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Tradizioni E Folclore Nella Marsica (Il Culto Popolare)

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Svelato il segreto dei culti mariani marsicani: tra fede e leggende, un viaggio nella spiritualità popolare che affonda radici nel Medioevo.

Per comprendere l’origine di alcune devozioni popolari, è necessario esaminare un documento della visita pastorale del vescovo Lorenzo Massimi del 1637, il quale menziona un esposto presentato dai cittadini di Trasacco contro l’abate Muzio Febonio. Quest’ultimo era accusato di aver appropriato ex-voto dedicati a una miracolosa immagine della Madonna, situata “fuori dalla casa di Domenico Cardarelli”. Già nel Seicento, la devozione alla Madonna era diffusa, attirando tanti devoti che offrivano elemosine di vario tipo. I culti associati a immagini mariane come quella dei Bisognosi e dell’Oriente, segnalati dal Corsignani nel XVIII secolo, si confermano attraverso lettere di monsignor Francesco Saverio Lajezza, evidenziando l’importanza di tali santuari.

L’antico culto della Madonna Nera di Pescasseroli, che risale al 1270, era celebrato con una fiera annuale per la festa dell’8 settembre. Le leggende legate alla sua origine coinvolgono un’apparizione miracolosa avvenuta durante il Concilio di Firenze del 1439, quando si ritiene che papa Eugenio IV abbia promosso il culto delle Madonne orientali, conferendo indulgenze a chi visitava l’effigie. Il Corsignani riporta la devozione alla Madonna di Pescasseroli, descrivendola come venerata per le sue proprietà taumaturgiche.

Il culto per la Madonna di Pietraquaria, che avvenne ben più tardi con l’incoronazione nel 1752, è emblematico della fioritura della religiosità popolare, che cominciava a differenziarsi sotto l’influenza delle riforme del 1788 e delle tensioni politico-religiose dell’epoca napoleonica. La Madonna di Cerchio, venerata sin dal 1530, ricoprì un ruolo simile, ma la sua devozione si intensificò solo nei decenni successivi, evidenziando un crescente attaccamento popolare a queste pratiche.

Nel 1798, il vescovo Bolognese di Pescina testimoniò l’ardore della popolazione per la monarchia, evocando scene di difesa della fede. Si narra che gli abitanti di Cerchio cercarono la protezione della Madonna delle Grazie durante l’invasione francese, rendendo evidente il profondo legame tra culto e identità locale. Nonostante l’autorità ecclesiastica cercasse di controllare tali manifestazioni, la devozione popolare, caratterizzata da ritualità e festosità laiche, emergeva come una risposta autonomo all’autorità tradizionale.

Risultati di questo periodo di cambiamento furono le nuove conformazioni delle confraternite e l’influsso di figure come S.Paolo della Croce e S.Alfonso de’ Liguori, che adattarono la religiosità alle esigenze locali. La pietà popolare, quindi, iniziò a guadagnare spazio, culminando nel 1806 con la riconsiderazione ufficiale delle devozioni mariane, mostrando come la Marsica fosse un crocevia di identità e tradizioni sacre.

Tratto da: A. Melchiorre, Vita e folklore nella Marsica di ieri.

Tanto per comprendere la genesi di alcune particolari devozioni popolari, si legga il seguente documento, estratto dalle carte manoscritte di una Visita pastorale del vescovo Lorenzo Massimi (anno 1637), che fa riferimento ad un esposto avanzato da alcuni cittadini di Trasacco contro l’abate Muzio Febonio, da loro accusato di essersi impossessato di alcuni ex-voto, che i devoti avevano appeso davanti ad una miracolosa immagine della Madonna, posta “dalla parte di fuori della casa di Domenico Cardarelli“:

“[…] perché la Madonna faceva delli Miracoli, ci era concorso di genti di cittadini e forestieri, e gli davano dell’elemosine di danari, tovaglie, cuscini, et altri paramenti, e prima che l’Abbate Mutio Febonio partisse da Trasacco, ho visto che l’istesso Abbate Febonio si pigliava le sudette elemosine di panni e danari, e le portava in casa sua…”

