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Tufo Di Carsoli

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Saraceni, regni e tradizioni: scopri la storia millenaria di Tufo, un crocevia di culture e battaglie nel cuore dell’Italia.

Come molte località limitrofe, Tufo subì l’invasione dei saraceni nei monti della Valeria. Durante la ritirata, alcuni reparti si arroccarono in località difendibili, mantenendo a lungo le proprie caratteristiche e, in alcuni casi, la fede islamica. I villaggi di Saracinesco, Pietrasecca e Tufo Alto sono quelli più noti, e si dice che comunicassero tra loro utilizzando grandi fuochi di segnalazione durante la notte. A Pietrasecca affermano di essere stati gli ultimi a convertirsi, mentre gli abitanti di Tufo Basso si riferiscono ancora a quelli di Tufo Alto come “saracini”.

La prima menzione scritta di Tufo risale al 1010, registrata in un documento che lo associa al “Comitatu Reatino Castaldatu Turano”. Un documento del 1032 del Regesto Farfense menziona un possedimento chiamato “ad… Tufos” nella via che porta a Foranum. Nel Catalogo dei Baroni, Tufo appare dopo Pietrasecca con una popolazione di circa 300 abitanti, un numero considerevole per l’epoca. Un secolo più tardi, Federico II ordinò di collaborare alla ristrutturazione del castello di Carsoli.

Una tradizione popolare attribuisce a Carlo D’Angiò la progettazione di un alto campanile per la chiesa di S. Maria de Tufo, ma un incidente in cantiere portò il re a fermare i lavori al livello attuale. Si racconta che abbia piantato una fila di pioppi lungo la strada che conduce alla chiesa, secondo un’usanza locale.

Nel 1573, la chiesa di S. Maria de Tufo ricevette il titolo di S. Maria delle Grazie. Nel 1581, venne eretto un altare monumentale, benedetto dall’abate di Subiaco, seguito dalla realizzazione di affreschi nel 1601. La nomina a parroco di Don Martio Angelini nel 1599 segnò l’inizio di una lunga tradizione di parroci della sua famiglia, successivamente sostituita da quella dei Coletti.

Con la nuova chiesa di S. Giuseppe, benedetta da Mons. Brizi, si evidenziò l’emergere della famiglia Coletti, che divenne protagonista tra i possidenti della zona fino alla seconda guerra mondiale. Dopo le guerre napoleoniche, nel 1832, il re Ferdinando II visitò Tufo, accogliendo la gente in piazza S. Giuseppe. Due decenni dopo, si registrarono modifiche ai confini, collegate anche alla creazione di una dogana a Tufo.

Nel 1857, Tufo risultava un “Comune”, con Gaetano Malatesta come ufficiale civile. Gli eventi legati alla formazione del Regno d’Italia colpirono duramente il paese, con atti di violenza e banditismo. Nel 1871, gli abitanti erano 1107; questo numero salì a 1242 nel 1921. Oggi, i residenti sono circa 350, un numero simile a quello registrato nel 1250 quando tutti abitavano a Tufo Alto.

Tratto da: [fonte/autore].

Come altre località vicine, anche Tufo subì l’invasione da parte dei saraceni dei monti della Valeria. Durante la ritirata, alcuni reparti isolati degli invasori si arroccarono in località facilmente difendibili e vi si stabilirono, mantenendo a lungo le proprie caratteristiche, se non la fede islamica. Saracinesco, Pietrasecca e Tufo Alto sono i nomi più comunemente ricordati, insieme al fatto che mantenessero il contatto tramite grossi fuochi di segnalazione accesi durante la notte. Ancora oggi a Pietrasecca si vantano di essere stati gli ultimi a convertirsi, ma a Tufo Basso capita ancora di sentire qualificare “saracini” quelli di Tufo Alto.

