Notifica
Notifica

Storia Di Sperone.. Cenni Storici

Aggiungi qui il testo del titolo

Scopri come Sperone, un antico borgo della Marsica, ha superato terremoti e migrazioni, preservando leggende e tradizioni nella lotta per mantenere viva la sua storia.

Il borgo di Sperone, oggi parte della comunità di Gioia dei Marsi, sorge in una località storica chiamata “la forchetta”, a circa 7 km da un antico presidio romano, il Passo Sparnasio. Questo nome deriva dall’unione di due castelli: Sparnasio, dedicato al dio Pan, e Asinio. Con la distruzione dei castelli, sopravvisse solo il primo, rifondato come “Speron d’Asino” dagli abitanti di Asinio. Dal 1193, Sperone era feudo di Simone di Capistrello, il quale riceveva un soldato per ogni 24 fuochi del villaggio.

Le chiese del borgo erano due: quella dedicata a San Nicola e una parrocchia dedicata a Santa Maria. La torre del castello, costruita nella seconda metà del XIII secolo dai conti Berardi di Cèlano, fungeva da avvistamento e difesa per la Marsica orientale. Alta circa 16 metri, si presentava come una torre circolare con due piani, utilizzati per l’avvistamento e come deposito. Da qui, si poteva controllare la conca del Fùcino e il collegamento con la valle Peligna.

Nel 1868, Sperone contava 220 abitanti e gli stili di vita erano segnati dalla necessità di adattarsi a condizioni dure. La vita quotidiana dipendeva dalla coltivazione di grano e vigneti e dall’allevamento. Durante i rigidi inverni, i residenti si dedicavano alla raccolta della legna e alla realizzazione di attrezzi per il lavoro nei campi. Tuttavia, il terremoto del 13 gennaio 1915 sconvolse la comunità, spingendola a ricostruire il paese più a valle con l’aiuto di Gioia dei Marsi.

A partire dal 1950, con il contributo del parroco Don Rocco Provenzali, si avviò la ricostruzione della chiesa di San Nicola, conclusa nel 1957. La vita nel nuovo borgo comportò l’arrivo di servizi essenziali come energia elettrica e telecomunicazioni, ma molti giovani iniziarono a migrare per studio o lavoro. Negli anni ’60, la decisione di trasferire la popolazione verso abitazioni più sicure contribuì a un cambiamento significativo nella vita di Sperone, anche se gli legami con il vecchio paese restarono profondi.

Nel nuovo borgo, la mancanza di una chiesa portò la comunità a celebrare eventi religiosi nel vecchio paese fino alla costruzione di una nuova chiesa, benedetta nel 2001. Le vite degli abitanti di Sperone si intrecciarono con leggende, tra cui quella di un Duca che, si diceva, custodisse un serpente bianco e compisse atti nefasti. La comunità, nonostante le difficoltà, continua a mantenere vive le proprie tradizioni e ricordare le radici nel contesto naturale della sua “Terra Nostra”.

Riferimento autore: Gioia dei Marsi ieri e oggi (Testi a cura di Salvatore di Salvatore).

Il borgo di Sperone, attualmente parte integrante della comunità di Gioia dei Marsi, si trova a circa 7 km, nella località chiamata “la forchetta”, in corrispondenza di un antico presidio romano a guardia del Passo Sparnasio. Il nome del borgo discende dall’unione di due castelli, Sparnasio (dal dio Pan, protettore dei pastori e delle greggi) e Asinio. Dopo la distruzione di entrambi, rimase in piedi solo uno, il Speron d’Asino, dove gli abitanti di Asinio si aggregarono. Questo nuovo castello, con la conformazione di una fortezza, divenne feudo di Simone di Capistrello nel 1193, al quale veniva fornito un soldato a cavallo per ogni 24 fuochi presenti.

Le chiese del piccolo centro montano erano due: la parrocchia dedicata a S. Maria e l’altra a S. Nicola, situata appena fuori dall’abitato. La torre del castello, che oggi è ancora visibile, risale alla seconda metà del XIII secolo, quando i conti Berardi di Cèlano, signori della contea dei Marsi, rafforzarono il sistema difensivo della Marsica orientale, costruendo baluardi lungo le vie di accesso. Questa torre, di forma circolare e con un diametro esterno di circa 8 metri, si eleva attualmente per circa 16 metri e presenta due piani: il piano inferiore probabilmente utilizzato come deposito, mentre quello superiore, a forma ottagonale, era riservato al corpo di guardia.