Il culto popolare della Madonna, dunque, era già diffuso e praticato nel Seicento (e, sicuramente, anche prima) secondo modalità che si sono poi conservate nei secoli fino ad oggi. Il Febonio e, nel secolo XVIII, il Corsignani sottolineavano la devozione per le due Madonne più famose della diocesi marsicana: quella dei Bisognosi (tra Pereto e Rocca di Botte) e quella dell’Oriente (vicino Tagliacozzo). Da alcune lettere inedite di monsignor Francesco Saverio Lajezza, vescovo dei Marsi verso la fine del Settecento, si ha la conferma che il culto popolare della Vergine in quei due santuari era già da tempo vivo e profondamente sentito.

In una lettera del 22 luglio 1780 mons. Lajezza, nel comunicare al re di Napoli la richiesta di autorizzazione a confessare avanzata dai monaci di S.Maria dei Bisognosi, scriveva: “[…] e ciò a motivo del concorso, che avvi nella di loro chiesa, specialmente in certi giorni dell’anno […]. Il Ritiro sudetto è celebre in mia Diocesi per il culto che vi si presta ad una divota Imagine della Vergine, che si vuol colà miracolosamente portata da Siviglia…”

In una lettera di qualche anno dopo, precisamente del 3 marzo 1786, aggiungeva, a proposito del santuario di S. Maria dell’Oriente: “[…] Poco lungi da Tagliacozzo luogo di mia Diocesi avvi nell’aperta campagna eretto un Tempio alla Gran Vergine dedicato. L’Imagine, che ivi si venera, la Madonna dell’Oriente volgarmente si appella, fama essendo che da quella parte di mondo qui tra noi fusse stata prodigiosamente condotta, e da invisibil mano al furor degli iconoclasti sottratta…”

Antico era, certamente, anche il culto della Madonna Nera di Pescasseroli, non quella di Monte Tranquillo, bensì l’altra, quella “brutta e piccola” che si trova nell’altare di sinistra della chiesa parrocchiale del paese. La sua origine si fa risalire al 1270, con la concessione fatta da Carlo d’Angiò a Cristoforo d’Aquino, della autorizzazione a tenere nella giornata dell’8 settembre, festa della Madonna, una fiera di bestiame nella piazza di Pescasseroli in risposta ad analoga fiera, che si teneva nel mese di maggio a Foggia.

Quanto di leggendario e quanto di storicamente attendibile vi sia in questo racconto, non sappiamo con certezza. A quanto si dice, il culto sarebbe stato favorito da papa Eugenio IV, il quale nel Concilio di Firenze del 1439, proclamando la riunione della Chiesa di Roma con quella orientale, avrebbe dato un valido impulso al culto delle Madonne orientali. L’affermava il Corsignani nella sua Reggia Marsicana, sostenendo che sarebbe stato proprio Eugenio IV a concedere al menzionato Altare di N.D. l’indulgenza plenaria perpetua a chiunque visitasse la benedetta Effigie nei giorni del suo nascimento, della sua purificazione, della annunciazione e della visitazione.

Si legge, in alcune cronache locali, che “questa Madonna Nera incoronata non è delle nostre parti: se la sua storia si perde nella notte dei tempi, la sua provenienza è senz’altro orientale. Di fattura e caratteri somatici bizantini, a differenza dell’altra Madonna Nera, quella di Monte Tranquillo, questa è brutta, ma di una bruttezza mistica, sofferta e misteriosa […]. E sembrerebbe che l’anonimo e primitivo scultore abbia sfruttato, nella realizzazione della sua opera, la forma e la linea naturale del tronco mettendo in luce l’effigie della Madonna, seduta su un trono, con in una mano il globo e con l’altra mantiene il Bambino che tiene in grembo, ricavato e scolpito nello stesso unico legno.

Quindi, anche qui viene sottolineata l’antichità della Madonna pescasserolese, ma è soltanto nella seconda metà del Settecento che i culti mariani cominciano ad acquisire la fisionomia, che ancor oggi hanno, di manifestazioni religiose popolari nel senso antropologico del termine.

