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Forme

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Riscopri la storia secolare di Forme attraverso il manoscritto del 1768 di Don Giustino De Andreis, che illumina segreti e dinamiche della Marsica.

Il manoscritto di Don Giustino De Andreis del 1768, redatto per conto del vescovo, rappresenta la fonte più antica riguardante il paese di Forme. In esso, De Andreis narra eventi storici significativi e menziona la Collegiata di Alba, alla quale Forme apparteneva insieme ad altre ville. Il manoscritto rivela come Forme fosse già un centro vivace nei secoli passati, menzionando la predicazione di San Marco Galileo nella storica Alba Fucens nel 46 d.C. e il ruolo della Chiesa nella diffusione del cristianesimo nell’area.

Le informazioni sulla Collegiata di Alba rivelano che, dal 975 al 984, essa contava dieci canonici e la Chiesa di Forme era parte di questa struttura. Il distacco delle ville dalla Collegiata, iniziato nel 1602, portò alla necessità di un’autonomia religiosa e amministrativa, contribuendo alla crescita di Forme come comunità indipendente. Questo periodo vide anche l’imposizione di una tassa per il distacco, con Forme che contava 79 fuochi, il numero più elevato della zona.

Dopo una fase di transizione, con varie famiglie note, come i Cici e gli Alessandri, che abitavano Forme, il Corsignani nel 1738 lo descriveva come un luogo strategico con acquedotti, rendendo il villaggio attraente per la sua posizione rispetto a Alba. Nel 164 d.C., il martirio di tre cristiani avvenuto in questa località aggiunge un altro strato alla sua narrativa storica. Documenti storici, come quelli di Muzio Febonio, attestano che le fonti d’acqua erano vitali per la comunità, influenzando il termine stesso “Forme”.

Con la caduta di Alba, il centro di gravità economica e sociale si spostò verso Massa-Corona nella prima metà del XIX secolo; successivamente, all’inizio del XX secolo, la pastorizia divenne l’attività principale in Forme. L’emigrazione verso le Americhe e l’Europa in cerca di opportunità economiche fu un fenomeno significativo durante e dopo le guerre mondiali. Tuttavia, il villaggio si è mantenuto con circa 400 abitanti, diversificando le attività tra agricoltura e artigianato, affermandosi anche nel settore agro-zootecnico e raggiungendo numeri significativi in termini di bestiame.

Oggi, Forme continua a svilupparsi, mantenendo vive le tradizioni comuni pur affrontando le sfide della modernità e contribuendo alla storia della Marsica.

Il documento più antico che riporta notizie storiche del paese di Forme è forse il manoscritto di Don Giustino De Andreis, parroco dello stesso centro, redatto nel 1768 per conto del vescovo e nel quale sono riportate notizie riguardanti “Alba e delle sue Ville e delle Chiese”. Forme era una delle ville appartenenti alla Collegiata di Albe insieme a Massa Sottana (o inferiore), Massa Soprana (o superiore), S. Pelino, Antrosano e Castelnuovo.

Lo stesso documento, oltre a narrare fatti dei suoi tempi, fa riferimento a eventi degli anni 1000 e 1100 riguardanti prevalentemente la Chiesa, descrivendo a volte, con dovizia di particolari, i luoghi di culto di Forme e dei paesi vicini. Alla pagina 4 si riportano notizie circa una campagna di scavo ordinata dal Preside Provinciale Capredoni sulla collina di Albe in prossimità della chiesa di S. Maria, tentando una ricostruzione storica dell’insediamento della Cristianità in Albe.

Secondo De Andreis, fu S. Marco Galileo che, ordinato vescovo da S. Pietro, fu inviato a predicare la Fede Cattolica presso gli Equicoli, prima nella città di Alba, la più celebre dell’epoca (anno 46 e seguenti). La Chiesa, secondo i documenti consultati, sarebbe “la prima Nascente” in questa regione proprio ad Alba Fucens, già presente intorno al 237 d.C., poiché di quel periodo è la predicazione del vangelo ai popoli Marsi di S. Rufino Vescovo e S. Cesidio, essendo papa S. Fabiano ed imperatore Massimino.

