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L’Acquedotto

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Scopri i segreti di un antico acquedotto romano a Fùcino, un viaggio tra storia e archeologia lungo le tracce dimenticate di Alba.

I resti di un pilone dell’acquedotto albense, risalente all’età sillana, si trovano in località Arci, all’incrocio delle strade verso Forme e Alba. Questa struttura in opera cementizia è rivestita da blocchi poligonali e si estende per circa cento metri, con evidenti segni del condotto antico che porta verso Forme.

Il percorso dell’acquedotto origina da Forme e prosegue verso Capo La Maina, seguendo l’antica via Alba-Aveia. Durante il tragitto, si possono osservare resti significativi, inclusi quelli di un sifone quadrato nei pressi di Casale e il sito di “Forma Rotta”, prima di giungere alla sorgente di Santa Eugenia. L’acquedotto si connetteva anche a sorgenti locali, come avveniva a Capo La Maina, dove è stata rinvenuta un’iscrizione che documenta un rifacimento dell’acquedotto nella seconda metà del I secolo a.C.

L’iscrizione riporta il nome di Quadrato e Lucio Petiolano, che si assunsero il compito dell’adduzione dell’acqua a proprie spese, in seguito a un decreto del Senato. Questo intervento includeva la ricostruzione delle chiuse e del canale, un chiaro esempio della grande importanza data all’approvvigionamento idrico nella Marsica.

Tratto da: prof. Giuseppe Grossi.

Fuori dell’abitato, sull’incrocio fra le strade che portano a Forme e Alba, in località Arci, si trovano i resti di un pilone dell’acquedotto albense di età sillana. Questo è un nucleo di opera cementizia, rivestito da blocchi di opera poligonale, indicativo della presenza di un sifone. Del condotto antico si notano i resti affioranti nel terreno per un centinaio di metri verso Forme.

Il percorso dell’acquedotto raggiungeva dapprima Forme, poi Capo La Maina, lungo la via antica Alba-Aveia. Successivamente, passando per Casale, dove si possono osservare i resti di un sifone quadrato, e per “Forma Rotta”, raggiungeva la grande sorgente di Santa Eugenia.

A Forme, tramite canali di captazione, si collegava ad alcune sorgenti locali. La stessa cosa accadeva a Capo La Maina, dove fu rinvenuta un’iscrizione relativa a un rifacimento dell’acquedotto. Questo rifacimento riguardava un canale di adduzione, databile nella seconda metà del I secolo a.C.

L’iscrizione recita: “fguJadratus L. Petiolanus / /aquaJm addu/cegndam (decurionum) s(ententia) curavere sua //impensa, specugs /sapta.J rivonque refecerun”. In traduzione: “Quadrato e Lucio Petiolano curarono l’adduzione dell’acqua a seguito di un decreto del Senato, a loro spese, e ricostruirono le chiuse e il canale.”

Questi resti archeologici testimoniano l’importanza degli acquedotti nell’antica Alba, evidenziando la complessità delle opere idrauliche realizzate in età romana. La presenza di iscrizioni e strutture architettoniche specifiche offre un notevole spaccato sulla gestione delle risorse idriche e sull’ingegneria dell’epoca.

La zona di Forme e Arci è dunque un importante punto di riferimento per comprendere le tecniche e le pratiche legate all’approvvigionamento dell’acqua, che era fondamentale per le comunità antiche. La cura e l’attenzione posta dai decurioni e dai cittadini locali evidenziano un forte senso di responsabilità nella gestione delle infrastrutture pubbliche.

Guadagnando conoscenza su tali resti, possiamo non solo apprezzare l’ingegneria antica, ma anche riconoscere la continua interazione fra uomo e ambiente nel corso dei secoli.

Tratto da: Testi del prof. Giuseppe Grossi.

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Fuori dell’abitato, sull’incrocio fra le strade che portano a Forme e Alba, in località Arci, si trovano i resti di un pilone dell’acquedotto albense di età sillana. Questo è un nucleo di opera cementizia, rivestito da blocchi di opera poligonale, indicativo della presenza di un sifone. Del condotto antico si notano i resti affioranti nel terreno per un centinaio di metri verso Forme.

Il percorso dell’acquedotto raggiungeva dapprima Forme, poi Capo La Maina, lungo la via antica Alba-Aveia. Successivamente, passando per Casale, dove si possono osservare i resti di un sifone quadrato, e per “Forma Rotta”, raggiungeva la grande sorgente di Santa Eugenia.

A Forme, tramite canali di captazione, si collegava ad alcune sorgenti locali. La stessa cosa accadeva a Capo La Maina, dove fu rinvenuta un’iscrizione relativa a un rifacimento dell’acquedotto. Questo rifacimento riguardava un canale di adduzione, databile nella seconda metà del I secolo a.C.

L’iscrizione recita: “fguJadratus L. Petiolanus / /aquaJm addu/cegndam (decurionum) s(ententia) curavere sua //impensa, specugs /sapta.J rivonque refecerun”. In traduzione: “Quadrato e Lucio Petiolano curarono l’adduzione dell’acqua a seguito di un decreto del Senato, a loro spese, e ricostruirono le chiuse e il canale.”

Questi resti archeologici testimoniano l’importanza degli acquedotti nell’antica Alba, evidenziando la complessità delle opere idrauliche realizzate in età romana. La presenza di iscrizioni e strutture architettoniche specifiche offre un notevole spaccato sulla gestione delle risorse idriche e sull’ingegneria dell’epoca.

La zona di Forme e Arci è dunque un importante punto di riferimento per comprendere le tecniche e le pratiche legate all’approvvigionamento dell’acqua, che era fondamentale per le comunità antiche. La cura e l’attenzione posta dai decurioni e dai cittadini locali evidenziano un forte senso di responsabilità nella gestione delle infrastrutture pubbliche.

Guadagnando conoscenza su tali resti, possiamo non solo apprezzare l’ingegneria antica, ma anche riconoscere la continua interazione fra uomo e ambiente nel corso dei secoli.

Tratto da: Testi del prof. Giuseppe Grossi.

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