Lo vedremo nel momento in cui parleremo del culto della Madonna di Pietraquaria in Avezzano, ma lo stesso discorso vale anche per le altre Madonne della Marsica, compresa la Vergine Nera di Pescasseroli. Infatti, l’incoronazione ufficiale della statua avvenne nel 1752 per mano di monsignor Domenico Brizi, vescovo dei Marsi, e fu seguita, nel 1766, da analoga incoronazione di un’altra Madonna bruna, quella di Foggia, consacrando così il legame religioso, oltre che economico e sociale, che univa i pastori di Pescasseroli (e, quindi, anche di Gioia, Lecce, Villavallelonga) ai loro ospiti pugliesi.

Un’apposita confraternita venne ufficialmente istituita, con autorizzazione regia di Ferdinando IV, in data 8 agosto 1788. Così, quando le greggi nel mese di settembre partivano attraverso il tratturo per la Puglia, lasciavano (a protezione delle famiglie dei pastori) una Madonna Nera, diligentemente custodita dai confratelli, e trovavano, come protettrice del loro lungo esilio invernale, un’altra Madonna Nera.

La devozione per questa Vergine “bruna e piccola” è stata, dal Settecento ad oggi, quella che descriveva nel 1852 Francesco Saverio Sipari, prozio di Benedetto Croce: “Straordinario è il concorso della gente che di lontani paesi va nei suddetti giorni a sciogliervi i voti per grazie ricevute, e a ciò fan bella testimonianza i tanti doni d’oro e d’argento fatti a detta Immagine e di tanti cerei simulacri, che pendono dalle pareti della votiva Cappella.”

Meravigliosa soprattutto è la vicina Terra di Lavoro e di Arpino: nella vigilia della festa annuale (7 settembre) si veggono giungere a drappelli, cantando pie canzoni, dal varco di Forca d’Acero, un dì famoso per frequenti rapine ed ora sicuro da ogni pericolo.

Anche il culto della Madonna delle Grazie in Cerchio viene fatto risalire al XVI secolo, precisamente al 1530. D’altra parte, il primo documento comprovante, con certezza, la sua esistenza è la Bolla di erezione della Confraternita di S.Maria delle Grazie di Corvarola, pubblicata il 14 dicembre 1577 dal vescovo dei Marsi monsignor Giovan Battista Milanesio.

La presenza di tale culto nel Cinquecento potrebbe sembrare una prova in contrario di quel che vorremmo dimostrare. Ma, in realtà, anch’esso viene valorizzato e sollecitato come vera e propria devozione popolare solo negli ultimi decenni del XVIII secolo, quando, come naturale conseguenza delle riforme giurisdizionaliste del regno di Napoli e, quindi, della perdita effettiva di autorità da parte della gerarchia ecclesiastica, la devozione popolare diviene, nei nostri paesi, un inevitabile surrogato di quello che prima era il potere esclusivo e assoluto della Chiesa.

In epoca napoleonica il fenomeno si accentua, alloquando la speranza della monarchia borbonica e dello stesso clero di salvarsi dalla “barbarie giacobina” spinge sia il re sia i vescovi a sollecitare e favorire proprio le manifestazioni autonome di pietà popolare. In data 11 agosto 1798, ad esempio, alle prime notizie della discesa dei francesi verso il meridione, monsignor Giuseppe Bolognese, vescovo di Pescina, così scriveva al Segretario di Stato del regno di Napoli: “L‘Eccellenza Vostra si degnerà assicurare a Sua Reale Maestà, che i miei Diocesani sono pieni di ardore per la sua Real salute e la difesa della Religione e dello Stato.”

È interessante, in proposito, quanto lasciato scritto da Benedetto D’Amore circa un episodio avvenuto proprio durante l’invasione francese dell’Abruzzo: avendo alcuni uomini di Cerchio ucciso a tradimento un soldato francese, ferendone altri due, il Consiglio di Guerra francese aveva ordinato che si mettesse “a sangue, sacco e fuoco” l’intero paese di Cerchio.

