Il legno, favorito dalle proprie caratteristiche di lavorabilità, leggerezza e facile reperibilità, è da sempre considerato un fondamentale materiale da costruzione. Il suo impiego in questo ambito è documentato, a ritroso, fino alla remota preistoria. Tralasciando le testimonianze più lontane, possono essere citate numerose tipologie di strutture lignee di fabbricati realizzate in epoche storiche: nei primi secoli del secondo millennio, in Francia la costruzione a “pan de bois”, in Germania la “Fachwerkbau”, in Inghilterra le costruzioni rurali per granai dette “barn”, in Norvegia le chiese a pilastri chiamate “stavkirker”. Più recenti sono la “gagiola” di Lisbona, la “casa baraccata” Calabrese e, infine, la “balloon frame” di Chicago, nella quale la versatilità del legno viene esaltata dalla semplicità concettuale della struttura costituita esclusivamente da tavole collegate con soli chiodi metallici.
Le testimonianze storiche più suggestive relative all’impiego del legno nella costruzione di edifici ci giungono, però, dalla Cina, dove alcuni fabbricati, eretti un migliaio di anni or sono, nei secoli IX e X d.C., sopravvivono ancora oggi. La lunga durata di questi edifici può essere attribuita a diversi fattori interconnessi la cui combinazione, nel complesso, non può essere soltanto casuale, ma potrebbe anche essere la conseguenza di considerazioni puramente razionali.
Lo Chalet Torlonia, pur non vantando la vetustà dei succitati edifici, possiede un proprio fascino che va oltre l’aspetto estetico; risulta intriso di una sapiente conoscenza del materiale legno e di un’abile lavorazione. Giuseppe Valadier, titolare della cattedra di “Architettura pratica” all’Accademia di S. Luca a Roma dal 1812 al 1839, rimandava continuamente all’esperienza pratica ed alle regole derivate da essa nelle sue lezioni. Ciò mette in evidenza, in quell’epoca, la centralità della figura del mastro e del “pratico” rispetto a quella dell’architetto disegnatore, il quale, “… ,tuttavia, deve conoscere praticamente, per mezzo dell’esperienza la resistenza dei legni, …., la potenza della vite, …” (Valadier).
Analizzando il manufatto dal punto di vista costruttivo, bisogna tenere presente che la lettura diretta sulla tipologia delle unioni realizzate, della loro precisione di esecuzione, della finitura delle superfici di lavorazione, delle tecniche di tracciatura dei pezzi e delle fasi di montaggio progettate, permette di valutare la capacità degli artigiani costruttori soltanto in relazione con l’attrezzatura disponibile, la quale è possibile desumere dalla conoscenza dell’epoca di realizzazione del manufatto.
Nello stesso numero del giornale “L’Italia Morale”, già citato per avere recensito lo Chalet Torlonia, si trova un articolo d’elogio rivolto al sig. Tersilio Boccaccini, costruttore dello Chalet Torlonia. Si legge: “… noto capo d’arte sig. Boccaccini Tersilio falegname ebanista con importante stabilimento a vapore in Roma, …”. Chi scrive ha effettuato anche un sopralluogo nel locale che, a Roma in via Calatafimi n° 47, accoglieva lo “importante stabilimento a vapore”, oggi adibito a garage pubblico. Sebbene, per la diversa attività attualmente ospitata, sia oggi diviso da un solaio, l’ampiezza e l’altezza del locale non lasciano dubbi sulla “importanza” dello stabilimento a vapore presente nel passato.
Dal sopralluogo effettuato, con l’ausilio della letteratura specializzata, è possibile immaginare lo stabilimento del sig. Boccaccini. Il termine utilizzato, “stabilimento”, e non “bottega”, evoca immediatamente la rivoluzione industriale iniziata, a cavallo dei secoli XVIII e XIX, con l’avvento delle macchine a vapore. La rivoluzione industriale coinvolse anche la lavorazione del legno, anche se le macchine utensili si affermarono soltanto dopo quelle per la lavorazione del metallo. All’Esposizione Universale di Parigi del 1855, si imposero all’attenzione dei tecnici i primi tipi di macchine da legno azionate a vapore e trasmissione meccanica, con perfezionati organi di registrazione e di alimentazione del pezzo e con pesanti incastellature in ghisa per impedire la propagazione delle vibrazioni e dei rumori.
In Italia, il loro sviluppo fu più lento, nonostante la lavorazione del legno avesse raggiunto notevole perfezione. Ciò fu dovuto, forse, alla carenza di materia prima e di disponibilità finanziarie. Infatti, soltanto dopo la riforma doganale del 1888, che migliorò le condizioni di produzione, lo sviluppo industriale fu favorito anche nel campo del legname e della sua lavorazione. In quel periodo, alcuni abili ed intraprendenti mastri artigiani diventarono industriali, sostituendo nelle loro botteghe seghe circolari e torni rudimentali con macchine più potenti e dotate di maggiore precisione nella lavorazione.
Considerando l’ampiezza del locale in via Calatafimi e l’importanza dei lavori realizzati, tra cui quelli del Palazzo Colonna, dell’allora Ministero della Guerra e della neonata Banca d’Italia, è verosimile ipotizzare la presenza, nello stabilimento, di attrezzature come sega circolare, sega a nastro con carrello, pialla a filo e spessore, fresatrice toupie e macchine per tenoni e maschiettetura. Tali macchine sarebbero state necessarie per lavorare i 30 metri cubi di legname utilizzati nello Chalet Torlonia.
Il metodo operativo del sig. Boccaccini doveva prevedere un assemblaggio iniziale presso lo stabilimento, considerando la complessità dell’opera e l’esigenza di garantire un prodotto perfetto. In ordine all’interpretazione costruttiva, sono stati condotti sopralluoghi per analizzare i contrassegni, detti marche o segnature, effettuati durante le operazioni di lavorazione dei pezzi. La presenza di contrassegni avvalora l’ipotesi che essi avessero lo scopo di garantire una corretta ricomposizione del manufatto durante la posa in opera, ma purtroppo i contrassegni ritrovati sono insufficienti per una dettagliata interpretazione.
I pilastri e le travi delle catene poligonali chiuse sono stati tra i primi elementi realizzati e assemblati. L’operazione di erigerli non si sarebbe dovuta rivelare difficile, ma era fondamentale utilizzare impalcature ed argani per centrare i fori per le chiavarde a vite di collegamento. Eretti i pilastri e bloccate le catene poligonali chiuse, la struttura dello Chalet iniziava ad assumere forma e solidità. I pannelli laterali, che chiudono sei facce del prisma ottagonale, sono stati assemblati in modo da facilitare anche la loro funzionalità strutturale di controventatura del fabbricato.
Le strutture delle vetrate e del tetto, anch’esse costruite con attenzione alla smontabilità, rappresentano esempi della praticità e dell’efficacia delle soluzioni adottate. Ogni elemento del fabbricato è stato realizzato con l’obiettivo di garantire durabilità e funzionalità, rendendo lo Chalet Torlonia non solo un’icona estetica, ma anche un’opera architettonica innovativa.
Tratto da: testi del dott. Roberto Romani.