Generalmente, con il termine Castello si intende un edificio fortificato con torri e mura, atto a difendere la persona e la dimora, stabile o temporanea, di un nobile o comunque di un’autorità riconosciuta. È da ritenersi che quando il protoconte Berardo, nella prima metà del X secolo, fece erigere dai peretani la prima torre, questa altro non fosse che un semplice ed embrionale apprestamento difensivo a tutela dei suoi domini. Quando il conte Rainaldo, dopo la prima metà dell’XI secolo, decise di abitare a Pereto, insediamento più popoloso e in posizione centrale rispetto ai suoi domini, la costruzione meritò la più adeguata qualificazione di castello o, come lo chiamava il volgo, di CORTE.
Purtroppo, la partenza di Rainaldo per la crociata in Terra Santa, la sua morte e la successiva decisione della vedova Algegrima di risiedere a Oricola, a seguito degli attriti sorti con il conte dei Marsi in ordine all’eredità del marito, privarono il castello di una presenza viva, importante e nobile. Ciò ridusse la struttura ad essere presidiata solo da armati posti sotto le dipendenze del castellano, ma investendola della missione di proteggere la popolazione inerme e i loro beni durante le invasioni, le razzie e i passaggi di eserciti nemici lungo la Via Valeria. Certamente, per la sua posizione strategica, il castello dovette essere uno dei primi costruiti nel territorio carseolano.
Solo in un secondo momento, quando i conti dei Marsi vollero infittire e rendere più efficiente la trama di una rete difensiva, sorsero altri capisaldi militari a Celle e ad Oricola. Quest’ultima divenne, dai Normanni in poi, la vedetta più avanzata, incaricata di vigilare, osservare e trasmettere i segnali a Celle e a Pereto. Un anonimo manoscritto antico conferma che il castellano di Oricola doveva inviare i seguenti segnali: un fuoco davanti a una finestra se il nemico transitava nella valle dell’Aniene; due fuochi davanti a due finestre se il nemico era nei pressi di Arsoli e non superava 200 uomini; tre fuochi davanti a tre finestre se il nemico si dirigeva verso la pianura carseolana.
In quest’ultimo caso si dovevano mandare nunzi a cavallo a Pereto per fornire notizie. Da Pereto partivano altri messaggeri con cavalli freschi per informare Tagliacozzo. Da Celle, invece, si continuava a trasmettere segnali di fuoco alle vedette arretrate. Nel frattempo, tutta la popolazione doveva raccogliere le proprie cose e rifugiarsi nelle fortificazioni. L’elemento architettonico più antico del castello di Pereto fu senz’altro il MASTIO, ricostruito su un basamento, forse di origine longobarda. Il mastio, così chiamato dalla parola francese maitre che significa padrone, rimase sempre la torre più massiccia e alta dell’intero complesso difensivo.
Esso rappresentò il baluardo estremo, simbolo di forza e resistenza. La sua conquista significava il decisivo possesso dell’intero fortilizio e il definitivo assoggettamento al nemico, con la perdita della libertà e dei beni. Era suddiviso in cinque piani sovrapposti, comunicanti per mezzo di una scala a chiocciola e botole. La distribuzione dei piani vedeva al piano terra il corpo di guardia, i magazzini e le prigioni; al primo piano nobile la sala di giustizia, con pitture murarie fra cui una rappresentante l’immagine di S. Maria in Cellis; ai piani superiori la residenza del signore. L’ultimo piano era dedicato alla funzione di torre di vedetta e difesa.
Il mastio ha pianta quadrata, con lati di 11,70 m, spessore delle mura di 2,50 m e altezza di 27 m. Costruttivamente si presenta con grossi blocchi di pietra perfettamente squadrati, risalenti al X secolo d.C.. I lati nord ed est, più esposti all’attacco nemico, inizialmente non avevano finestre, eccezion fatta per un’apertura sulla parete est, a circa 20 metri dal suolo, che serviva per accedere al camminamento di ronda. I lati sud e ovest, meglio esposti al sole e meno accessibili, presentavano finestre utilizzate per l’aria, la luce e per trasmettere segnali.
Molto interessante è il sistema delle tre canne fumarie, utilizzate per il riscaldamento e per le segnalazioni. Nell’entrata, realizzata in epoca posteriore, si aprivano due porte al piano terra. L’ingresso rettangolare, in origine sormontato da un architrave monolitico, presentava due mensolette laterali. Le cortine di raccordo, probabilmente costruite sotto i De Ponte, riservarono particolare cura alla costruzione degli ingressi, notoriamente la parte più debole di ogni complesso difensivo.
Il camminamento di ronda, che consentiva una difesa manovrata, prevedeva un piano di ritirata ben definito. Gli armati abbandonavano la cortina sud-est per distaccarsi dal ponte mobile e così via. Sotto il profilo della difesa attiva assumevano rilevanza le feritoie verticali ad arciere e le torri, progettate per la difesa piombante. La seconda torre, alta 24 m, e la terza, alta 16 m, avevano pianta quadrangolare e sopravanzavano le cortine. Tuttavia, nemici volendo conquistare il castello, si limitavano a farlo cadere per fame e sete.
Il 5 dicembre 1456, le forze disgregatrici della natura si abbatterono sul paese, cancellando le vestigia, i monumenti e gli averi. Anche la torre subì gravi danni. Da allora e per lungo tempo cessò ogni presenza umana all’interno. Nonostante l’interesse di alcuni conti, la torre rimase diruta. Dopo una successione di proprietà, il castello venne infine acquistato dalla famiglia Maccafani nel 1813. Agli inizi del 1900, la torre fu venduta all’avvocato Carlo Vicario, il quale, in buona fede, ne riconobbe il valore storico.
Nel 1966, la torre fu poi acquistata dal Prof. Aldo Maria Arena, che intraprese un’opera di restauro durata più di diciassette anni, ricevendo nel 1953 il riconoscimento della Comunità Europea come miglior restauro in Italia.
Tratto da: dott. Enrico Balla.