Situata nel comune di Avezzano, la cavità si apre alle pendici del monte Salviano, non lontano dal fondo del Fùcino. Si presenta come un’ampia caverna di facile accesso, con un ingresso largo circa 23 metri e un’altezza che varia dai 2 ai 4 metri. La camera principale, di forma semicircolare, si restringe verso il fondo di circa dieci metri, e lungo la parete nord-occidentale si collega a un angusto ambiente interno.
All’interno, la sala principale è divisa in due parti: l’area vicino all’ingresso, modificata all’inizio dell’età storica, è pianeggiante, mentre il suolo verso il fondo è inclinato e ricoperto da una crosta stalagmitica. Nella parte settentrionale, dove si trova l’altro ambiente, il deposito antropico conserva lembi di stratigrafia in posto, mentre la parte più riparata sembra aver subito meno alterazioni. Negli anni ’50 furono condotti saggi esplorativi (Radmilli 1956-1957) che rivelarono un’industria litica databile al paleolitico superiore, associata principalmente alla caccia di animali selvatici come marmotte, camosci e stambecchi.
Dal saggio aperto all’ingresso della camera interna sono emersi alcuni frammenti di ceramica del periodo metallico e evidenti tracce di focolari. Tra i materiali significativi ci sono frammenti eneolitici con superficie a squame e decorazioni tipiche delle ceramiche appenniniche, come fasce puntinate, triangoli contrapposti e motivi spiraliformi. Durante l’età del ferro, la grotta assunse una funzione di santuario, e l’ingresso venne ristrutturato per adattarsi a tale utilizzo, con l’allestimento di altari realizzati con rocce emergenti, a testimonianza di numerose offerte votive.
La grotta è stata frequentata dal paleolitico superiore fino all’età storica, con materiali decorati appenninici e protovillanoviani, e, sebbene non vi siano tracce dell’uso durante il neolitico, la sua posizione dominante e la visibilità suggeriscono una possibile funzione di santuario durante la protostoria.
Tratto da: Serena Cosentino, Vincenzo d’Ercole, Gianfranco Mieli.