Negli acquerelli di Edward Lear, il pittore e diarista inglese che visitò le zone del Fùcino verso il 1850, il lago appare immobile e quasi disabitato, tuffato tra sponde di canneti, con qualche barca approdata sulla solitudine acquitrinosa d’una riva: poco più che un lago morto, intriso di malinconia. Lungo la strada tra Luco e Avezzano, il fianco della montagna è tutto segnato dall’erosione causata dalle sue ondate lungo i millenni della sua storia, che indica, come su un grafico, il progressivo decrescere del suo livello.
A nord di Avezzano, le cave di Cisolino mostrano stratificazioni alterne di sabbia e di ghiaia, segno dell’alterno avanzare e ritrarsi del lago. La gola dove oggi sorge Capistrello non si spiegherebbe senza pensare all’opera di scavo delle sue acque, quando andavano a traboccare verso la sottostante valle del Liri. Ai piedi del Velino, la collina morenica di Albe indica il limite in cui i ghiacciai si scioglievano per rovesciarsi e confondersi col lago. Tra Albe e Massa D’Albe è ancora visibile il letto singolarmente regolare e profondo d’un fiume ormai secco. In cima al Salviano ci sono sassi con concrezioni di conchiglie che attestano il livello che il Fùcino dovette raggiungere in ere passate.
Insomma, ovunque ci si volga, si legge scritta sulle cose una lunghissima e mossa storia geologica, i cui protagonisti sono il Fùcino e le montagne che lo serrano. Il lago ha segnato in maniera incommensurabile anche la storia degli uomini che hanno abitato queste zone. A partire dai cavernicoli appiattati in vista di esso, nelle cavità delle pareti rocciose che lo contornano, essi più tardi scesero in basso per costruirsi probabilmente dei villaggi su palafitte, finché non passarono a insediamenti meno precari, i paesi che tuttora vediamo in corona lungo i bordi del lago, salvo Ortucchio, I’Hortuculus, il piccolo giardino, l’isolotto dal quale gli abitanti partivano in zattera con le greggi per portarle a pascolare sulle vicine pendici.
Il Fùcino ha cioè determinato e accompagnato le condizioni di vita delle popolazioni, ne ha imposto gli insediamenti, suscitato le costumanze, influenzato il carattere, improntato la cultura e condizionato le scelte economiche. Più tardi, quand’esso è stato prosciugato, ha influenzato passioni e lotte politiche. È insomma tanto prima che dopo il suo prosciugamento che gli uomini si sono modellati incommensurabilmente in rapporto con esso. Prima attraverso lentissimi sviluppi decisi dai secoli, com’era inevitabile per una popolazione serrata e quasi segregata lungo una striscia di terra stretta tra l’acqua e i massicci montagnosi, e dove quindi tradizioni e usanze si sono accumulate per pigri sedimenti. Sono anzi rimaste chiuse, come in una custodia, sicché poche genti, come quelle del Fùcino, hanno serbato un’impronta autoctona.
Dopo, subendo una rapidissima accelerazione, il mondo del Fùcino è diventato non solo un caso a parte nella mappa della realtà socio-economica italiana, ma un test di problemi civili e politici che non senza ragione sono corsi parallelamente a quelli di cent’anni di vita nazionale unitaria. Curiosamente, il Fùcino, questo lago che, a quanto ne so, è stato assai poco prodigo di miti e di leggende, ha avuto, in misura maggiore che qualsiasi altro lago italiano, la virtù di accendere la fantasia degli ingegneri e di attirarli verso l’impossibile. In questo modo, è emersa una sua leggenda da un versante affatto insolito.
Non penso soltanto ai progetti di prosciugamento tentati nell’antichità, in particolare, la galleria scavata ai tempi di Claudio, che ha rappresentato un raggiungimento tecnico d’un’audacia non più eguagliata per quasi due millenni. Penso anche a un libricino da me pescato a Napoli, su una bancarella, secondo il quale, nei sogni di un ingegnere militare dei primi decenni del secolo scorso, il Fùcino sarebbe dovuto diventare il fulcro d’un sistema di vie d’acqua destinato a congiungere il Tirreno all’Adriatico.
Questo è un segno, seppur per vie paradossali, che il Fùcino significa insieme una geografia e una storia, e indissolubilmente un paesaggio e un nodo di problemi. Perciò, tracciare la storia di un lago come questo è come tracciare la storia di una cosa viva, osservare l’evoluzione di un luogo geografico e un destino umano, assistere al farsi di un modo d’essere e al crescere di una coscienza.
Tratto da: Mario Pomilio.