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(Ignazio Silone)

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Ignazio Silone, da giovani ribellioni in Abruzzo alla resistenza anti-stalinista, un percorso di coraggio e crisi ideologica che desidera raccontarsi.

Ignazio Silone, pseudonimo di Secondino Tranquilli, nasce a Pescina il primo maggio del 1900. Cresce in una famiglia contadina con forti valori morali, influenzato dal pensiero del padre, che lo spinge verso una vita di attivismo sociale. Gli eventi traumatici che investono la sua famiglia, come la morte precoce del padre nel 1910 e il terremoto del 1915, segnano la sua adolescenza, portandolo a prendere posizione contro le ingiustizie locali. Inizia a partecipare a manifestazioni contro il clero e il comune, preparandosi a un’impegno di ribellione e scrittura, denunciando corruzione e ingiustizie attraverso l’«Avanti!».

Dopo un breve periodo di formazione al collegio «Pio X» di Roma, conclude gli studi e abbraccia la causa socialista, colpito dalla rivoluzione russa. Tra il 1919 e il 1921, si impegna attivamente nel partito socialista e nella nascita del Partito comunista, affrontando la repressione fascista che culmina nel suo arresto. Silone vive un periodo di crisi profonda durante il quale si allontana dal partito, criticando l’operato di Stalin e cercando rifugio in paesi limitrofi come la Francia e la Svizzera.

Malato di tisi, si allontana definitivamente dalla politica nel 1929 e si dedica alla scrittura. La sua prima opera significativa, Fontamara, viene pubblicata nel 1933 e segna l’inizio di una carriera letteraria che lo porterà a esplorare temi di giustizia, libertà e umanità. La sua esperienza politica e umana è riflessa in scritti che criticano le ideologie totali. Durante la Seconda guerra mondiale, si riavvicina all’attività politica, sostenendo i gruppi di resistenza, e rientra in Italia nel 1944.

Negli anni successivi, Silone affronta una lotta interiore tra il suo impegno politico e la sua vocazione artistica, rappresentando i mali della sua epoca attraverso opere come Un’uscita di sicurezza e fondando movimenti per un’Europa unita. Dopo la sua morte, avvenuta il 22 agosto del 1978, e la sepoltura a Pescina, il suo lascito non è solo quello di un narratore, ma di un grande testimone dei conflitti del XX secolo, un simbolo di moralità e resistenza culturale.

Tratto da: [fonte/autore].

Ignazio Silone, pseudonimo di Secondino Tranquilli, nasce a Pescina, in provincia dell’Aquila, il primo maggio del 1900, da Paolo Tranquilli, contadino, e Marianna Delli Quadri, tessitrice. Le condizioni della famiglia Tranquilli sono discretamente agiate. Tuttavia, il piccolo Silone viene turbato da episodi desolanti, come quello di una povera donna assalita dal cane aizzatole da un signorotto e poi condannata al processo perché i testimoni non hanno il coraggio di dire la verità.

Dall’atteggiamento anticonformista del padre, che si oppone pubblicamente alla candidatura del principe Torlonia per le elezioni politiche del 1907, Silone riceve il primo insegnamento contrario a ogni compromesso, scegliendo i poveri come compagni di vita in una società “vecchia, stanca, esaurita”. Purtroppo il padre muore molto presto, nel 1910, dopo un breve e sfortunato espatrio in Brasile. Qualche anno dopo, perde anche un fratello e la madre, tra le macerie della casa distrutta dal terremoto di gennaio 1915.

Rimasto solo con il fratello Romolo e con la nonna paterna, si trasferisce nel “quartiere più povero e disprezzato” del paese, dove organizza manifestazioni popolari contro il clero, il comune e la caserma dei carabinieri. Crescendo, il suo subbuglio interiore si intensifica, preparandolo a un vero e proprio noviziato di rivoluzionario. Silone denuncia con coraggio, tramite tre articoli per l’Avanti!, brogli e ruberie commissionate dagli addetti alla ricostruzione edilizia della zona, ma per i benpensanti rimane un “ragazzo impulsivo e strambo”.

La nonna lo affida al collegio Pio X di Roma dove riprende gli studi classici, ma, nauseato da quell’ambiente, tenta una fuga e viene espulso. Grazie all’interessamento di don Luigi Orione, passa successivamente in un convitto di San Remo e poi di Reggio Calabria. Prima di concludere gli studi liceali, Silone matura la sua crisi di ribellione, abbandona la scuola e si iscrive alla Gioventù socialista, assumendo la segreteria regionale dei lavoratori della terra e promuovendo manifestazioni pacifiste per le quali verrà processato.