Il De Andreis riferisce ancora di aver letto personalmente in un documento “vecchio e logoro” dei Signori Blasetti di Alba notizie relative alla Collegiata di Alba, il raggruppamento di parrocchie che dipendevano da una Chiesa Madre, appunto S. Maria di Alba. Operante negli anni 975-984 sotto papa Benedetto VII, contava dieci canonici. Documenti del 1575 riferiscono di sei canonici obbligati “di portarsi a dir messa nelle rispettive Ville, cioè a Forme, S. Polino, Castelnuovo, Massa di Sopra (o Corona), Massa di Sotto e Antrosano.

Dal 1602, le ville si staccarono dalla Collegiata e furono tutte nella necessità di provvedere da per loro del prete. Ciò comportò una divisione territoriale, poiché ogni centro, come Castelnuovo e S. Pelino, rimase unito alla Collegiata di Albe ancora per circa 100 anni, dotandosi ognuno del proprio “Catasto” e prendendo il nome di Università con tanto di “Suggello” (sigillo).

Il Monte Velino rimase in promiscuità tra tutte le Università e ville residue, mentre altri monti e coste furono assegnati ai rispettivi paesi e chiamati “Difesa”. Attualmente, tra l’abitato di Forme e Massa D’Albe esiste ancora una collina chiamata “Difesa” per il pascolo degli animali. Alla separazione tentò di opporsi il Principe Marcantonio Colonna, ritenendo utile tenere unite le ville ad Alba per la sua migliore protezione.

Le ville intenzionate a separarsi, tra cui Forme, Massa, Castelnuovo e Antrosano, ottennero dal Camerario di Napoli l’autorizzazione a separarsi dietro pagamento di una tassa chiamata “Colletta”, commisurata al numero dei “Fuochi” (famiglie). All’epoca, Forme contava 79 fuochi e stava per superare i 90. Considerando che in tempi recenti (80-100 anni fa) i nuclei familiari contavano mediamente 15-20 persone, si può dedurre che tra il 1600 e il 1650 gli abitanti di Forme si aggirassero intorno alle 1500 unità.

Documentazione di tali casati si trova nella raccolta di “Segnalazioni di Fonti Notarili inedite per la Storia della Marsica – Anni 1506-1810” di Ugo Speranza. Vivevano in Forme famiglie quali Orazio Cici, Angelina Alessandri, Giacomo Volpe, Domenico Orlandi e altri, oggi totalmente sconosciuti. Monsignor Pietro Antonio Corsignani, vescovo di Venosa, nella sua “Reggia Marsicana, ovvero Memorie Topografico-Storiche”, edito a Napoli nel 1738, parla di “un altro castello delle Forme” nella salita del Monte Magiolo, descrivendo gli acquedotti presenti.

Nelle “Cronache Cassinesi” (libro I cap. 36 e libro 3 cap. 39) non si descrivono i luoghi delle Forme, ma, secondo Corsignani, si nominano le chiese del luogo: S. Antimo, S. Benedetto, S. Donato, e “S. Pietro delle Forme”, spettante alla Marsicana Diocesi, con ampia bolla di Callisto II fin dall’anno 1123. Questo luogo è descritto come “situato in una Via molto amena, circondato da ridenti prati e con buone albergherie, abbondante di gente industriosa, massimamente nel negozio dell’olio.

Corsignani riferisce che il castello rimase famoso per il martirio di tre Cristiani avvenuto intorno al 164 d.C. per ordine di Lucio Aurelio Antonino Vero, durante un soggiorno nella “Provinicia”. Ciò è avvenuto per invidia alla Cattolica Religione e riguardò tre gloriosi seguaci di GIESUCHRISTO, di nome Vittore, Giovanni e Stefano.

Nella “Istoriae Marsosurm”, Muzio Febonio (XVII sec.) riprende quanto contenuto nelle Cronache Cassinesi, scrivendo: “Ad oriente di Alba, a circa duemila passi dal Monte Magnola, v’è un altro villaggio chiamato Forme dagli acquedotti, che portano acqua.” Si ricorda che la città di Alba era servita dall’acquedotto che convogliava acqua da S. Eugenia e Formarotta, zone che si trovano nel territorio di Forme.

