L’inghiottitoio di Luppa, una cavità complessa situata nei boschi di Sante Marie, è un punto di interesse per molti speleologi, noto per il suo torrente sotterraneo capace di manifestare una collera repentina. La sua esistenza non figura in alcun inventario dei corsi d’acqua d’Abruzzo, ma è sempre presente in un tranquillo defluire, non lontano dalla rupe di Pietrasecca, testimoniando una vita millenaria di fiume sotterraneo, immerso in una perenne notte senza stelle.
Il toponimo Luppa ha origini antiche, riscontrabile in documenti come la memoria del Phebonio (1678) e in cartografie del Revillas (1735), dove emerge un chiaro accenno alla circolazione idrica sotterranea. Due escursionisti romani, Gavini e Voltan, rintracciano senza difficoltà l’ingresso della cavità, ma è solo nel 1929 che il Circolo Speleologico Romano, guidato da Carlo Franchetti, intraprende una significativa esplorazione. Quest’ultima durò tre giorni e portò alla mappatura di oltre 400 metri di gallerie.
Nel 1955, le esplorazioni riprendono con celerità, raggiungendo circa 1200 metri di conoscenza topografica. Dopo un lungo periodo di stasi, recenti scoperte, come la Fontana Candida, rivelano nuovi ambienti ricchi di speleotemi e segni morfologici che suggeriscono un ampio sviluppo della cavità, che potrebbe sfiorare i 2000 metri. L’ingresso di Luppa è nascosto nell’immenso bosco e vi si accede attraverso un letto ciottoloso, mentre l’androne iniziale apre a una serie di ambienti tra marmitte e piccole cascate, caratterizzati da concrezioni varie.
Il percorso interno culmina nel Gran Salto e nei laghi sottostanti, da cui si prosegue verso il Sifone Dolci e il grande Salone Franchetti, dove i visitatori possono riposarsi. Superando il pseudosifone si raggiunge il Pozzo Patrizi e il Lago Pasquini, ma il vero viaggio continua con l’esplorazione della Galleria delle Meraviglie, ricca di concrezioni e promissoria di nuove scoperte. Luppa è eternamente presente nell’immaginario collettivo degli speleologi, rappresentando una delle cavità più attive della Marsica e testimoniando l’imprevedibilità delle sue acque sotterranee.
I progressi tecnologici nelle tecniche di esplorazione e nei materiali utilizzati hanno semplificato l’accesso a queste cavità. Tuttavia, i rischi e le difficoltà strutturali restano, richiedendo cautela. I primi esploratori, già pionieri in questa avventura, hanno aperto la via a generazioni future in cerca di emozioni e scoperte, lasciando un’impronta sul sedimento antico che si forma nel tempo. Essa rappresenta l’unica testimonianza del passare degli anni, capace di essere alterata solo da eventi straordinari come piene di grande portata.
Tratto da: prof. Ezio Burri.