Tra i 17 e i 18 anni, si trasferisce a Roma in cerca della sua prima “uscita di sicurezza”. La fede nel socialismo, incoraggiata dalla rivoluzione russa, si unisce a uno sgomento per la perdita di quella religiosa. Tra il 1919 e il 1921, affronta con entusiasmo i nuovi impegni: la segreteria dell’Unione socialista romana, la redazione dell’Avanti! e la direzione de L’Avanguardia. Nel gennaio del 1921, al congresso di Livorno, porta l’adesione della Gioventù socialista alla nascita del Partito comunista.

Poco dopo passa alla redazione de Il Lavoratore di Trieste, che subirà vessazioni e saccheggi da parte degli squadristi fascisti. Tra il 1921 e il 1927, collabora con vari incarichi in Russia e in altri paesi d’Europa, subendo anche il carcere in Spagna e in Francia, accusato di sovversivismo. Nel maggio del 1927, partecipa a una riunione del Comintern a Mosca, presieduta da Stalin, e si oppone all’espulsione di Trotzki e Zinovieff.

Con il tempo, però, Silone si rende conto della degenerazione della politica staliniana. Rifugiatosi prima in Francia e poi in Svizzera, lavora come responsabile dell’Ufficio stampa e propaganda per i fogli di partito. Nel 1928 riceve la triste notizia dell’arresto del fratello Romolo, accusato dell’attentato al re Vittorio Emanuele III. Sebbene riconosciuto innocente, Romolo sarà condannato a 12 anni e morirà in carcere per le torture subite.

Ammalatosi gravemente di tisi, Silone si distacca dall’attività di partito nel 1929. Negli anni seguenti, il suo rapporto con l’Ufficio di Segreteria si deteriora a causa delle direttive imposte da Mosca. Accusato di trotzkismo, Silone si rifiuta di spiegare il suo “doppio gioco”. Negli estate del 1931, avviene la rottura definitiva con il partito e la sua espulsione come “un anormale politico”. Questo momento segna nella sua vita una data assai triste, rappresentando il lutto della sua gioventù.

Impegnato in una critica del suo vissuto, Silone si rende conto che le radici della sua crisi sono di ordine morale oltre che politico. L’anno prima, si trasferisce a Davos, dove, mentre il suo stato di salute si aggrava, inizia a scrivere il racconto Fontamara. Questa rappresenta la sua vera “uscita di sicurezza”. Scoperta la vocazione di scrittore, Silone fonda a Zurigo la rivista Information e pubblica molte opere, tra cui Un viaggio a Parigi, Pane e vino e Il seme sotto la neve.

Negli anni 30, la sua attenzione si sposta verso un’intensa attività culturale. Scrive articoli d’interesse europeo e religioso, e pubblica opere come La scuola dei dittatori e Nuovo incontro con G. Mazzini. Alla fine del decennio, risente delle minacce della seconda guerra mondiale e si riavvicina alla politica, dirigendo il Centro estero del PSI e stringendo rapporti con i gruppi di resistenza.

Nel 1942, pronuncia un discorso significativo di fronte a ex comunisti, in cui afferma l’imperativo del “dovere di testimoniare”. Arrestato dalle autorità elvetiche, rientra in Italia nel 1944 e diventa parte della direzione del PSIUP. Nonostante le scissioni interne, fa parte del Comitato d’epurazione e viene eletto all’Assemblea Costituente per la circoscrizione abruzzese.

Successivamente, alla scissione di Palazzo Barberini, lascia il partito di Nenni e fonda la rivista Europa Socialista. Con altri, lavora per il Partito Socialista Unitario, che si batte per un’Europa libera. Tuttavia, il partito si dissolve, e Silone, deluso, dichiara di sentirsi uno dei più sconfitti nella lotta politica italiana. Da questo momento in poi, riflette su un dissidio insanabile tra “asservimento istituzionale” e ansia libertaria, un conflitto che lo porterà al di fuori delle istituzioni del potere.

Silone congeda definitivamente la politica e riprende la sua carriera letteraria. Nel decennio successivo scrive tre nuovi romanzi che affrontano vari temi sociali e umani. Fonda anche l’« Associazione per la libertà della cultura », partecipa a congressi e battaglie per diritti umani, mostrando il suo impegno per l’emancipazione dei popoli. Con gli anni 70, gli interventi di Silone si diradano, ma mantiene una visione di umanesimo integrale, cercando di coniugare socialismo e cristianesimo.

