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Storia Del Carseolano (Confetti E Contrabbando)

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Scoprite come le antiche dogane di Arsoli e Riofreddo influenzavano il commercio abruzzese nell’Ottocento, tra critiche e manovre doganali controversie.

La relazione di cui si parla offre uno sguardo sui transiti commerciali dell’inizio Ottocento, focalizzandosi sulle dogane di Arsoli e Riofreddo. L’autore, anonimo, critica le nuove direttive doganali di mons. Guerrieri, rivelando l’importanza degli scambi tra il Regno e lo Stato Pontificio. Dalla Dogana di Ripa Grande, i generi coloniali erano inviati all’Abruzzo attraverso le dogane di Rieti, Riofreddo e Arsoli. Le località citate erano strategicamente posizionate lungo le strade che portavano agli Abruzzi, essenziali per il commercio.

Mons. Guerrieri intendeva trasferire le merci a Terracina per farle proseguire verso il Regno, ma l’anonimo avverte che tale scelta avrebbe reso i commerci meno vantaggiosi per i regnicoli, aumentando i costi di trasporto. La sua critica si basa sulle malversazioni dei doganieri e sui consigli inadeguati ricevuti, suggerendo che il commercio di zucchero nelle aree montane, come Sulmona e Aquila, era trascurato e limitato.

Insomma, si dimostra che nelle zone montane il consumo di zucchero era scarso, mentre il transito verso Roma si giustifica con la vicinanza dell’Abruzzo e le migliori vie di comunicazione. L’intento di mons. Guerrieri di modificare lo sbarco dello zucchero era anche legato a pratiche illecite, dove i “vitturali” vendevano parte della merce a prezzi più bassi, evitando le tasse di importazione.

Normalmente, i trasportatori ricevevano una bolletta d’accompagno, ma tale procedura venne abolita per ridurre le spese postali, rendendo obbligatorio presentarsi alla frontiera entro un tempo specificato, pena sanzioni. Questa riorganizzazione rifletteva le complicate dinamiche commerciali nel periodo.

Tratto da: Michele Sciò.

Il documento che vogliamo segnalare è una relazione di 10 cc. che ci informa sui transiti commerciali d’inizio Ottocento presso le dogane di Arsoli e Riofreddo. L’anonimo estensore del documento, volendo criticare le nuove direttive doganali di mons. Guerrieri, ci permette di conoscere qualcosa in più sugli scambi commerciali tra il Regno e il Pontificio. Secondo il documento, “I Generi Coloniali, che dalla Dogana di Ripa Grande si spediscono nel Regno di Napoli, sono tutti diretti all’Abruzzo per le Dogane di Rieti, Riofreddo ed Arsoli.”

I traffici, quindi, possono avvenire solo in queste direzioni perché le citate località sono site “sulle Strade, che direttamente, e per la corta conducono per gli Abruzzi.” Dopo la sua nomina al Tesorierato, mons. Guerrieri voleva far sbarcare le merci a Terracina e da qui farle proseguire per il Regno. L’anonimo critica questa decisione perché renderebbe i commerci con l’Abruzzo meno convenienti per i regnicoli, i quali vedrebbero aumentare le spese di trasporto.

Alla base della decisione del monsignore sembrano esserci state le malversazioni dei doganieri e i cattivi consiglieri, che “[…] se […], avessero un po’ di logica, ed una miglior fede, invece di far sospettare, che le vistose partite di zucchero, che pe’ dirupi delle montagne Reatine e Subiacesi vanno a Sulmona ed all’Aquila per uso di quegli accreditati confettieri possano rimanere in siti alpestri, e miserabili”; dovevano far notare che in quei luoghi “non se né consuma [che] una ventina di libbre l’anno […]”.

In sostanza si vuol dimostrare che nelle zone montane c’è poco consumo di questo prodotto e, di conseguenza, i traffici dei doganieri erano più contenuti rispetto a quelli che si potevano verificare facendo scaricare la merce a Terracina e poi facendola transitare per località popolose come Albano e Velletri.