Nella stessa opera, a pagina 164 del III libro, Febonio cita Forme parlando della sua sterilità agricola: “Non è errato attribuire la sterilità alla violenza delle acque spesso irrompenti.” Ricorda di una fortissima pioggia che anni or sono devastò il borgo, distruggendo case e trascinando via uomini che giacevano nei letti. La zona, pur coperta di alberi, specialmente di meli, peri e noci, rimase compromessa dalla furia delle acque.

Nel documento di De Andreis, si parla però di un gradevole luogo di soggiorno, un tempo frequentato dai potenti che visitavano la città di Alba. “Il luogo delle Forme doveva essere comodo, dato che il trasporto avveniva con carrozze solo da Alba e, in estate, era molto frequentato per il clima fresco e temperato.” Attestando che intorno all’anno 1500 il paese contava un centinaio di fuochi, rilevabili dai catasti di Albe.

De Andreis afferma che, già prima della sua epoca, Forme doveva essere il centro più popoloso, deducendo dal dimensionamento della chiesa e della pisside, inferiori solo a quelle di Albe. Nel 1763, De Andreis intendeva avviare un’opera di restauro del luogo di culto, ma ci furono dissidi tra abitanti che erano favorevoli alla costruzione di un nuovo edificio e coloro che appoggiavano l’idea del Curato per un restauro.

Infine, prevalse l’idea di edificare una nuova chiesa, attraverso la raccolta di fondi presso i parrocchiani, ai quali contribuirono i Colonna con circa 100 ducati. Nel 1763 fu benedetto “il primo sasso”. Il vecchio Curato desiderava intitolare la nuova chiesa a S. Teodoro, ma non vi fu accordo, tanto che De Andreis volle intitolarla a Maria Vergine, presentata nel tempio a S. Anna.

Dopo la posa della prima pietra, i lavori rimasero fermi per undici anni, infine nel 1774 furono innalzate le mura, e sei anni più tardi terminò la copertura. De Andreis menziona altre due chiese nei dintorni di Forme, una delle quali, intitolata a S. Clemente, era situata in località S. Chiumento, e la seconda, sulla strada per Castelnuovo, conteneva una statua lignea della Madonna del Pubblico, molto frequentata nei giorni di sabato e domenica.

Successivamente, tale statua fu traslata presso la Chiesa di S. Teodoro in Forme, dove si trova tuttora, e la Madonna venne rinominata dal popolo Madonna delle Grazie. Alla fine del 1700, Alba cominciò a perdere importanza e in epoca murattiana, il centro del comune si spostò verso il più popoloso Massa-Corona, realizzando una aggregazione civica che includeva Massa, Corona, Albe, Forme, Antrosano, Castelnuovo, S.Anatolia, e S. Pelino.

Nel 1812, S. Anatolia si separò dal Comune di Massa, e negli anni 60 passarono al comune di Avezzano anche S. Pelino, Antrosano, e Castelnuovo. In una relazione dell’Archivista Provinciale per l’anno 1881, si elencavano gli stemmi di ogni Università della provincia, incluso lo stemma di Forme, costituito da cinque monti con una croce sovrastante e una croce al centro, affiancata da due stelle.

Attualmente, il Comune di Massa d’Albe è costituito dal capoluogo Massa e dalle frazioni di Albe e Forme. Fino agli inizi del 1900, gran parte del territorio di Forme era posseduto dai principi Colonna di Avezzano, specialmente il gruppo montuoso della Magnola, ricco di pascoli in alta quota. Dopo la prima guerra mondiale, la proprietà passò a allevatori locali.

Nel periodo interbellico, l’occupazione prevalente degli abitanti di Forme era la pastorizia, a cui si dedicava quasi tutta la popolazione maschile. I maschi venivano reclutati per tale attività fin dall’adolescenza. Durante la stagione estiva, il patrimonio di circa quindicimila ovini veniva ospitato sui pregiati pascoli del Monte Magnola e poi trasferito per l’inverno verso l’agro romano.