L’ultimo suo romanzo, La speranza di suor Severina, resterà incompiuto a causa del male e della morte, che lo colpiranno il 22 agosto del 1978. Cinque giorni dopo, viene sepolto a Pescina, nei pressi della chiesa di S. Berardo. La sua scomparsa viene percepita universalmente come una grave perdita, non solo per la letteratura italiana, ma per la cultura mondiale. Come osservò Mario Pomilio, Silone era uno scrittore “significativo” e un “testimone” del travaglio dei suoi anni.

Silone, maestro di alta moralità e grande scrittore, trasmette un messaggio di onestà intellettuale, dimostrando che le sue ragioni morali sono inseparabili dalle sue ragioni narrative. È fondamentale riconoscere il suo valore, non solo come scrittore, ma come simbolo di ideali di libertà e dignità.

Tratto da: Ignazio Silone: la vita, le opere, il pensiero, Edizioni dell’Urbe, Roma, 1980, pp. 66-69.

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Ignazio Silone, pseudonimo di Secondino Tranquilli, nasce a Pescina, in provincia dell’Aquila, il primo maggio del 1900, da Paolo Tranquilli, contadino, e Marianna Delli Quadri, tessitrice. Le condizioni della famiglia Tranquilli sono discretamente agiate. Tuttavia, il piccolo Silone viene turbato da episodi desolanti, come quello di una povera donna assalita dal cane aizzatole da un signorotto e poi condannata al processo perché i testimoni non hanno il coraggio di dire la verità.

Dall’atteggiamento anticonformista del padre, che si oppone pubblicamente alla candidatura del principe Torlonia per le elezioni politiche del 1907, Silone riceve il primo insegnamento contrario a ogni compromesso, scegliendo i poveri come compagni di vita in una società “vecchia, stanca, esaurita”. Purtroppo il padre muore molto presto, nel 1910, dopo un breve e sfortunato espatrio in Brasile. Qualche anno dopo, perde anche un fratello e la madre, tra le macerie della casa distrutta dal terremoto di gennaio 1915.

Rimasto solo con il fratello Romolo e con la nonna paterna, si trasferisce nel “quartiere più povero e disprezzato” del paese, dove organizza manifestazioni popolari contro il clero, il comune e la caserma dei carabinieri. Crescendo, il suo subbuglio interiore si intensifica, preparandolo a un vero e proprio noviziato di rivoluzionario. Silone denuncia con coraggio, tramite tre articoli per l’Avanti!, brogli e ruberie commissionate dagli addetti alla ricostruzione edilizia della zona, ma per i benpensanti rimane un “ragazzo impulsivo e strambo”.

La nonna lo affida al collegio Pio X di Roma dove riprende gli studi classici, ma, nauseato da quell’ambiente, tenta una fuga e viene espulso. Grazie all’interessamento di don Luigi Orione, passa successivamente in un convitto di San Remo e poi di Reggio Calabria. Prima di concludere gli studi liceali, Silone matura la sua crisi di ribellione, abbandona la scuola e si iscrive alla Gioventù socialista, assumendo la segreteria regionale dei lavoratori della terra e promuovendo manifestazioni pacifiste per le quali verrà processato.

Tra i 17 e i 18 anni, si trasferisce a Roma in cerca della sua prima “uscita di sicurezza”. La fede nel socialismo, incoraggiata dalla rivoluzione russa, si unisce a uno sgomento per la perdita di quella religiosa. Tra il 1919 e il 1921, affronta con entusiasmo i nuovi impegni: la segreteria dell’Unione socialista romana, la redazione dell’Avanti! e la direzione de L’Avanguardia. Nel gennaio del 1921, al congresso di Livorno, porta l’adesione della Gioventù socialista alla nascita del Partito comunista.

Poco dopo passa alla redazione de Il Lavoratore di Trieste, che subirà vessazioni e saccheggi da parte degli squadristi fascisti. Tra il 1921 e il 1927, collabora con vari incarichi in Russia e in altri paesi d’Europa, subendo anche il carcere in Spagna e in Francia, accusato di sovversivismo. Nel maggio del 1927, partecipa a una riunione del Comintern a Mosca, presieduta da Stalin, e si oppone all’espulsione di Trotzki e Zinovieff.