Il motivo per cui una grande quantità di zucchero transitava per Roma è giustificato dall’estensore della relazione con la vicinanza dell’Abruzzo e con la migliore viabilità. Un altro motivo per cui mons. Guerrieri voleva cambiare il sito di sbarco dello zucchero era quello connesso con i traffici illeciti dei trasportatori, i “vitturali”, che durante il cammino per la frontiera vendevano parte della merce ad acquirenti del Pontificio. Questi ultimi, a loro volta, rivendevano a prezzi più bassi, non pagando le tasse d’importazione, poiché la merce doveva essere consumata nel Regno.

La prassi prevedeva che il trasportatore, insieme alla merce, ricevesse una bolletta d’accompagno, copia della quale veniva spedita alla dogana di confine, dove si doveva transitare per verificare che la merce in uscita corrispondesse a quella dichiarata in entrata. Tuttavia, con la scusa di dover ridurre le spese postali, questa procedura fu abolita. Al vetturale fu fatto obbligo di presentarsi alla frontiera entro un arco di tempo prestabilito, altrimenti veniva multato.

Tratto da: Testi di Michele Sciò.

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Ospitalità e servizi

Il documento che vogliamo segnalare è una relazione di 10 cc. che ci informa sui transiti commerciali d’inizio Ottocento presso le dogane di Arsoli e Riofreddo. L’anonimo estensore del documento, volendo criticare le nuove direttive doganali di mons. Guerrieri, ci permette di conoscere qualcosa in più sugli scambi commerciali tra il Regno e il Pontificio. Secondo il documento, “I Generi Coloniali, che dalla Dogana di Ripa Grande si spediscono nel Regno di Napoli, sono tutti diretti all’Abruzzo per le Dogane di Rieti, Riofreddo ed Arsoli.”

I traffici, quindi, possono avvenire solo in queste direzioni perché le citate località sono site “sulle Strade, che direttamente, e per la corta conducono per gli Abruzzi.” Dopo la sua nomina al Tesorierato, mons. Guerrieri voleva far sbarcare le merci a Terracina e da qui farle proseguire per il Regno. L’anonimo critica questa decisione perché renderebbe i commerci con l’Abruzzo meno convenienti per i regnicoli, i quali vedrebbero aumentare le spese di trasporto.

Alla base della decisione del monsignore sembrano esserci state le malversazioni dei doganieri e i cattivi consiglieri, che “[…] se […], avessero un po’ di logica, ed una miglior fede, invece di far sospettare, che le vistose partite di zucchero, che pe’ dirupi delle montagne Reatine e Subiacesi vanno a Sulmona ed all’Aquila per uso di quegli accreditati confettieri possano rimanere in siti alpestri, e miserabili”; dovevano far notare che in quei luoghi “non se né consuma [che] una ventina di libbre l’anno […]”.

In sostanza si vuol dimostrare che nelle zone montane c’è poco consumo di questo prodotto e, di conseguenza, i traffici dei doganieri erano più contenuti rispetto a quelli che si potevano verificare facendo scaricare la merce a Terracina e poi facendola transitare per località popolose come Albano e Velletri.

Il motivo per cui una grande quantità di zucchero transitava per Roma è giustificato dall’estensore della relazione con la vicinanza dell’Abruzzo e con la migliore viabilità. Un altro motivo per cui mons. Guerrieri voleva cambiare il sito di sbarco dello zucchero era quello connesso con i traffici illeciti dei trasportatori, i “vitturali”, che durante il cammino per la frontiera vendevano parte della merce ad acquirenti del Pontificio. Questi ultimi, a loro volta, rivendevano a prezzi più bassi, non pagando le tasse d’importazione, poiché la merce doveva essere consumata nel Regno.

La prassi prevedeva che il trasportatore, insieme alla merce, ricevesse una bolletta d’accompagno, copia della quale veniva spedita alla dogana di confine, dove si doveva transitare per verificare che la merce in uscita corrispondesse a quella dichiarata in entrata. Tuttavia, con la scusa di dover ridurre le spese postali, questa procedura fu abolita. Al vetturale fu fatto obbligo di presentarsi alla frontiera entro un arco di tempo prestabilito, altrimenti veniva multato.

Tratto da: Testi di Michele Sciò.

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