Situata a 1240 metri di altitudine, la torre dominava la conca del Fùcino, all’epoca un lago, e controllava l’unica via di comunicazione con la valle Peligna e le aree del Tavoliere. Tuttavia, col passare del tempo, la funzione di avvistamento e difesa della torre andò esaurendosi, portando il centro a perdere la propria ragion d’essere, rimanendo sempre più isolato. Nonostante ciò, la bellezza del panorama circostante ha permesso a Sperone di essere definita “il balcone più bello della Marsica”.

Il vecchio paese confinava a sud-est con i terreni di Manaforno e a nord-ovest con i possedimenti di Aschi. Già nel 1868 la popolazione ammontava a 220 individui. Il paese, che si sviluppava attorno alla torre, era composto da case in pietra, calce e architravi di legno. Fino a pochi decenni fa, non c’era energia elettrica e le uniche fonti di luce artificiale erano le lucerne ad olio, le candele, le torce impregnate di grasso di montone e i lumi a petrolio. Anche l’acqua non era distribuita nelle abitazioni, che si rifornivano da fonti vicine. L’economia locale ruotava attorno alla coltivazione della terra, in particolare grano e vigneti, e all’allevamento di animali.

Durante i lunghi e severi inverni, gli uomini costruivano attrezzi per il lavoro della terra, come gli aratri, impiegando buoi per l’aratura. Le principali fonti di sostentamento includevano grano, granoturco, bietole e patate, utilizzate anche come mangime per gli animali. Per affrontare il freddo, si raccoglieva legna, utilizzata sia per riscaldare i camini che per la cottura del pane nei forni, ma anche come merce di scambio con i paesi vicini.

Con i ricavi della vendita di prodotti come funghi raccolti nei boschi, la popolazione riusciva a coprire il fabbisogno della famiglia. Il devastante terremoto del 13 gennaio 1915 lasciò un segno indelebile nella comunità, mettendo alla prova il coraggio della popolazione. Molti furono i disagi e il dolore, ma la volontà di rinascere fu così forte da spingere tutti a iniziare immediatamente i lavori per ricostruire il paese. Il nuovo agglomerato sorse un po’ più a valle, con il supporto dell’amministrazione comunale di Gioia dei Marsi, con cui Sperone si era unito nel lontano 1840. La costruzione di strade, case, canali e l’impiego di muli e asini richiesero grande sforzo.

Le prime abitazioni furono realizzate seguendo criteri antisismici e vennero assegnate a diverse famiglie. Solo nel 1950, il parroco don Rocco Provenzali avviò i lavori di ricostruzione della chiesa di S. Nicola, che si conclusero nel 1957, sotto la direzione del parroco don Artemio de Vincentis.

Il paese ottenne anche una sede scolastica, composta da una pluriclasse elementare con un solo insegnante, che raggiungeva la località a piedi nella stagione bella, reperendo alloggio a Sperone durante l’inverno. La vita era dura e faticosa per tutti: insegnanti, medici e ostetriche si recavano nel borgo solo se necessario. Il parroco ascendeva ogni domenica per celebrare messe, matrimoni e battesimi. Il 26 novembre 1950, i cittadini di Sperone, guidati da un consigliere comunale, organizzarono una protesta per lamentarsi della mancata apertura di un tronco di strada verso la statale. L’amministrazione comunale raccolse la protesta e si attivò presso vari uffici per risolvere la questione.

Così, grazie alla collaborazione dei cittadini, la strada fu realizzata tra giugno e luglio del 1951. Questo evento storico portò a cambiamenti significativi, come l’installazione presso una casa privata di un apparecchio telefonico a disposizione di tutti e l’allaccio di energia elettrica nel 1963, che, insieme al telefono, portò anche la televisione, un’invenzione che lasciò sopresi molti abitanti.

Nel 1956, l’amministrazione postale avviò un servizio di portalettere, che facilitò notevolmente la vita della comunità. Arrivarono nuovi insegnanti e per i ragazzi fu possibile ricevere un’istruzione differenziata, anche se il problema dei più grandi che dovevano recarsi a Gioia dei Marsi per frequentare le scuole medie rimase, con innumerevoli disagi, soprattutto in inverno. In concomitanza con questi eventi, molti giovani iniziarono a lasciare il paese per motivi di studio o lavoro; alcuni ritornarono dopo aver completato gli studi, mentre altri trovarono occupazione altrove, ritornando solo sporadicamente nel loro paese natale.