Con il tempo, però, Silone si rende conto della degenerazione della politica staliniana. Rifugiatosi prima in Francia e poi in Svizzera, lavora come responsabile dell’Ufficio stampa e propaganda per i fogli di partito. Nel 1928 riceve la triste notizia dell’arresto del fratello Romolo, accusato dell’attentato al re Vittorio Emanuele III. Sebbene riconosciuto innocente, Romolo sarà condannato a 12 anni e morirà in carcere per le torture subite.

Ammalatosi gravemente di tisi, Silone si distacca dall’attività di partito nel 1929. Negli anni seguenti, il suo rapporto con l’Ufficio di Segreteria si deteriora a causa delle direttive imposte da Mosca. Accusato di trotzkismo, Silone si rifiuta di spiegare il suo “doppio gioco”. Negli estate del 1931, avviene la rottura definitiva con il partito e la sua espulsione come “un anormale politico”. Questo momento segna nella sua vita una data assai triste, rappresentando il lutto della sua gioventù.

Impegnato in una critica del suo vissuto, Silone si rende conto che le radici della sua crisi sono di ordine morale oltre che politico. L’anno prima, si trasferisce a Davos, dove, mentre il suo stato di salute si aggrava, inizia a scrivere il racconto Fontamara. Questa rappresenta la sua vera “uscita di sicurezza”. Scoperta la vocazione di scrittore, Silone fonda a Zurigo la rivista Information e pubblica molte opere, tra cui Un viaggio a Parigi, Pane e vino e Il seme sotto la neve.

Negli anni 30, la sua attenzione si sposta verso un’intensa attività culturale. Scrive articoli d’interesse europeo e religioso, e pubblica opere come La scuola dei dittatori e Nuovo incontro con G. Mazzini. Alla fine del decennio, risente delle minacce della seconda guerra mondiale e si riavvicina alla politica, dirigendo il Centro estero del PSI e stringendo rapporti con i gruppi di resistenza.

Nel 1942, pronuncia un discorso significativo di fronte a ex comunisti, in cui afferma l’imperativo del “dovere di testimoniare”. Arrestato dalle autorità elvetiche, rientra in Italia nel 1944 e diventa parte della direzione del PSIUP. Nonostante le scissioni interne, fa parte del Comitato d’epurazione e viene eletto all’Assemblea Costituente per la circoscrizione abruzzese.

Successivamente, alla scissione di Palazzo Barberini, lascia il partito di Nenni e fonda la rivista Europa Socialista. Con altri, lavora per il Partito Socialista Unitario, che si batte per un’Europa libera. Tuttavia, il partito si dissolve, e Silone, deluso, dichiara di sentirsi uno dei più sconfitti nella lotta politica italiana. Da questo momento in poi, riflette su un dissidio insanabile tra “asservimento istituzionale” e ansia libertaria, un conflitto che lo porterà al di fuori delle istituzioni del potere.

Silone congeda definitivamente la politica e riprende la sua carriera letteraria. Nel decennio successivo scrive tre nuovi romanzi che affrontano vari temi sociali e umani. Fonda anche l’« Associazione per la libertà della cultura », partecipa a congressi e battaglie per diritti umani, mostrando il suo impegno per l’emancipazione dei popoli. Con gli anni 70, gli interventi di Silone si diradano, ma mantiene una visione di umanesimo integrale, cercando di coniugare socialismo e cristianesimo.

L’ultimo suo romanzo, La speranza di suor Severina, resterà incompiuto a causa del male e della morte, che lo colpiranno il 22 agosto del 1978. Cinque giorni dopo, viene sepolto a Pescina, nei pressi della chiesa di S. Berardo. La sua scomparsa viene percepita universalmente come una grave perdita, non solo per la letteratura italiana, ma per la cultura mondiale. Come osservò Mario Pomilio, Silone era uno scrittore “significativo” e un “testimone” del travaglio dei suoi anni.

Silone, maestro di alta moralità e grande scrittore, trasmette un messaggio di onestà intellettuale, dimostrando che le sue ragioni morali sono inseparabili dalle sue ragioni narrative. È fondamentale riconoscere il suo valore, non solo come scrittore, ma come simbolo di ideali di libertà e dignità.

Tratto da: Ignazio Silone: la vita, le opere, il pensiero, Edizioni dell’Urbe, Roma, 1980, pp. 66-69.

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