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Cola 1

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Esplora la misteriosa grotta di Petrella Liri: un viaggio tra reperti neolitici e storie di esplorazioni archeologiche avvolte nel mito.

La grotta, di origine carsica, si trova alla base del monte Arunzo, in località Petrella Liri, nel comune di Cappadocia. Di difficile accesso, si apre a circa 60-70 metri da un terrazzo fluviale e presenta due piccole aperture che conducono a un ambiente principale lungo circa 70 metri e largo fino a 30 metri, caratterizzato da blocchi di crollo della volta e sigillato da una crosta stalagmitica. La frana formata dalle rocce staccatesi ingombra l’ambiente, creando un piccolo spazio in piano e proseguendo con forte pendenza fino quasi a toccare la volta.

Dal cuore della grotta si accede a due passaggi opposti che conducono ad ambienti secondari costituiti da camere e cunicoli, alcuni dei quali presentano la presenza di acqua. Le prime esplorazioni della grotta risalgono alla fine del XIX secolo, grazie a Nicolucci, che vi effettuò degli scavi portando alla luce ceramiche definite neolitiche. Secondo il suo racconto, l’uomo anticamente abitava nei pressi dell’apertura della spelonca, con un significativo ritrovamento di oggetti nel vestibolo della grotta.

Nicolucci scoprì anche ceramiche di grandi dimensioni, le quali sembrano essere concentrate lungo quella che lui definiva la “gran galleria”. I reperti rinvenuti mostrano variazioni di materiale, suggerendo che non tutti fossero strettamente neolitici. Inoltre, fu rinvenuta un’industria litica e un frammento di cranio umano levigato. Altre cavità nei pressi, come Peschio Orlando, denunciarono un’abbondanza di materiali archeologici, tra cui un orcioletto integro.

Decenni dopo, negli anni ’50, Radmilli rivalutò la grotta e raccolse frammenti di ceramica dell’età del Bronzo, rinvenuti tra i cumuli di detriti causati da escavazioni clandestine per il salnitro. Tra i reperti si segnalano un’ascia in pietra verde e altri materiali dell’età del Bronzo. Nel 1999, durante un’esercitazione speleologica del CAI dell’Aquila, furono rinvenuti nuovi materiali archeologici, tra cui armille di bronzo e un boccale di ceramica.

La frequentazione della cavità nel Neolitico è ritenuta probabile, sulla base delle indicazioni fornite da Radmilli. Tuttavia, la scarsa quantità di materiali attualmente disponibili non consente di confermarla. La cavità, parte di un complesso carsico con più grotte di varie dimensioni, è stata utilizzata sin dal Bronzo antico, suggerendo un uso continuativo nel tempo. Solo scavi sistematici, seguendo le moderne tecniche di esplorazione, potrebbero chiarire ulteriormente l’uso di questo sito, che ha subìto la frequentazione di clandestini e appassionati.

Tratto da: Serena Cosentino, Vincenzo d’Ercole, Gianfranco Mieli.

La grotta in questione è di origine carsica e si trova alla base di una parete rocciosa del monte Arunzo, nella località Petrella Liri, nel comune di Cappadocia. Di difficile accesso, la grotta si apre a circa 60-70 metri dal piano sottostante, che è costituito da un terrazzo fluviale. Appare come una cavità a sviluppo complesso e si raggiunge tramite due aperture di piccole dimensioni, la maggiore delle quali misura circa 5 metri per 2 metri. Queste aperture immettono nell’ambiente principale, che misura circa 70 metri di lunghezza per una larghezza massima di 30 metri, ed è quasi completamente occupato da blocchi di crollo della volta, di grandi dimensioni, inframezzati da sedimento terroso e sigillati da una crosta stalagmitica.

La frana formata dalle rocce staccatesi dalla volta ingombra l’ambiente, lasciando solo un piccolo spazio in piano, il quale presenta una forte pendenza e arriva quasi a toccare la volta verso il fondo della sala. Dall’ambiente principale, verso il fondo della grotta, si accede tramite due passaggi contrapposti a ulteriori ambienti a sviluppo assiale, che comprendono camere e cunicoli concatenati. In alcuni punti, si registra la presenza di acqua, e vi è anche un terzo vano di forma pressoché rettangolare che misura circa 20 metri per 10.