Il D’Amore così prosegue: “A sì trista calamità quegli abitanti sicuri della protezione della SS.ma Vergine delle Grazie, a questa pieni di fiducia ricorsero, risolvendo processionalmente portarla ad incontrare nell’ingresso il nemico, onde mercè la stessa implorare ed ottenere grazia e clemenza […]. L’ufficiale in capo ed i suoi subalterni, visto tal venerando Simulacro, prodigiosamente da feroci nemici mansueti divennero […]. E si conobbe ad evidenza la protezione della Beatissima Vergine delle Grazie…”

È appena qualche anno dopo, nel 1803, in occasione di un ulteriore pericolo di invasione francese, che viene “prodigiosamente” rinvenuta da un contadino l’antica immagine della Madonna delle Grazie di Cerchio, la cui popolazione avendo verificato che la ricomparsa era stata miracolosa, perché senza la menoma intelligenza e concorso umano, fra le grida di contento e lacrime di tenerezza, fin da quel tempo la salutò Madonna delle Grazie, e per venerarla come conveniva, ed esercitarvi gli uffici di pietà, non mancò rendere informato il Vescovo de’ Marsi, allora monsignor Bolognese, e pregarlo per le debite concessioni.

Tuttavia, per lo meno fino agli ultimi decenni del Settecento, il culto della Madonna, pur se connotato come devozione popolare, rimaneva sempre strettamente connesso con gli aspetti liturgici e rigidamente controllato dalla gerarchia ecclesiastica, soprattutto per effetto delle direttive emanate dal Concilio di Trento, che tendevano, secondo alcuni studiosi, al “soffocamento di ogni manifestazione religiosa alternativa”.

Risultava indispensabile, a detta di Raffaele Colapietra, che l’autorità episcopale s’inserisse a razionalizzare e governare, meglio che limitarsi a proibire, quelle che apparivano manifestazioni popolari connesse con un ingente retroterra sociale.

Sarà solo verso la fine del Settecento che cominciano a delinearsi, abbastanza nettamente, le caratteristiche di una religiosità popolare, se non trasgressiva, certamente più autonoma di fronte alle direttive della Chiesa ufficiale. Si pensi all’evoluzione che subiscono, proprio in quel periodo, le confraternite laicali, le quali nascono e si sviluppano in aggiunta, se non in contrapposizione con quelle tradizionali e post-conciliari del SS.Sacramento e del SS.Rosario, e all’introduzione di costumanze e ritualità, che sanno molto di festosità laica e profana e assai poco di devozione religiosa.

Se qualche manifestazione similare si era riscontrata in epoche precedenti, essa era stata spesso tacciata di “superstizione” o, peggio, di “magia”, e come tale decisamente condannata dalla Chiesa. Verso la fine del Settecento, invece, la religiosità popolare subisce profonde trasformazioni, e si sviluppa e si diffonde spesso anche con il tacito consenso del clero ufficiale, se non con il favore e le sollecitazioni della stessa Chiesa istituzionale.

È, questo (ultimi decenni del ‘700), dopo quello controriformistico e gesuitico del ‘600, il periodo della predicazione missionaria di uomini come S.Paolo della Croce, S.Leonardo di Porto Maurizio, S.Alfonso de’ Liguori, che introducono nelle regioni meridionali la tradizione della Via Crucis e promuovono dappertutto il culto della Vergine, che avrà il suo culmine nel 1806, in piena epoca napoleonica, con il riconoscimento ufficiale della devozione e della venerazione del Sacro Cuore di Maria.

Tratto da: [fonte/autore].