Nel 1964, l’amministrazione comunale di Gioia dei Marsi avviò il trasferimento della popolazione di Sperone. Dopo un’ispezione da parte del Genio Civile di Avezzano, alcune abitazioni furono dichiarate inagibili e già molti si erano trasferiti a Gioia dei Marsi, dove l’amministrazione aveva predisposto alloggi idonei. Il 13 marzo di quell’anno furono consegnati i primi 20 alloggi, seguiti da una seconda consegna il 19 novembre 1971. Anni dopo, l’amministrazione comunale provvide alla riesumazione dei defunti dal vecchio cimitero per trasferirli in quello di Gioia dei Marsi.

Per gli abitanti di Sperone, non fu facile adattarsi alla nuova realtà. Ricominciare fu difficile, le nuove abitazioni erano più confortevoli, ma l’animo rimase legato al vecchio paese. Molti tornavano quando possibile per coltivare i campi o per pascolare gli animali. Alcuni anche dormivano nelle vecchie case, soprattutto in inverno, quando per la mancanza di stalle non era possibile trasferire gli armenti. Con il passare del tempo, però, si cominciò ad apprezzare ciò che il nuovo paese offriva: alcuni abbandonarono le terre montane per lavorare nelle aziende locali, mentre altri trovavano occupazione nelle aree circostanti il Fùcino. I vantaggi della nuova sistemazione si rivelarono presto evidenti: i giovani poterono frequentare la scuola più vicina e gli anziani ricevere assistenza medica immediata.

Nel nuovo borgo però mancava una chiesa e per molti anni, a metà settembre, la comunità di Sperone si spostava per festeggiare i Santi patroni nella vecchia chiesa. A tal riguardo, è da notare che la vecchia chiesa dedicata a S. Nicola, patrono del paese e probabilmente risalente al XII secolo, era andata quasi completamente distrutta, rimanendo in piedi solo l’altare. Il popolo di Sperone, vedendo in ciò un prodigio, capì che il Santo non voleva essere abbandonato. I lavori di ristrutturazione iniziarono nel 1985 e, oggi, ogni anno, l’ultima domenica di agosto, si torna in montagna per le celebrazioni. Durante l’anno giubilare, la popolazione organizzò un pellegrinaggio al vecchio paese attraverso l’antico tratturo che collegava Sperone a Gioia dei Marsi, sperando di ripetere la tradizione annualmente e mantenere vivo il legame con le proprie radici.

In conseguenza della crescente comunità, il 3 maggio 2000 si avviò la costruzione di una nuova chiesa nel nuovo borgo, benedetta e consacrata con una cerimonia solenne dal vescovo dei Marsi il 19 agosto 2001. Nonostante i cambiamenti, per molti abitanti fu difficile lasciare luoghi ricchi di ricordi. L’abbandono della propria “Terra Nostra”, racchiusa tra monti e valli dove si respirava aria salubre, costituì un grande distacco.

Si narra che un tempo il signore di Sperone e Manaforno fosse un Duca. Di lui circolavano storie spaventose, fra cui quella di un serpente bianco, portato dell’Oriente, custodito dopo le Crociate. Si diceva che il Duca si servisse del serpente per uccidere i giovani delle spose di cui si approfittava, facendoli passare per morsi di vipere. Le vittime venivano sepolte in un campo in cui crescevano solo “Margaritoni”, secondo il desiderio del Duca. Egli era il Capo dell’Amministrazione Pubblica e della Giustizia, e si trovavano fossetti con lance e ossa di persone scomode al Duca.

Riferimento autore: Gioia dei Marsi ieri e oggi, Testi a cura di Salvatore di Salvatore.

Aggiungi qui il testo del titolo

Ospitalità e servizi

Il borgo di Sperone, attualmente parte integrante della comunità di Gioia dei Marsi, si trova a circa 7 km, nella località chiamata “la forchetta”, in corrispondenza di un antico presidio romano a guardia del Passo Sparnasio. Il nome del borgo discende dall’unione di due castelli, Sparnasio (dal dio Pan, protettore dei pastori e delle greggi) e Asinio. Dopo la distruzione di entrambi, rimase in piedi solo uno, il Speron d’Asino, dove gli abitanti di Asinio si aggregarono. Questo nuovo castello, con la conformazione di una fortezza, divenne feudo di Simone di Capistrello nel 1193, al quale veniva fornito un soldato a cavallo per ogni 24 fuochi presenti.