Il trasferimento avveniva tramite treno, con caricamenti presso la stazione ferroviaria di Cappelle dei Marsi. Gli abitanti più anziani ricordano ancora quelle carovane interminabili di ovini che attraversavano le strade del paese. In questo periodo iniziò anche l’emigrazione, con molte famiglie formesi che si trasferirono nelle Americhe e poi in Francia, Svizzera e Germania.

Dopo la II guerra mondiale, molte famiglie si trasferirono in altre città d’Italia, soprattutto a Roma. Il fenomeno migratorio si arrestò definitivamente negli anni 60. Attualmente, la popolazione conta circa 400 anime e non si può parlare di un’attività prevalente, poiché vi è una presenza di artigiani, commercianti, impiegati e professionisti.

Rilevante è l’attività agro-zootecnica, che ha subito un’evoluzione significativa negli ultimi trent’anni: l’agricoltura si è orientata quasi esclusivamente verso la produzione foraggifera necessaria per l’allevamento, contribuendo così a uno sviluppo importante dell’attività zootecnica, oggi considerata tra le più importanti dell’intera regione abruzzese, con circa 700 capi di bovini, 400 equini e circa 1500 ovini.

Tratto da: [fonte/autore].

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Ospitalità e servizi

Il documento più antico che riporta notizie storiche del paese di Forme è forse il manoscritto di Don Giustino De Andreis, parroco dello stesso centro, redatto nel 1768 per conto del vescovo e nel quale sono riportate notizie riguardanti “Alba e delle sue Ville e delle Chiese”. Forme era una delle ville appartenenti alla Collegiata di Albe insieme a Massa Sottana (o inferiore), Massa Soprana (o superiore), S. Pelino, Antrosano e Castelnuovo.

Lo stesso documento, oltre a narrare fatti dei suoi tempi, fa riferimento a eventi degli anni 1000 e 1100 riguardanti prevalentemente la Chiesa, descrivendo a volte, con dovizia di particolari, i luoghi di culto di Forme e dei paesi vicini. Alla pagina 4 si riportano notizie circa una campagna di scavo ordinata dal Preside Provinciale Capredoni sulla collina di Albe in prossimità della chiesa di S. Maria, tentando una ricostruzione storica dell’insediamento della Cristianità in Albe.

Secondo De Andreis, fu S. Marco Galileo che, ordinato vescovo da S. Pietro, fu inviato a predicare la Fede Cattolica presso gli Equicoli, prima nella città di Alba, la più celebre dell’epoca (anno 46 e seguenti). La Chiesa, secondo i documenti consultati, sarebbe “la prima Nascente” in questa regione proprio ad Alba Fucens, già presente intorno al 237 d.C., poiché di quel periodo è la predicazione del vangelo ai popoli Marsi di S. Rufino Vescovo e S. Cesidio, essendo papa S. Fabiano ed imperatore Massimino.

Il De Andreis riferisce ancora di aver letto personalmente in un documento “vecchio e logoro” dei Signori Blasetti di Alba notizie relative alla Collegiata di Alba, il raggruppamento di parrocchie che dipendevano da una Chiesa Madre, appunto S. Maria di Alba. Operante negli anni 975-984 sotto papa Benedetto VII, contava dieci canonici. Documenti del 1575 riferiscono di sei canonici obbligati “di portarsi a dir messa nelle rispettive Ville, cioè a Forme, S. Polino, Castelnuovo, Massa di Sopra (o Corona), Massa di Sotto e Antrosano.

Dal 1602, le ville si staccarono dalla Collegiata e furono tutte nella necessità di provvedere da per loro del prete. Ciò comportò una divisione territoriale, poiché ogni centro, come Castelnuovo e S. Pelino, rimase unito alla Collegiata di Albe ancora per circa 100 anni, dotandosi ognuno del proprio “Catasto” e prendendo il nome di Università con tanto di “Suggello” (sigillo).