Bisogna attendere tuttavia il 1010 per trovare ricordato in un documento scritto il nome del sito. La sua posizione è registrata in “Comitatu Reatino Castaldatu Turano”. Un documento ancora più chiaro è il numero 680 del Regesto Farfense dell’anno 1032. A pagina 83 del Volume IV, Trasmondo e sua moglie Basta donano al monastero alcuni beni situati “in territorio reatino” e menzionano un possedimento detto “ad… Tufos”, nella via che porta a “Foranum”. Nel Catalogo dei Baroni, Tufo compare con tutti gli altri castelli della zona, subito dopo Pietrasecca, ma è assai più consistente con i suoi due feudatari. Facendo un calcolo degli armati che il feudo offre, si desume una popolazione di circa 300 abitanti, cospicua per quei tempi. Circa un secolo dopo, Federico II mandò l’ordine di collaborare alla ristrutturazione del castello di Carsoli.

Una tradizione tardiva rende molto popolare a Tufo Carlo D’Angiò, che avrebbe progettato un alto campanile per la chiesa di S. Maria de Tufo. Tuttavia, a causa della morte di un operaio, il re decise che il livello raggiunto, quello attuale, fosse sufficiente. Si narra anche che lo stesso re avesse piantato la doppia fila di pioppi imponenti che fino a pochi anni or sono abbellivano la strada che porta alla chiesa.

Nel 1573, la chiesa di S. Maria de Tufo assunse il nuovo titolo di S. Maria delle Grazie. Nel 1581 venne eretto l’altare monumentale, probabilmente benedetto dall’abate di Subiaco durante una visita canonica, e nel 1601 vennero realizzati affreschi, ora purtroppo fatiscenti. Nel 1599, con la nomina a parroco di Don Martio Angelini, iniziò la “dinastia” dei parroci di questa famiglia, che durò più di un secolo, fino a essere sostituita dalla famiglia Coletti.

La nuova chiesa di S. Giuseppe, benedetta da Mons. Brizi, corona il nuovo agglomerato di Tufo Basso e segna l’emergere della nuova famiglia Coletti, che da soprintendenti dei Baldinotti, dei Carpegna e degli Arnone, acquisì la Baronia, occupando il primo piano fra i possidenti del paese fino alla seconda guerra mondiale del XX secolo. Dopo le guerre napoleoniche, nel 1832, il re Ferdinando II decise di percorrere il confine dal Tirreno all’Adriatico; tra il 18 e il 19 luglio fu ospite del Barone Giuseppe Coletti e dalle finestre del palazzo salutò la gente raccolta in piazza S. Giuseppe. Seguirono vent’anni dopo la rettifica dei confini che toccò anche alcune terre fra Tufo e Nespolo; la posizione delle colonnine ancora esistenti ne è una testimonianza, insieme alla creazione della dogana a Tufo.

Nel 1857, dai documenti, il paese risulta essere un “Comune” e l’ufficiale civile è Gaetano Malatesta, “regnicolo”. Gli eventi burrascosi che portarono alla costituzione del Regno d’Italia toccarono anche Tufo e il libro dei defunti ricorda numerose uccisioni di abitanti da parte dei soldati. Il fenomeno del banditismo borbonico fu particolarmente pesante; fra gli altri, un giovane di Tufo, nel 1866, fu ucciso dai briganti mentre andava a Campolano. Nel 1871, gli abitanti di Tufo erano 1107, scesi a 1063 nel 1901. Nel 1921, toccarono la cifra di 1242; oggi i residenti si aggirano sui 350, più o meno quanti ne dichiararono Jodo di Ubardo ed Ermagno Blanco per il catalogo dei Baroni nel 1250, solo che allora abitavano tutti a Tufo Alto.

Tratto da: [fonte/autore].

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Come altre località vicine, anche Tufo subì l’invasione da parte dei saraceni dei monti della Valeria. Durante la ritirata, alcuni reparti isolati degli invasori si arroccarono in località facilmente difendibili e vi si stabilirono, mantenendo a lungo le proprie caratteristiche, se non la fede islamica. Saracinesco, Pietrasecca e Tufo Alto sono i nomi più comunemente ricordati, insieme al fatto che mantenessero il contatto tramite grossi fuochi di segnalazione accesi durante la notte. Ancora oggi a Pietrasecca si vantano di essere stati gli ultimi a convertirsi, ma a Tufo Basso capita ancora di sentire qualificare “saracini” quelli di Tufo Alto.