Le chiese del piccolo centro montano erano due: la parrocchia dedicata a S. Maria e l’altra a S. Nicola, situata appena fuori dall’abitato. La torre del castello, che oggi è ancora visibile, risale alla seconda metà del XIII secolo, quando i conti Berardi di Cèlano, signori della contea dei Marsi, rafforzarono il sistema difensivo della Marsica orientale, costruendo baluardi lungo le vie di accesso. Questa torre, di forma circolare e con un diametro esterno di circa 8 metri, si eleva attualmente per circa 16 metri e presenta due piani: il piano inferiore probabilmente utilizzato come deposito, mentre quello superiore, a forma ottagonale, era riservato al corpo di guardia.

Situata a 1240 metri di altitudine, la torre dominava la conca del Fùcino, all’epoca un lago, e controllava l’unica via di comunicazione con la valle Peligna e le aree del Tavoliere. Tuttavia, col passare del tempo, la funzione di avvistamento e difesa della torre andò esaurendosi, portando il centro a perdere la propria ragion d’essere, rimanendo sempre più isolato. Nonostante ciò, la bellezza del panorama circostante ha permesso a Sperone di essere definita “il balcone più bello della Marsica”.

Il vecchio paese confinava a sud-est con i terreni di Manaforno e a nord-ovest con i possedimenti di Aschi. Già nel 1868 la popolazione ammontava a 220 individui. Il paese, che si sviluppava attorno alla torre, era composto da case in pietra, calce e architravi di legno. Fino a pochi decenni fa, non c’era energia elettrica e le uniche fonti di luce artificiale erano le lucerne ad olio, le candele, le torce impregnate di grasso di montone e i lumi a petrolio. Anche l’acqua non era distribuita nelle abitazioni, che si rifornivano da fonti vicine. L’economia locale ruotava attorno alla coltivazione della terra, in particolare grano e vigneti, e all’allevamento di animali.

Durante i lunghi e severi inverni, gli uomini costruivano attrezzi per il lavoro della terra, come gli aratri, impiegando buoi per l’aratura. Le principali fonti di sostentamento includevano grano, granoturco, bietole e patate, utilizzate anche come mangime per gli animali. Per affrontare il freddo, si raccoglieva legna, utilizzata sia per riscaldare i camini che per la cottura del pane nei forni, ma anche come merce di scambio con i paesi vicini.

Con i ricavi della vendita di prodotti come funghi raccolti nei boschi, la popolazione riusciva a coprire il fabbisogno della famiglia. Il devastante terremoto del 13 gennaio 1915 lasciò un segno indelebile nella comunità, mettendo alla prova il coraggio della popolazione. Molti furono i disagi e il dolore, ma la volontà di rinascere fu così forte da spingere tutti a iniziare immediatamente i lavori per ricostruire il paese. Il nuovo agglomerato sorse un po’ più a valle, con il supporto dell’amministrazione comunale di Gioia dei Marsi, con cui Sperone si era unito nel lontano 1840. La costruzione di strade, case, canali e l’impiego di muli e asini richiesero grande sforzo.

Le prime abitazioni furono realizzate seguendo criteri antisismici e vennero assegnate a diverse famiglie. Solo nel 1950, il parroco don Rocco Provenzali avviò i lavori di ricostruzione della chiesa di S. Nicola, che si conclusero nel 1957, sotto la direzione del parroco don Artemio de Vincentis.

Il paese ottenne anche una sede scolastica, composta da una pluriclasse elementare con un solo insegnante, che raggiungeva la località a piedi nella stagione bella, reperendo alloggio a Sperone durante l’inverno. La vita era dura e faticosa per tutti: insegnanti, medici e ostetriche si recavano nel borgo solo se necessario. Il parroco ascendeva ogni domenica per celebrare messe, matrimoni e battesimi. Il 26 novembre 1950, i cittadini di Sperone, guidati da un consigliere comunale, organizzarono una protesta per lamentarsi della mancata apertura di un tronco di strada verso la statale. L’amministrazione comunale raccolse la protesta e si attivò presso vari uffici per risolvere la questione.

Così, grazie alla collaborazione dei cittadini, la strada fu realizzata tra giugno e luglio del 1951. Questo evento storico portò a cambiamenti significativi, come l’installazione presso una casa privata di un apparecchio telefonico a disposizione di tutti e l’allaccio di energia elettrica nel 1963, che, insieme al telefono, portò anche la televisione, un’invenzione che lasciò sopresi molti abitanti.

