Il 13 gennaio 1915 gli aghi dei sismografi di tutta Italia e d’Europa iniziarono a oscillare parossisticamente con un’ampiezza inaudita. Questa ampiezza si ridusse man mano che ci si allontanava dall’epicentro, ma i segnali del terremoto furono percepiti ovunque nel mondo. In Italia, le onde si propagaronno lungo tutta la dorsale Appenninica e il sisma fu distintamente avvertito fino a Parma. Verso meridione, le scosse furono percepibili a Potenza (De Magistris).
La zona in cui si manifestarono i massimi effetti del terremoto fu quella corrispondente all’epicentro, nota come conca Fucense, allora già completamente prosciugata dell’antico lago. Quest’ampia superficie pianeggiante, di poco meno di duecento chilometri quadrati, era costituita da roccia calcarea carsica, fessurata e con inghiottitoi e voragini. La conca ha sempre rappresentato la cuppa di raccolta delle acque dell’ampio impluvio e queste venivano assorbite dalle fessure e dalle concamerazioni del fondo. Man mano che le acque scendevano, portavano con sé rocce, sassi, detriti, polveri e terre che, sedimentando, iniziarono ad ostruire dapprima le fessure e poi, col tempo, anche gli inghiottitoi maggiori.
Il fondo della conca cominciò a trattenere le acque, che contribuivano a impermeabilizzarlo depositando detriti organici, creando un materiale sigillante. Nel corso dei millenni, il fondo si arricchì di depositi alluvionali sempre più spessi e fertili, che si accumulavano anche sui pendii circostanti l’antico invaso. Su questi fertili terreni alluvionali nacquero inizialmente piccoli insediamenti, che divennero via via più significativi, ma anche più vulnerabili in caso di terremoti a causa della favorevole trasmissione degli effetti delle onde sismiche.
Il terremoto del 13 gennaio 1915 ebbe come epicentro la conca Fucense. Le onde sismiche svilupparono la loro energia sul massiccio strato alluvionale che costituiva il fondo del lago e che risaliva attorno ai bordi dell’invaso, dove si trovavano gli abitati di Avezzano, Pescina, San Benedetto dei Marsi, Ortucchio e numerosi altri centri minori.
Tutti questi centri furono colpiti così duramente dal sisma da essere praticamente distrutti. Nel 1915, la città di Avezzano contava circa 11.200 abitanti; il 95% dei suoi edifici venne distrutto e più di diecimila persone morirono sotto le macerie. Solo un migliaio di abitanti si salvarono, molti dei quali non perché riuscirono a fuggire, ma semplicemente perché si trovavano all’aperto, in campagna. Quasi tutti i sopravvissuti dovettero la loro salvezza al mancato rispetto del giorno di riposo, dato che quel giorno, il 13 gennaio, era festivo.
Al contrario, una buona parte degli abitanti di Ortucchio e di Cerchio, principalmente donne, perse la vita, poiché in queste località si erano svolti cicli di prediche e ritiri spirituali culminati in una messa solenne al mattino del terremoto. Fu durante questa cerimonia che si scatenò il sisma; le chiese di Ortucchio e Cerchio andarono distrutte e centinaia di fedeli perirono sotto le macerie. Cerchio si trova prevalentemente su terreno roccioso, quindi risentì del terremoto in misura ridotta rispetto alle città e ai villaggi nella conca. Tuttavia, essa ebbe comunque circa cinquecento vittime, in gran parte dovute al crollo della chiesa.
Cerchio si erge su terreno compatto, mentre Ortucchio sorge su un basamento di detriti, tanto che a seconda delle escrescenze del lago, poteva diventare un’isola o terraferma. Non tutti i centri del Fùcino ebbero lo stesso destino; ad esempio, la cittadina di Trasacco, a metà strada tra Luco e Ortucchio, fu colpita solo nella parte lungo la fascia alluvionale, al limitare dell’invaso. Le case situate più in alto sulle propaggini rocciose del monte Carbonaro subirono danni minori, permettendo ai residenti della zona alta di salvarsi.
La città di Cèlano condivide una sorte simile, poiché è costruita in parte su detriti di falda e in parte sulla roccia. La parte alta subì danni meno gravi rispetto a quella bassa. Riferendosi all’epicentro del sommovimento, le onde sismiche si sentirono in aree distanti, come a Roma, dove una delle gigantesche statue crollò sul frontespizio della basilica di San Giovanni in Laterano. Gli effetti del sisma furono avvertiti in diversi altri luoghi, come Monterotondo nei pressi di Roma, e lungo il Tevere fino a Fiano, Morlupo e oltre, raggiungendo il massiccio del Soratte.
Il sisma fece sentire le sue conseguenze fino in Umbria, ben oltre Norcia, nelle Marche a Fermo, e lungo la bassa valle del Pescara a Manoppello e oltre verso il mare Adriatico. In Molise, la città di San Vincenzo al Volturno fu colpita, così come Sora nel Lazio meridionale. Il sisma continuò a correre verso sud lungo la valle del Liri. A sud-est e poi verso est, le scosse si sentirono sull’altipiano delle Cinquemiglia e lungo la conca di Sulmona sui versanti settentrionali della Majella.
I danni maggiori arrecati dal sisma furono grosso modo circoscritti entro un poligono che unisce i punti estremi citati. Tuttavia, a causa della meccanica di spostamento delle onde, i danni potevano risultare modesti in prossimità dell’epicentro e ricomparire in modo imponente più lontano, lungo una vallata o una cimosa alluvionale.
Tratto da: Luigi Marra e Gaetano Ferri.