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Tanto per comprendere la genesi di alcune particolari devozioni popolari, si legga il seguente documento, estratto dalle carte manoscritte di una Visita pastorale del vescovo Lorenzo Massimi (anno 1637), che fa riferimento ad un esposto avanzato da alcuni cittadini di Trasacco contro l’abate Muzio Febonio, da loro accusato di essersi impossessato di alcuni ex-voto, che i devoti avevano appeso davanti ad una miracolosa immagine della Madonna, posta “dalla parte di fuori della casa di Domenico Cardarelli“:

“[…] perché la Madonna faceva delli Miracoli, ci era concorso di genti di cittadini e forestieri, e gli davano dell’elemosine di danari, tovaglie, cuscini, et altri paramenti, e prima che l’Abbate Mutio Febonio partisse da Trasacco, ho visto che l’istesso Abbate Febonio si pigliava le sudette elemosine di panni e danari, e le portava in casa sua…”

Il culto popolare della Madonna, dunque, era già diffuso e praticato nel Seicento (e, sicuramente, anche prima) secondo modalità che si sono poi conservate nei secoli fino ad oggi. Il Febonio e, nel secolo XVIII, il Corsignani sottolineavano la devozione per le due Madonne più famose della diocesi marsicana: quella dei Bisognosi (tra Pereto e Rocca di Botte) e quella dell’Oriente (vicino Tagliacozzo). Da alcune lettere inedite di monsignor Francesco Saverio Lajezza, vescovo dei Marsi verso la fine del Settecento, si ha la conferma che il culto popolare della Vergine in quei due santuari era già da tempo vivo e profondamente sentito.

In una lettera del 22 luglio 1780 mons. Lajezza, nel comunicare al re di Napoli la richiesta di autorizzazione a confessare avanzata dai monaci di S.Maria dei Bisognosi, scriveva: “[…] e ciò a motivo del concorso, che avvi nella di loro chiesa, specialmente in certi giorni dell’anno […]. Il Ritiro sudetto è celebre in mia Diocesi per il culto che vi si presta ad una divota Imagine della Vergine, che si vuol colà miracolosamente portata da Siviglia…”

In una lettera di qualche anno dopo, precisamente del 3 marzo 1786, aggiungeva, a proposito del santuario di S. Maria dell’Oriente: “[…] Poco lungi da Tagliacozzo luogo di mia Diocesi avvi nell’aperta campagna eretto un Tempio alla Gran Vergine dedicato. L’Imagine, che ivi si venera, la Madonna dell’Oriente volgarmente si appella, fama essendo che da quella parte di mondo qui tra noi fusse stata prodigiosamente condotta, e da invisibil mano al furor degli iconoclasti sottratta…”

Antico era, certamente, anche il culto della Madonna Nera di Pescasseroli, non quella di Monte Tranquillo, bensì l’altra, quella “brutta e piccola” che si trova nell’altare di sinistra della chiesa parrocchiale del paese. La sua origine si fa risalire al 1270, con la concessione fatta da Carlo d’Angiò a Cristoforo d’Aquino, della autorizzazione a tenere nella giornata dell’8 settembre, festa della Madonna, una fiera di bestiame nella piazza di Pescasseroli in risposta ad analoga fiera, che si teneva nel mese di maggio a Foggia.

Quanto di leggendario e quanto di storicamente attendibile vi sia in questo racconto, non sappiamo con certezza. A quanto si dice, il culto sarebbe stato favorito da papa Eugenio IV, il quale nel Concilio di Firenze del 1439, proclamando la riunione della Chiesa di Roma con quella orientale, avrebbe dato un valido impulso al culto delle Madonne orientali. L’affermava il Corsignani nella sua Reggia Marsicana, sostenendo che sarebbe stato proprio Eugenio IV a concedere al menzionato Altare di N.D. l’indulgenza plenaria perpetua a chiunque visitasse la benedetta Effigie nei giorni del suo nascimento, della sua purificazione, della annunciazione e della visitazione.

Si legge, in alcune cronache locali, che “questa Madonna Nera incoronata non è delle nostre parti: se la sua storia si perde nella notte dei tempi, la sua provenienza è senz’altro orientale. Di fattura e caratteri somatici bizantini, a differenza dell’altra Madonna Nera, quella di Monte Tranquillo, questa è brutta, ma di una bruttezza mistica, sofferta e misteriosa […]. E sembrerebbe che l’anonimo e primitivo scultore abbia sfruttato, nella realizzazione della sua opera, la forma e la linea naturale del tronco mettendo in luce l’effigie della Madonna, seduta su un trono, con in una mano il globo e con l’altra mantiene il Bambino che tiene in grembo, ricavato e scolpito nello stesso unico legno.

