Il regime del lago Fùcino era stato per lungo tempo stabile, con variazioni modeste, ad eccezione di fenomeni eccezionali di maggiore escrescenza. In età antica, il lago raggiunse i limiti di 171,5 kmq nel 137 a.C., come raccontato da Giulio Ossequente, che riferisce che il lago “cinque miglia inondò” del territorio fucense. Questa inondazione va calcolata dal centro del lago, come recentemente osservato dal Letta. In età contemporanea, dal settecento, ma soprattutto nel 1816, il lago raggiunse un’area di 165,1 kmq, spingendo all’accelerazione delle opere di prosciugamento borboniche.
L’innalzamento dei livelli lacustri nella prima metà del I secolo portò alla realizzazione di un primo progetto di intervento per regolarizzare i limiti lacustri, in un periodo che coincide con l’età di Cesare. Questo fenomeno di escrescenza lacustre era probabilmente dovuto alla diffusione della pratica della transumanza “orizzontale” e al relativo taglio dei boschi, attività iniziata nella seconda metà del II secolo a.C., che aumentò il flusso di acque torrentizie e ghiaia dai monti circostanti nell’alveo lacustre. Quest’azione portò a un incremento del livello medio delle acque, rendendo impossibile la coltivazione dei terreni intorno al lago. Ciò giustifica le richieste di intervento da parte dell’aristocrazia terriera locale, sia albense che marsa, e l’inizio del progetto romano cesariano, che però non fu mai completato a causa della morte di Cesare.
Nel 52 d.C., l’Imperatore Claudio portò a termine, oltre al prolungamento della via Valeria dal Fùcino fino a Ostia Aterni – Pescara (la Claudia Valeria), l’Emissario fucense che regolerà gli incostanti livelli lacustri con un limitato prosciugamento del Fùcino. Questo intervento consentì la regolare coltivazione delle terre emerse. Il lavoro, di dimensioni colossali per l’epoca, era voluto dall’imperatore romano e si basava parzialmente su un progetto precedente di Giulio Cesare, come riferito da Svetonio, con lo scopo di rendere coltivabile l’area circostante e migliorare la navigabilità del Liri.
Il progetto di Claudio non intendeva seccare il lago, ma piuttosto emettere le terre intorno al lago in modo da renderle stabilmente coltivabili. Della grandiosa opera raccontano Plinio il Vecchio, Svetonio, Tacito e Cassio Dione, riferendosi a un lavoro che durò ben 11 anni, dal 41 al 52 d.C., con l’impiego di 30.000 operai, come testimoniato da Svetonio. Le difficoltà del lavoro sono ben descritte da Plinio il Vecchio, unico testimone oculare dell’impresa. Egli parlò dell’accurata descrizione del traforo, dell’estrazione dei materiali dai pozzi con apposite macchine e della galleria scavata nella roccia in condizioni di quasi totale oscurità, affermando che « non possono essere concepite se non da chi le vide, né il linguaggio umano è capace di descriverle ».
Una stima credibile del numero degli operai impiegati nell’interno del condotto idraulico si aggira attorno a 2400 unità, ma solo con il concorso di militari, curatori, artigiani e direttori, si poteva raggiungere il numero descritto da Svetonio. La prima inaugurazione avvenne nel 52 d.C. e durante la grandiosa naumachia, l’afflusso debole delle acque causò lentezza nel deflusso. Ciò portò all’organizzazione di una seconda inaugurazione dopo che Narcisso, il liberto che dirigeva i lavori, aveva approfondito le condotte di presa. Questa seconda apertura avvenne mesi dopo, anche questa coronata da uno spettacolo gladiatorio, ma il maggiore afflusso di acqua fece sobbalzare il palco imperiale e provocò la rottura della diga d’ingresso. I successivi interventi di restauro, fino alla morte di Claudio nel 54 d.C., servirono a rendere stabile l’emissario, il quale assolveva alla sua funzione di stabilizzare i livelli lacustri.
Sotto l’impero di Traiano, si hanno notizie di interventi di restauro sull’opera, che durarono dal 114 al 117 d.C.. Questi lavori erano necessari per riparare i danni causati da una frana nel condotto sotterraneo. Una testimonianza diretta dell’impresa idraulica di Traiano è attesta ad Avezzano, dove un’iscrizione su base marmorea, ritrovata sotto l’altare maggiore della ricostruita chiesa collegiata di S. Bartolomeo, ricorda i lavori dell’imperatore per migliorare le opere di prosciugamento. Nella seconda metà del II secolo, solo con significativi miglioramenti, Adriano portò a termine il prosciugamento di gran parte del lago, fatta eccezione per la depressione del Bacinetto, che restò a testimoniare l’esistenza del Fùcino.
Durante il IV secolo, l’Emissario ricevette un distaccamento di marinai della flotta pretoria di Ravenna, mentre la sua cura era affidata a procuratori imperiali. Tra questi vi erano Onesimo e Nobile, i liberti imperiali preposti al controllo dell’opera. Si segnala che Onesimo eresse sulla testata dell’emissario all’Incile un tempio dedicato al culto della famiglia dei Cesari, ai Dei Lari e al Fùcino. In 149 d.C., per opera degli agrimensori sotto la direzione del centurione Cecilio Saturnino, avvenne la definitiva centuratio albense, che includeva le terre fucensi emerse dal prosciugamento.
Nel IV secolo, la Marsica fu interessata da un terribile terremoto che comportò interruzioni al canale di presa a cielo aperto e il crollo delle opere sulla testata dell’Incile. Il canale all’aperto fu diviso in due tronconi da due faglie causate dal terremoto, come dimostrato da recenti ricerche. Letta ha collocato la data del terremoto verso il 375 d.C., contemporanea a distruzioni segnalate a Benevento. Testimonianze di questo evento indicano una fase di abbandono dell’insediamento urbano verso la fine del IV secolo e la fine del funzionamento regolare dell’emissario romano è datata fra il 362 e il 380 d.C..
L’emissario fucense è considerato una delle più grandi opere idrauliche del mondo antico. Con un canale di presa a cielo aperto fatto di pali di legno, il suo Incile monumentale e il canale coperto scavato nelle rocce del Monte Salviano, lungo km 5.653 e dotato di 40 pozzi verticali e 10 cunicoli inclinati, rappresenta una realizzazione ingegneristica straordinaria. Lo sbocco sul Liri è ancora ben visibile nella località “Pisciacotta” di Capistrello. Nella medesima area sono rinvenuti resti di un monumento commemorativo dedicato a questa impresa.
Le prime testimonianze sull’area dell’Emissario nel Medioevo risalgono al IX secolo, menzionando documenti precedenti, a partire dall’anno 873. Qui, abbiamo notizie riguardo ai possessi del monastero di S. Angelo in Barregio e di interessi anche a S. Gregorio in Paterno, S. Salvatore in Avezzano e S. Antino alle Forme. Ulteriori informazioni giungono da donazioni tra il 981 e il 1072, evidenziando il legame dei nobili marsicani con i possessi sulle forme e il territorio circostante.
Nel XIII secolo, l’area descritta aveva cambiato nome in « ad Formas », assumendo quello di Penna dal nome della città marsa d’Angitia-Anxa. I benedettini di Luco edificarono la chiesa di S. Agnese e la vicina chiesa di S. Antimo alle Forme, con toponimi che persistevano fino al seicento, come quello « Grotta Santo Patre ». Il riconoscimento di queste storie serve a documentare l’importanza storica del Fùcino e della sua area nel contesto antico e medievale.
Tratto da: Giuseppe Grossi.