Bisogna attendere tuttavia il 1010 per trovare ricordato in un documento scritto il nome del sito. La sua posizione è registrata in “Comitatu Reatino Castaldatu Turano”. Un documento ancora più chiaro è il numero 680 del Regesto Farfense dell’anno 1032. A pagina 83 del Volume IV, Trasmondo e sua moglie Basta donano al monastero alcuni beni situati “in territorio reatino” e menzionano un possedimento detto “ad… Tufos”, nella via che porta a “Foranum”. Nel Catalogo dei Baroni, Tufo compare con tutti gli altri castelli della zona, subito dopo Pietrasecca, ma è assai più consistente con i suoi due feudatari. Facendo un calcolo degli armati che il feudo offre, si desume una popolazione di circa 300 abitanti, cospicua per quei tempi. Circa un secolo dopo, Federico II mandò l’ordine di collaborare alla ristrutturazione del castello di Carsoli.

Una tradizione tardiva rende molto popolare a Tufo Carlo D’Angiò, che avrebbe progettato un alto campanile per la chiesa di S. Maria de Tufo. Tuttavia, a causa della morte di un operaio, il re decise che il livello raggiunto, quello attuale, fosse sufficiente. Si narra anche che lo stesso re avesse piantato la doppia fila di pioppi imponenti che fino a pochi anni or sono abbellivano la strada che porta alla chiesa.

Nel 1573, la chiesa di S. Maria de Tufo assunse il nuovo titolo di S. Maria delle Grazie. Nel 1581 venne eretto l’altare monumentale, probabilmente benedetto dall’abate di Subiaco durante una visita canonica, e nel 1601 vennero realizzati affreschi, ora purtroppo fatiscenti. Nel 1599, con la nomina a parroco di Don Martio Angelini, iniziò la “dinastia” dei parroci di questa famiglia, che durò più di un secolo, fino a essere sostituita dalla famiglia Coletti.

La nuova chiesa di S. Giuseppe, benedetta da Mons. Brizi, corona il nuovo agglomerato di Tufo Basso e segna l’emergere della nuova famiglia Coletti, che da soprintendenti dei Baldinotti, dei Carpegna e degli Arnone, acquisì la Baronia, occupando il primo piano fra i possidenti del paese fino alla seconda guerra mondiale del XX secolo. Dopo le guerre napoleoniche, nel 1832, il re Ferdinando II decise di percorrere il confine dal Tirreno all’Adriatico; tra il 18 e il 19 luglio fu ospite del Barone Giuseppe Coletti e dalle finestre del palazzo salutò la gente raccolta in piazza S. Giuseppe. Seguirono vent’anni dopo la rettifica dei confini che toccò anche alcune terre fra Tufo e Nespolo; la posizione delle colonnine ancora esistenti ne è una testimonianza, insieme alla creazione della dogana a Tufo.

Nel 1857, dai documenti, il paese risulta essere un “Comune” e l’ufficiale civile è Gaetano Malatesta, “regnicolo”. Gli eventi burrascosi che portarono alla costituzione del Regno d’Italia toccarono anche Tufo e il libro dei defunti ricorda numerose uccisioni di abitanti da parte dei soldati. Il fenomeno del banditismo borbonico fu particolarmente pesante; fra gli altri, un giovane di Tufo, nel 1866, fu ucciso dai briganti mentre andava a Campolano. Nel 1871, gli abitanti di Tufo erano 1107, scesi a 1063 nel 1901. Nel 1921, toccarono la cifra di 1242; oggi i residenti si aggirano sui 350, più o meno quanti ne dichiararono Jodo di Ubardo ed Ermagno Blanco per il catalogo dei Baroni nel 1250, solo che allora abitavano tutti a Tufo Alto.

Tratto da: [fonte/autore].

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