Quindi, anche qui viene sottolineata l’antichità della Madonna pescasserolese, ma è soltanto nella seconda metà del Settecento che i culti mariani cominciano ad acquisire la fisionomia, che ancor oggi hanno, di manifestazioni religiose popolari nel senso antropologico del termine.

Lo vedremo nel momento in cui parleremo del culto della Madonna di Pietraquaria in Avezzano, ma lo stesso discorso vale anche per le altre Madonne della Marsica, compresa la Vergine Nera di Pescasseroli. Infatti, l’incoronazione ufficiale della statua avvenne nel 1752 per mano di monsignor Domenico Brizi, vescovo dei Marsi, e fu seguita, nel 1766, da analoga incoronazione di un’altra Madonna bruna, quella di Foggia, consacrando così il legame religioso, oltre che economico e sociale, che univa i pastori di Pescasseroli (e, quindi, anche di Gioia, Lecce, Villavallelonga) ai loro ospiti pugliesi.

Un’apposita confraternita venne ufficialmente istituita, con autorizzazione regia di Ferdinando IV, in data 8 agosto 1788. Così, quando le greggi nel mese di settembre partivano attraverso il tratturo per la Puglia, lasciavano (a protezione delle famiglie dei pastori) una Madonna Nera, diligentemente custodita dai confratelli, e trovavano, come protettrice del loro lungo esilio invernale, un’altra Madonna Nera.

La devozione per questa Vergine “bruna e piccola” è stata, dal Settecento ad oggi, quella che descriveva nel 1852 Francesco Saverio Sipari, prozio di Benedetto Croce: “Straordinario è il concorso della gente che di lontani paesi va nei suddetti giorni a sciogliervi i voti per grazie ricevute, e a ciò fan bella testimonianza i tanti doni d’oro e d’argento fatti a detta Immagine e di tanti cerei simulacri, che pendono dalle pareti della votiva Cappella.”

Meravigliosa soprattutto è la vicina Terra di Lavoro e di Arpino: nella vigilia della festa annuale (7 settembre) si veggono giungere a drappelli, cantando pie canzoni, dal varco di Forca d’Acero, un dì famoso per frequenti rapine ed ora sicuro da ogni pericolo.

Anche il culto della Madonna delle Grazie in Cerchio viene fatto risalire al XVI secolo, precisamente al 1530. D’altra parte, il primo documento comprovante, con certezza, la sua esistenza è la Bolla di erezione della Confraternita di S.Maria delle Grazie di Corvarola, pubblicata il 14 dicembre 1577 dal vescovo dei Marsi monsignor Giovan Battista Milanesio.

La presenza di tale culto nel Cinquecento potrebbe sembrare una prova in contrario di quel che vorremmo dimostrare. Ma, in realtà, anch’esso viene valorizzato e sollecitato come vera e propria devozione popolare solo negli ultimi decenni del XVIII secolo, quando, come naturale conseguenza delle riforme giurisdizionaliste del regno di Napoli e, quindi, della perdita effettiva di autorità da parte della gerarchia ecclesiastica, la devozione popolare diviene, nei nostri paesi, un inevitabile surrogato di quello che prima era il potere esclusivo e assoluto della Chiesa.

In epoca napoleonica il fenomeno si accentua, alloquando la speranza della monarchia borbonica e dello stesso clero di salvarsi dalla “barbarie giacobina” spinge sia il re sia i vescovi a sollecitare e favorire proprio le manifestazioni autonome di pietà popolare. In data 11 agosto 1798, ad esempio, alle prime notizie della discesa dei francesi verso il meridione, monsignor Giuseppe Bolognese, vescovo di Pescina, così scriveva al Segretario di Stato del regno di Napoli: “L‘Eccellenza Vostra si degnerà assicurare a Sua Reale Maestà, che i miei Diocesani sono pieni di ardore per la sua Real salute e la difesa della Religione e dello Stato.”