Il Monte Velino rimase in promiscuità tra tutte le Università e ville residue, mentre altri monti e coste furono assegnati ai rispettivi paesi e chiamati “Difesa”. Attualmente, tra l’abitato di Forme e Massa D’Albe esiste ancora una collina chiamata “Difesa” per il pascolo degli animali. Alla separazione tentò di opporsi il Principe Marcantonio Colonna, ritenendo utile tenere unite le ville ad Alba per la sua migliore protezione.

Le ville intenzionate a separarsi, tra cui Forme, Massa, Castelnuovo e Antrosano, ottennero dal Camerario di Napoli l’autorizzazione a separarsi dietro pagamento di una tassa chiamata “Colletta”, commisurata al numero dei “Fuochi” (famiglie). All’epoca, Forme contava 79 fuochi e stava per superare i 90. Considerando che in tempi recenti (80-100 anni fa) i nuclei familiari contavano mediamente 15-20 persone, si può dedurre che tra il 1600 e il 1650 gli abitanti di Forme si aggirassero intorno alle 1500 unità.

Documentazione di tali casati si trova nella raccolta di “Segnalazioni di Fonti Notarili inedite per la Storia della Marsica – Anni 1506-1810” di Ugo Speranza. Vivevano in Forme famiglie quali Orazio Cici, Angelina Alessandri, Giacomo Volpe, Domenico Orlandi e altri, oggi totalmente sconosciuti. Monsignor Pietro Antonio Corsignani, vescovo di Venosa, nella sua “Reggia Marsicana, ovvero Memorie Topografico-Storiche”, edito a Napoli nel 1738, parla di “un altro castello delle Forme” nella salita del Monte Magiolo, descrivendo gli acquedotti presenti.

Nelle “Cronache Cassinesi” (libro I cap. 36 e libro 3 cap. 39) non si descrivono i luoghi delle Forme, ma, secondo Corsignani, si nominano le chiese del luogo: S. Antimo, S. Benedetto, S. Donato, e “S. Pietro delle Forme”, spettante alla Marsicana Diocesi, con ampia bolla di Callisto II fin dall’anno 1123. Questo luogo è descritto come “situato in una Via molto amena, circondato da ridenti prati e con buone albergherie, abbondante di gente industriosa, massimamente nel negozio dell’olio.

Corsignani riferisce che il castello rimase famoso per il martirio di tre Cristiani avvenuto intorno al 164 d.C. per ordine di Lucio Aurelio Antonino Vero, durante un soggiorno nella “Provinicia”. Ciò è avvenuto per invidia alla Cattolica Religione e riguardò tre gloriosi seguaci di GIESUCHRISTO, di nome Vittore, Giovanni e Stefano.

Nella “Istoriae Marsosurm”, Muzio Febonio (XVII sec.) riprende quanto contenuto nelle Cronache Cassinesi, scrivendo: “Ad oriente di Alba, a circa duemila passi dal Monte Magnola, v’è un altro villaggio chiamato Forme dagli acquedotti, che portano acqua.” Si ricorda che la città di Alba era servita dall’acquedotto che convogliava acqua da S. Eugenia e Formarotta, zone che si trovano nel territorio di Forme.

Nella stessa opera, a pagina 164 del III libro, Febonio cita Forme parlando della sua sterilità agricola: “Non è errato attribuire la sterilità alla violenza delle acque spesso irrompenti.” Ricorda di una fortissima pioggia che anni or sono devastò il borgo, distruggendo case e trascinando via uomini che giacevano nei letti. La zona, pur coperta di alberi, specialmente di meli, peri e noci, rimase compromessa dalla furia delle acque.

Nel documento di De Andreis, si parla però di un gradevole luogo di soggiorno, un tempo frequentato dai potenti che visitavano la città di Alba. “Il luogo delle Forme doveva essere comodo, dato che il trasporto avveniva con carrozze solo da Alba e, in estate, era molto frequentato per il clima fresco e temperato.” Attestando che intorno all’anno 1500 il paese contava un centinaio di fuochi, rilevabili dai catasti di Albe.

De Andreis afferma che, già prima della sua epoca, Forme doveva essere il centro più popoloso, deducendo dal dimensionamento della chiesa e della pisside, inferiori solo a quelle di Albe. Nel 1763, De Andreis intendeva avviare un’opera di restauro del luogo di culto, ma ci furono dissidi tra abitanti che erano favorevoli alla costruzione di un nuovo edificio e coloro che appoggiavano l’idea del Curato per un restauro.

