Attualmente, la chiesa si presenta nel suo rifacimento del 1927, dopo i gravi danni subiti col terremoto del 1915. La ricostruzione avvenne in uno stile “bizantino-romanico”, mentre della originaria chiesa parrocchiale del burgo rinascimentale rimane il solo portale, lo stemma a scudo con croce decorata da cinque lune dei Piccolomini e una finestra a ruota nascosta dietro la cantoria dell’organo.
La fondazione della chiesa risale al 1362, quando il Conte Ruggero II di Cèlano la edificò sulla nascente piazza del borgo di Aielli, in suolo Lateranense, cioè soggetta alla chiesa di S. Giovanni in Laterano di Roma. Tale informazione risulta sia dall’Archivio Lateranense, consultato dal Corsignani, che dall’Inventario dei Beni dello stesso conte del 1387, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana, dove si legge: “… In castro Agelli …,… ecclesiae S. Trinitatis que ecclesia noviter est edificata per virum magnificum Rogerium Celani comitem ac etiam et dotatam” (Sella 1936, VII).
Il completamento del rivestimento o restauro della facciata della chiesa avvenne sotto il dominio di Antonio Piccolomini, con lavori iniziati nel 1477 e conclusi nel 1479, culminando con la consacrazione del Vescovo dei Marsi Antonio Senese (Corsignani 1738, I, 644; Di Pietro 1869, 144-145).
A partire dal cinquecento, iniziò la vertenza fra i vescovi dei Marsi e il Capitolo Lateranense per la giurisdizione della chiesa aiellese, che si concluse nella seconda metà del seicento a favore del Vescovo dei Marsi Didaco De Petra. La vertenza si basava sulla dimostrazione erronea del vescovo che sosteneva che la chiesa di Aielli fosse nuova e non correlata a quella fondata da Ruggero II, ormai diruta, eretta nel casale di Aielli Vecchio (Di Pietro 1869, cit.).
La ricchezza della collegiata Sanctissimae Trinitatis e delle sue cappelle dipendenti attirava i potenti conti di Cèlano, che nel settecento cercarono di esercitare il diritto di nomina dei cappellani e dei benefici ecclesiastici vacanti, un diritto contestato duramente dal vescovo Lajezza nel 1786 (Melchiorre 1984).
Documenti risalenti al 1428 attestano un rito agrario propiziatorio, di probabile origine pagana, che celebrava la tradizione di spargere grano nella navata centrale nella prima domenica dopo la Pentecoste, in segno di augurio per l’economia prevalentemente agraria della comunità di Aielli (Belmaggio Datt.).
Un documento seicentesco dell’Archivio della Diocesi dei Marsi di Avezzano rivela che il coro, situato dietro l’altare maggiore della chiesa, portava l’iscrizione: “Data est anno Domini 1362”. Inoltre, la campana maggiore era stata realizzata per iniziativa della comunità di Aielli nel 1350: “sub anno Domini MCCCL”. Pertanto, sia l’iscrizione del coro che la campana appartenevano alla chiesa edificata da Ruggero II di Cèlano.
Lo stesso documento descrive la facciata della chiesa: “Questa chiesa ha la facciata avanti la Piazza, e la porta di essa è di pietra bianca lavorata con colonnelle, et altri lavori, e specialmente nell’Architrave e sotto una finestra tonda vi è scolpita in pietra un’arma con una croce in mezzo d’essa, con cinque mezze lune…” (Melchiorre 1986).
Dal Febonio (1668, III, 239) apprendiamo che la campana è datata al 1301: “Campanam hanc fieri fecit Popolus.Civitatis Marsorum A(anno)(Domini).M.CCC.I”. Questa data è da ritenersi esatta, poiché la campana, rottasi nel 1661, fu rifusa nel 1676 dal maestro campanaro Berardino Donati dell’Aquila. Nonostante l’ordine ricevuto di mantenere l’iscrizione precedente dai Massari di Aielli, dovette apportare modifiche all’iscrizione (Belmaggio, Datt.).
È probabile che la campana provenisse dalla cattedrale di S. Sabina della Civitas Marsicana (S. Benedetto dei Marsi), considerando la dizione “Civitatis Marsorum” relativa alla sede episcopale. Forse fu portata nella chiesa di Aielli dal vescovo dei Marsi Gentile da Aielli nel 1385, o dal Conte di Cèlano Nicola, nipote di Ruggero II, che nel 1406 divenne proprietario della “Città Marsicana”.
Il portale a strombo con arco a tutto sesto, opera di scuola aquilana della fine del quattrocento e datato 1479, si presenta molto simile ai portali delle chiese celanesi del periodo, specialmente a quello di S. Maria Valleverde, datato 1508. Entrambi i portali mostrano influenze dei Piccolomini, evidenti nello stemma superiore con le sue mezzelune. La composizione stilistica della chiesa è una fusione di elementi romanici, gotici e rinascimentali, caratterizzata da un ricco archivolto e un architrave ornato con un ramo d’acanto, che si avvolge formando tre volute, contenenti due fiori laterali e l’Agnus Dei in quella centrale.
L’interno della chiesa, diviso in tre navate delimitate da colonne possenti, ospita oggi una statua lignea settecentesca della Madonna della Vittoria, nota anche come “Madonna Piagneticcia”, un tempo conservata nella chiesa di S. Rocco. Vi è inoltre una bella croce processionale in argento dorato, un coro in legno di noce risalente alla metà del seicento, e un Ostensorio e Pisside in argento dorato, con iscrizione indicante l’autore, Maria Nutii, nel 1516.
Numerose tele dipinte, “Pale d’Altare”, attribuibili ad artisti di scuola romano-napoletana, adornano la chiesa, tra cui si segnalano una mediocre Pietà e Santi (inizio del XVI secolo) con sottostante stemma dei Piccolomini e una tela di S. Benedetto da Norcia (secolo XVII) sulla navata laterale destra. Sulla navata sinistra si trovano l’Assunta e Santi, l’Immacolata e Santi, e l’Ultima Cena, tutte opere del XVII secolo. Sulla parete d’ingresso, è collocata una rappresentazione di Maria Assunta con Santi, mentre sull’abside sono visibili la SS. Trinità e la Visione di Abramo sotto la quercia di Mamre, entrambe opere del XVII secolo.
La statua della Madonna, ridipinta in tempi recenti, è legata alla festività nella seconda metà di maggio, durante la quale viene portata in processione dalla chiesa parrocchiale alla vecchia chiesa di S. Rocco, per risalire nuovamente verso la SS. Trinità. Le feste popolari della prima settimana di luglio vedono la partecipazione non solo dei residenti ma anche degli emigrati aiellesi provenienti da Italia e dall’estero. Le origini del culto si riferiscono a fenomeni di siccità che si verificarono in una primavera del 1758, mitigati dalle preghiere della comunità aiellese rivolte alla statua della Madre di Dio presente nella chiesa cinquecentesca di San Rocco.
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