È interessante, in proposito, quanto lasciato scritto da Benedetto D’Amore circa un episodio avvenuto proprio durante l’invasione francese dell’Abruzzo: avendo alcuni uomini di Cerchio ucciso a tradimento un soldato francese, ferendone altri due, il Consiglio di Guerra francese aveva ordinato che si mettesse “a sangue, sacco e fuoco” l’intero paese di Cerchio.

Il D’Amore così prosegue: “A sì trista calamità quegli abitanti sicuri della protezione della SS.ma Vergine delle Grazie, a questa pieni di fiducia ricorsero, risolvendo processionalmente portarla ad incontrare nell’ingresso il nemico, onde mercè la stessa implorare ed ottenere grazia e clemenza […]. L’ufficiale in capo ed i suoi subalterni, visto tal venerando Simulacro, prodigiosamente da feroci nemici mansueti divennero […]. E si conobbe ad evidenza la protezione della Beatissima Vergine delle Grazie…”

È appena qualche anno dopo, nel 1803, in occasione di un ulteriore pericolo di invasione francese, che viene “prodigiosamente” rinvenuta da un contadino l’antica immagine della Madonna delle Grazie di Cerchio, la cui popolazione avendo verificato che la ricomparsa era stata miracolosa, perché senza la menoma intelligenza e concorso umano, fra le grida di contento e lacrime di tenerezza, fin da quel tempo la salutò Madonna delle Grazie, e per venerarla come conveniva, ed esercitarvi gli uffici di pietà, non mancò rendere informato il Vescovo de’ Marsi, allora monsignor Bolognese, e pregarlo per le debite concessioni.

Tuttavia, per lo meno fino agli ultimi decenni del Settecento, il culto della Madonna, pur se connotato come devozione popolare, rimaneva sempre strettamente connesso con gli aspetti liturgici e rigidamente controllato dalla gerarchia ecclesiastica, soprattutto per effetto delle direttive emanate dal Concilio di Trento, che tendevano, secondo alcuni studiosi, al “soffocamento di ogni manifestazione religiosa alternativa”.

Risultava indispensabile, a detta di Raffaele Colapietra, che l’autorità episcopale s’inserisse a razionalizzare e governare, meglio che limitarsi a proibire, quelle che apparivano manifestazioni popolari connesse con un ingente retroterra sociale.

Sarà solo verso la fine del Settecento che cominciano a delinearsi, abbastanza nettamente, le caratteristiche di una religiosità popolare, se non trasgressiva, certamente più autonoma di fronte alle direttive della Chiesa ufficiale. Si pensi all’evoluzione che subiscono, proprio in quel periodo, le confraternite laicali, le quali nascono e si sviluppano in aggiunta, se non in contrapposizione con quelle tradizionali e post-conciliari del SS.Sacramento e del SS.Rosario, e all’introduzione di costumanze e ritualità, che sanno molto di festosità laica e profana e assai poco di devozione religiosa.

Se qualche manifestazione similare si era riscontrata in epoche precedenti, essa era stata spesso tacciata di “superstizione” o, peggio, di “magia”, e come tale decisamente condannata dalla Chiesa. Verso la fine del Settecento, invece, la religiosità popolare subisce profonde trasformazioni, e si sviluppa e si diffonde spesso anche con il tacito consenso del clero ufficiale, se non con il favore e le sollecitazioni della stessa Chiesa istituzionale.

È, questo (ultimi decenni del ‘700), dopo quello controriformistico e gesuitico del ‘600, il periodo della predicazione missionaria di uomini come S.Paolo della Croce, S.Leonardo di Porto Maurizio, S.Alfonso de’ Liguori, che introducono nelle regioni meridionali la tradizione della Via Crucis e promuovono dappertutto il culto della Vergine, che avrà il suo culmine nel 1806, in piena epoca napoleonica, con il riconoscimento ufficiale della devozione e della venerazione del Sacro Cuore di Maria.

Tratto da: [fonte/autore].

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