Nel 1956, l’amministrazione postale avviò un servizio di portalettere, che facilitò notevolmente la vita della comunità. Arrivarono nuovi insegnanti e per i ragazzi fu possibile ricevere un’istruzione differenziata, anche se il problema dei più grandi che dovevano recarsi a Gioia dei Marsi per frequentare le scuole medie rimase, con innumerevoli disagi, soprattutto in inverno. In concomitanza con questi eventi, molti giovani iniziarono a lasciare il paese per motivi di studio o lavoro; alcuni ritornarono dopo aver completato gli studi, mentre altri trovarono occupazione altrove, ritornando solo sporadicamente nel loro paese natale.

Nel 1964, l’amministrazione comunale di Gioia dei Marsi avviò il trasferimento della popolazione di Sperone. Dopo un’ispezione da parte del Genio Civile di Avezzano, alcune abitazioni furono dichiarate inagibili e già molti si erano trasferiti a Gioia dei Marsi, dove l’amministrazione aveva predisposto alloggi idonei. Il 13 marzo di quell’anno furono consegnati i primi 20 alloggi, seguiti da una seconda consegna il 19 novembre 1971. Anni dopo, l’amministrazione comunale provvide alla riesumazione dei defunti dal vecchio cimitero per trasferirli in quello di Gioia dei Marsi.

Per gli abitanti di Sperone, non fu facile adattarsi alla nuova realtà. Ricominciare fu difficile, le nuove abitazioni erano più confortevoli, ma l’animo rimase legato al vecchio paese. Molti tornavano quando possibile per coltivare i campi o per pascolare gli animali. Alcuni anche dormivano nelle vecchie case, soprattutto in inverno, quando per la mancanza di stalle non era possibile trasferire gli armenti. Con il passare del tempo, però, si cominciò ad apprezzare ciò che il nuovo paese offriva: alcuni abbandonarono le terre montane per lavorare nelle aziende locali, mentre altri trovavano occupazione nelle aree circostanti il Fùcino. I vantaggi della nuova sistemazione si rivelarono presto evidenti: i giovani poterono frequentare la scuola più vicina e gli anziani ricevere assistenza medica immediata.

Nel nuovo borgo però mancava una chiesa e per molti anni, a metà settembre, la comunità di Sperone si spostava per festeggiare i Santi patroni nella vecchia chiesa. A tal riguardo, è da notare che la vecchia chiesa dedicata a S. Nicola, patrono del paese e probabilmente risalente al XII secolo, era andata quasi completamente distrutta, rimanendo in piedi solo l’altare. Il popolo di Sperone, vedendo in ciò un prodigio, capì che il Santo non voleva essere abbandonato. I lavori di ristrutturazione iniziarono nel 1985 e, oggi, ogni anno, l’ultima domenica di agosto, si torna in montagna per le celebrazioni. Durante l’anno giubilare, la popolazione organizzò un pellegrinaggio al vecchio paese attraverso l’antico tratturo che collegava Sperone a Gioia dei Marsi, sperando di ripetere la tradizione annualmente e mantenere vivo il legame con le proprie radici.

In conseguenza della crescente comunità, il 3 maggio 2000 si avviò la costruzione di una nuova chiesa nel nuovo borgo, benedetta e consacrata con una cerimonia solenne dal vescovo dei Marsi il 19 agosto 2001. Nonostante i cambiamenti, per molti abitanti fu difficile lasciare luoghi ricchi di ricordi. L’abbandono della propria “Terra Nostra”, racchiusa tra monti e valli dove si respirava aria salubre, costituì un grande distacco.

Si narra che un tempo il signore di Sperone e Manaforno fosse un Duca. Di lui circolavano storie spaventose, fra cui quella di un serpente bianco, portato dell’Oriente, custodito dopo le Crociate. Si diceva che il Duca si servisse del serpente per uccidere i giovani delle spose di cui si approfittava, facendoli passare per morsi di vipere. Le vittime venivano sepolte in un campo in cui crescevano solo “Margaritoni”, secondo il desiderio del Duca. Egli era il Capo dell’Amministrazione Pubblica e della Giustizia, e si trovavano fossetti con lance e ossa di persone scomode al Duca.

Riferimento autore: Gioia dei Marsi ieri e oggi, Testi a cura di Salvatore di Salvatore.

Resta connesso con Terre Marsicane

TERRE MARSICANE MEWS

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Avezzano (AQ) n.9 del 12 novembre 2008 – Editore web solutions Alter Ego S.r.l.s. – Direttore responsabile Luigi Todisco.

copyright: TERREMARSICANE Servizi e Comunicazione S.r.l.s.

Informazioni e contatto

Invia suggerimenti o materiale integrativo

Utilizza il form sottostante per segnalare delle modifiche o inesattezze e inviare del materiale utile all'ottimizzazione dei contenuti