Le prime esplorazioni della grotta risalgono alla fine del 1800, ad opera di Nicolucci, il quale vi aprì dei saggi che portarono alla luce ceramica che egli definì neolitica: “l’uomo abitò dappresso all’apertura della spelonca e più sovente soggiornava sul vestibolo della stessa, dove si raccolse il maggior numero degli oggetti ad esso appartenenti …” (Nicolucci 1877). Altri reperti furono raccolti da Nicolucci verso il centro dell’ambiente principale, tra i blocchi di crollo. Dalla descrizione dei materiali ceramici di impasto ritrovati in vari punti della grotta, sorge il dubbio che si tratti esclusivamente di reperti neolitici.

È evidente che Nicolucci si sia trovato di fronte a contenitori di grandi dimensioni, con uno spessore delle pareti da 1,6 a 2 cm e un diametro massimo di 50 cm, concentrati lungo quella che egli chiama “gran galleria”. I cocci dislocati tra i blocchi di crollo erano probabilmente in ceramica di impasto più fine, con anse a maniglia o prese a lingua. Nicolucci portò alla luce anche industria litica e su osso, fra cui un frammento di cranio umano levigato. Va inoltre ricordato che lo studioso menziona altre due cavità nei pressi della grotta Cola, che restituirono materiale archeologico. Di una di queste, di cui non fa nome, si raccolse materiale all’esterno (la Cola II?), mentre l’altra, chiamata Peschio Orlando, si trova a circa mezzo chilometro dalla Cola e contiene un orcioletto intero con “un foro nel suo manico”.

Molti decenni dopo, intorno agli anni 50, Radmilli rivisitò la Cola I e raccolse nel talus frammenti di impasto; notò soprattutto la presenza di numerosi frammenti ceramici attribuibili all’età del Bronzo, rinvenuti sulle pendici del monte. Tali materiali, secondo Radmilli, provenivano dall’interno della cavità, la quale era stata sconvolta dai lavori per l’estrazione del salnitro e da scavi clandestini. Tra i reperti raccolti si segnala la presenza di un’ascia in pietra verde e frammenti attribuibili alla media età del Bronzo (Radmilli 1977, p. 319).

Di recente, nel mese di febbraio 1999, nel corso di un’esercitazione speleologica condotta dal CAI dell’Aquila, sono stati individuati materiali archeologici successivamente recuperati con la presenza di personale della Soprintendenza. Tra i blocchi di crollo della volta, verso il centro della sala principale, sono state rinvenute due armille a spirale, realizzate in filo a sezione circolare di bronzo con estremità ripiegate “a riccio”. Non distante dal rinvenimento è stato recuperato, in una spaccatura della roccia, un boccale in ceramica di impasto con ansa a gomito impostata sulla spalla.

Per quanto riguarda la frequenza e la destinazione d’uso della grotta nella protostoria, i pochi materiali attualmente disponibili non consentono di concludere con certezza su una frequentazione della cavità a partire dal Neolitico, anche se ciò è comunque estremamente probabile, come scrive Radmilli. L’ambiente, che fa parte di un complesso carsico composto da più cavità di diversa grandezza, è stato sicuramente utilizzato a partire dal Bronzo antico, come dimostra il boccale con ansa a gomito, e continuò a essere utilizzato nel Bronzo medio, come attestato dalle ciotole in ceramica di impasto fine.

Rimane più incerta l’attribuzione delle armille, di cui si conosce un esemplare identico da Cerchio, datato all’epoca dei lavori sui bronzi del Fùcino, dal Peroni fino al Bronzo finale. La loro presenza suggerisce, indipendentemente dal contesto cronologico, l’esistenza di sepolture all’interno della cavità. Solo uno scavo sistematico, condotto seguendo problemi e obiettivi suggeriti dalle moderne tecniche di scavo in grotta, potrà chiarire l’utilizzo della caverna e permettere di recuperare ciò che rimane di un complesso estremamente visitato da clandestini e appassionati della domenica.

Tratto da: Serena Cosentino, Vincenzo d’Ercole, Gianfranco Mieli.

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Ospitalità e servizi

La grotta in questione è di origine carsica e si trova alla base di una parete rocciosa del monte Arunzo, nella località Petrella Liri, nel comune di Cappadocia. Di difficile accesso, la grotta si apre a circa 60-70 metri dal piano sottostante, che è costituito da un terrazzo fluviale. Appare come una cavità a sviluppo complesso e si raggiunge tramite due aperture di piccole dimensioni, la maggiore delle quali misura circa 5 metri per 2 metri. Queste aperture immettono nell’ambiente principale, che misura circa 70 metri di lunghezza per una larghezza massima di 30 metri, ed è quasi completamente occupato da blocchi di crollo della volta, di grandi dimensioni, inframezzati da sedimento terroso e sigillati da una crosta stalagmitica.