Infine, prevalse l’idea di edificare una nuova chiesa, attraverso la raccolta di fondi presso i parrocchiani, ai quali contribuirono i Colonna con circa 100 ducati. Nel 1763 fu benedetto “il primo sasso”. Il vecchio Curato desiderava intitolare la nuova chiesa a S. Teodoro, ma non vi fu accordo, tanto che De Andreis volle intitolarla a Maria Vergine, presentata nel tempio a S. Anna.

Dopo la posa della prima pietra, i lavori rimasero fermi per undici anni, infine nel 1774 furono innalzate le mura, e sei anni più tardi terminò la copertura. De Andreis menziona altre due chiese nei dintorni di Forme, una delle quali, intitolata a S. Clemente, era situata in località S. Chiumento, e la seconda, sulla strada per Castelnuovo, conteneva una statua lignea della Madonna del Pubblico, molto frequentata nei giorni di sabato e domenica.

Successivamente, tale statua fu traslata presso la Chiesa di S. Teodoro in Forme, dove si trova tuttora, e la Madonna venne rinominata dal popolo Madonna delle Grazie. Alla fine del 1700, Alba cominciò a perdere importanza e in epoca murattiana, il centro del comune si spostò verso il più popoloso Massa-Corona, realizzando una aggregazione civica che includeva Massa, Corona, Albe, Forme, Antrosano, Castelnuovo, S.Anatolia, e S. Pelino.

Nel 1812, S. Anatolia si separò dal Comune di Massa, e negli anni 60 passarono al comune di Avezzano anche S. Pelino, Antrosano, e Castelnuovo. In una relazione dell’Archivista Provinciale per l’anno 1881, si elencavano gli stemmi di ogni Università della provincia, incluso lo stemma di Forme, costituito da cinque monti con una croce sovrastante e una croce al centro, affiancata da due stelle.

Attualmente, il Comune di Massa d’Albe è costituito dal capoluogo Massa e dalle frazioni di Albe e Forme. Fino agli inizi del 1900, gran parte del territorio di Forme era posseduto dai principi Colonna di Avezzano, specialmente il gruppo montuoso della Magnola, ricco di pascoli in alta quota. Dopo la prima guerra mondiale, la proprietà passò a allevatori locali.

Nel periodo interbellico, l’occupazione prevalente degli abitanti di Forme era la pastorizia, a cui si dedicava quasi tutta la popolazione maschile. I maschi venivano reclutati per tale attività fin dall’adolescenza. Durante la stagione estiva, il patrimonio di circa quindicimila ovini veniva ospitato sui pregiati pascoli del Monte Magnola e poi trasferito per l’inverno verso l’agro romano.

Il trasferimento avveniva tramite treno, con caricamenti presso la stazione ferroviaria di Cappelle dei Marsi. Gli abitanti più anziani ricordano ancora quelle carovane interminabili di ovini che attraversavano le strade del paese. In questo periodo iniziò anche l’emigrazione, con molte famiglie formesi che si trasferirono nelle Americhe e poi in Francia, Svizzera e Germania.

Dopo la II guerra mondiale, molte famiglie si trasferirono in altre città d’Italia, soprattutto a Roma. Il fenomeno migratorio si arrestò definitivamente negli anni 60. Attualmente, la popolazione conta circa 400 anime e non si può parlare di un’attività prevalente, poiché vi è una presenza di artigiani, commercianti, impiegati e professionisti.

Rilevante è l’attività agro-zootecnica, che ha subito un’evoluzione significativa negli ultimi trent’anni: l’agricoltura si è orientata quasi esclusivamente verso la produzione foraggifera necessaria per l’allevamento, contribuendo così a uno sviluppo importante dell’attività zootecnica, oggi considerata tra le più importanti dell’intera regione abruzzese, con circa 700 capi di bovini, 400 equini e circa 1500 ovini.

Tratto da: [fonte/autore].

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