio II a Giovanna Piccolomini d’Aragona. Con il cinquecento, grazie ai Piccolomini, la chiesa fu abbellita con cappelle affrescate, una cripta, un coro ligneo, un refettorio e due splendide pale d’altare.

Il convento, con un bellissimo chiostro che arrivò a ospitare fino a 50 frati, fu soppresso da Gioachino Murat nel 1809. Dopo essere stato danneggiato dal terremoto del 1915, fu restaurato nel 1932, ripristinando così il ritorno definitivo dei frati. Attualmente, parte del convento è utilizzata come centro polivalente con un piccolo museo annesso e una ricca Biblioteca di S. Maria Valleverde, in continuo accrescimento grazie alla cura amorevole di P. Osvaldo Lemme.

La chiesa si presenta con una facciata a coronamento orizzontale, divisa in due parti da una cornice mediana. Il portale a strombo archivoltato, di scuola aquilana, è datato 1508 e sovrastato da un ampio finestrone voltato con lo stemma dei sovrani di Aragona-Castiglia. Sull’architrave del portale si trova l’Agnus Dei con stendardo dei Piccolomini e un’iscrizione con data 1508 in latino. Nella lunetta superiore è presente un affresco raffigurante la Madonna con Bambino tra Santi Francesco e S. Giovanni da Capestrano.

Il retro dell’edificio mostra un elegante abside poligonale decorato da monofore tardo-gotiche trilobate. L’interno francescano, a unica navata con volta a crociera, presenta tre cappelle laterali affrescate: la terza ha pregevoli affreschi delle Storie della Vergine, opera del pittore veneziano Paolo Zoppare del 1558. Sulla parete destra, in alto, sono esposte due belle pale d’altare: una raffigurante la Natività, di scuola umbro-senese dei primi decenni del ‘500, e l’altra di Gesù e il Cireneo, attribuita al celebre Giovanni Antonio Bazzi, noto come “il Sodoma”, datata tra il 1525 e il 1530.

San Francesco in Tagliacozzo ha una storia ricca e affascinante. Un Diurno del XV secolo, attribuito al tagliacozzano Girolamo de’ Jacobutiis, Vescovo di Veroli, menziona la consacrazione dell’altare maggiore il 20 novembre 1233, sebbene l’autenticità di questo documento possa essere messa in discussione. È certo, però, che a metà del duecento esisteva già un cantiere francescano attivo in Tagliacozzo, come confermato dalla Bolla di Innocenzo IV del 17 giugno 1252, probabilmente avviato dal beato Tommaso da Cèlano.

Significativi furono gli interventi realizzati dalla famiglia Orsini nel XIV secolo e nella seconda metà del XV, che portarono al completamento della facciata tardo-gotica, firmata in alto dallo stemma della famiglia feudale, poi abraso per volere dei Colonna, successori degli Orsini nella contea di Tagliacozzo. Tra la fine del ‘500 e i primi del ‘600, il convento adiacente subì ampliamenti a opera dei Colonna, incluso il chiostro con al centro una cisterna dotata di una vera quadrata ornata di pilastrini, datata 1692. Nel 1608 le volte dell’androne e le lunette del porticato furono affrescate.

Nel XVIII secolo, l’interno della chiesa fu soggetto a barocizzazione, con la creazione di altari e decorazioni rococò. Nel 1809, con la soppressione napoleonica degli istituti religiosi e l’allontanamento dei frati, la struttura fu riadattata come ufficio comunale e in seguito come scuola. Negli anni ’60 del secolo scorso, sia la chiesa che il convento furono restaurati, eliminando le sovrastrutture decorative settecentesche e consentendo il ritorno dei Francescani.

La facciata, in origine coronata da archetti ciechi, è strutturata secondo il modello della seconda metà del XV secolo. Essa è divisa in due parti da una cornice con un Agnus Dei centrale, che delimita il portale tardo-gotico di scuola aquilana dal grande rosone a ruota sovrastante, simile a quello di S. Maria della Tomba di Sulmona. Sopra il rosone, è scolpito lo stemma degli Orsini, che furono responsabili del completamento quattrocentesco dell’edificio cultuale e dei cui cardinali, Jacopo e Giovanni, vi sono le spoglie.

All’interno, la chiesa presenta una unica navata con tre campate coperte da volte a crociera e un presbiterio rialzato. Sulla parete sinistra si trova una nicchia che custodisce le spoglie del beato Tommaso da Cèlano, primo biografo di S. Francesco, morto nel monastero femminile di S. Giovanni di Valle dei Varrì nel 1260 e, nel ‘500, traslato nella chiesa tagliacozzana. Nei transetti, nella sagrestia e sulle pareti delle campate risiedono pale d’altare dei secoli XVI, XVII e XVIII, oltre a un crocifisso ligneo e alla statua lignea di S. Antonio di Padova del ‘500.

Tratto da: Atlante dei centri della Marsica.

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