La frana formata dalle rocce staccatesi dalla volta ingombra l’ambiente, lasciando solo un piccolo spazio in piano, il quale presenta una forte pendenza e arriva quasi a toccare la volta verso il fondo della sala. Dall’ambiente principale, verso il fondo della grotta, si accede tramite due passaggi contrapposti a ulteriori ambienti a sviluppo assiale, che comprendono camere e cunicoli concatenati. In alcuni punti, si registra la presenza di acqua, e vi è anche un terzo vano di forma pressoché rettangolare che misura circa 20 metri per 10.

Le prime esplorazioni della grotta risalgono alla fine del 1800, ad opera di Nicolucci, il quale vi aprì dei saggi che portarono alla luce ceramica che egli definì neolitica: “l’uomo abitò dappresso all’apertura della spelonca e più sovente soggiornava sul vestibolo della stessa, dove si raccolse il maggior numero degli oggetti ad esso appartenenti …” (Nicolucci 1877). Altri reperti furono raccolti da Nicolucci verso il centro dell’ambiente principale, tra i blocchi di crollo. Dalla descrizione dei materiali ceramici di impasto ritrovati in vari punti della grotta, sorge il dubbio che si tratti esclusivamente di reperti neolitici.

È evidente che Nicolucci si sia trovato di fronte a contenitori di grandi dimensioni, con uno spessore delle pareti da 1,6 a 2 cm e un diametro massimo di 50 cm, concentrati lungo quella che egli chiama “gran galleria”. I cocci dislocati tra i blocchi di crollo erano probabilmente in ceramica di impasto più fine, con anse a maniglia o prese a lingua. Nicolucci portò alla luce anche industria litica e su osso, fra cui un frammento di cranio umano levigato. Va inoltre ricordato che lo studioso menziona altre due cavità nei pressi della grotta Cola, che restituirono materiale archeologico. Di una di queste, di cui non fa nome, si raccolse materiale all’esterno (la Cola II?), mentre l’altra, chiamata Peschio Orlando, si trova a circa mezzo chilometro dalla Cola e contiene un orcioletto intero con “un foro nel suo manico”.

Molti decenni dopo, intorno agli anni 50, Radmilli rivisitò la Cola I e raccolse nel talus frammenti di impasto; notò soprattutto la presenza di numerosi frammenti ceramici attribuibili all’età del Bronzo, rinvenuti sulle pendici del monte. Tali materiali, secondo Radmilli, provenivano dall’interno della cavità, la quale era stata sconvolta dai lavori per l’estrazione del salnitro e da scavi clandestini. Tra i reperti raccolti si segnala la presenza di un’ascia in pietra verde e frammenti attribuibili alla media età del Bronzo (Radmilli 1977, p. 319).

Di recente, nel mese di febbraio 1999, nel corso di un’esercitazione speleologica condotta dal CAI dell’Aquila, sono stati individuati materiali archeologici successivamente recuperati con la presenza di personale della Soprintendenza. Tra i blocchi di crollo della volta, verso il centro della sala principale, sono state rinvenute due armille a spirale, realizzate in filo a sezione circolare di bronzo con estremità ripiegate “a riccio”. Non distante dal rinvenimento è stato recuperato, in una spaccatura della roccia, un boccale in ceramica di impasto con ansa a gomito impostata sulla spalla.

Per quanto riguarda la frequenza e la destinazione d’uso della grotta nella protostoria, i pochi materiali attualmente disponibili non consentono di concludere con certezza su una frequentazione della cavità a partire dal Neolitico, anche se ciò è comunque estremamente probabile, come scrive Radmilli. L’ambiente, che fa parte di un complesso carsico composto da più cavità di diversa grandezza, è stato sicuramente utilizzato a partire dal Bronzo antico, come dimostra il boccale con ansa a gomito, e continuò a essere utilizzato nel Bronzo medio, come attestato dalle ciotole in ceramica di impasto fine.

Rimane più incerta l’attribuzione delle armille, di cui si conosce un esemplare identico da Cerchio, datato all’epoca dei lavori sui bronzi del Fùcino, dal Peroni fino al Bronzo finale. La loro presenza suggerisce, indipendentemente dal contesto cronologico, l’esistenza di sepolture all’interno della cavità. Solo uno scavo sistematico, condotto seguendo problemi e obiettivi suggeriti dalle moderne tecniche di scavo in grotta, potrà chiarire l’utilizzo della caverna e permettere di recuperare ciò che rimane di un complesso estremamente visitato da clandestini e appassionati della domenica.

Tratto da: Serena Cosentino, Vincenzo d’Ercole, Gianfranco Mieli.

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