La mattina del 13 gennaio 1915, una forte scossa di terremoto devastò il territorio della Marsica, rase al suolo la quasi totalità degli edifici e monumenti allora esistenti nei centri abitati intorno al prosciugato lago Fùcino. Dinanzi a tale orrore, moltissime persone ritennero che la sottrazione delle acque dall’alveo fucense, avvenuta nel 1875, avesse scaturito una ribellione da parte della natura stessa. Tuttavia, l’eventuale correlazione tra il prosciugamento del Fùcino e il terremoto non ha mai avuto fondamento scientifico: il lago non era d’origine vulcanica e il terremoto ha avuto origine tettonica.
La tragicità dell’evento è senza precedenti; il numero di vittime superò le 30.000 persone e moltissimi furono i feriti. I centri del Fùcino non ebbero tutti lo stesso destino. Nei comuni di Gioia dei Marsi (78%), San Benedetto dei Marsi (74%) e Collarmele (65%), situati al margine sud-orientale della conca del Fùcino, si registrò un’elevatissima mortalità. Anche nel comune di Avezzano (72%), situato al margine nord-occidentale, si contarono vittime significative. Mortalità di entità elevata si registrò anche nei comuni di Pescina (43%), Ortucchio (47%) e Lecce nei Marsi (40%). D’altro canto, si registrò una mortalità modesta a Cèlano (6%), Luco dei Marsi (3%), Trasacco (1%) e Collelongo (1%).
Analizzando il quadro delle vittime, si notano forti variazioni tra località molto vicine, come Gioia dei Marsi e Lecce, da attribuire alla diversa composizione litologica del terreno. Gioia dei Marsi, in modo particolare, ebbe 2.750 vittime (ASA 1 1915) sugli allora viventi 3.862 (censimento del 1911), con soli 750 superstiti (ASA 1 1915). Da tale amara constatazione è nato il presente lavoro, che cerca di spiegare l’elevata mortalità a Gioia dei Marsi durante l’evento distruttivo del 1915.
È fondamentale fornire una breve digressione sul fenomeno fisico del “terremoto”. Questa è un rilascio di energia più o meno potente della terra, prodotto da fratture di masse rocciose nel sottosuolo. Le rocce, sollecitate, si deformano fino al limite di rottura, generando una lacerazione. Se nella massa rocciosa fosse già presente una faglia, il forte attrito potrebbe impedire inizialmente il moto. Solo l’accumulo ed il raggiungimento di una sufficiente tensione potrebbero “riattivare” la discontinuità preesistente. In entrambi i casi, l’energia elastica immagazzinata si libera repentinamente, creando violente vibrazioni che si propagano come onde sismiche.
Nel caso specifico, sullo specchio di faglia del Serrone, solo in parte già esistente, si registrarono movimenti conseguenziali al sisma e spostamenti di circa 70 cm. La nostra area fa parte del bacino del Fùcino, una depressione a fondo piatto di circa 15.000 ettari, incassata in rilievi che raggiungono anche i 2.400 m del monte Velino e del monte Sirente.
La sismicità dell’area si determina in base all’intensità e alla frequenza dei sismi del passato. Il terremoto del 1915 colpì un settore della catena appenninica che, fino ad allora, era considerato caratterizzato da sismicità poco significativa. Fino al 1915, non si erano registrati eventi di notevole intensità nella piana del Fùcino. Alcuni scienziati, tra cui R. Mallet e il sismologo giapponese F. Omori, ipotizzarono l’alta probabilità di eventi sismici futuri sulla base degli epicentri passati.
Oggi sappiamo però che queste tesi erano più un’intuizione che una conoscenza reale della sismicità della catena appenninica. Non esistono cronache sismiche prima dell’anno 1000; recenti studi hanno affermato che l’intervallo temporale tra un terremoto catastrofico e l’altro nella piana del Fùcino varia da 1400 a 2600 anni. Per Gioia dei Marsi ci sono notizie di soli due eventi con origine nella zona: il piccolo ed incerto terremoto di Pescina del 14 novembre 1904 e il terremoto di Gioia dei Marsi del 14 aprile 1914, premonitore del disastroso sisma del 1915.
Per comprendere la ricostruzione geologica degli effetti del terremoto, il materiale bibliografico a disposizione è limitato. Subito dopo l’evento, i rilevamenti del Prof. Oddone fornirono descrizioni precise. Solo settant’anni dopo, Serva reinterpretò gli effetti con interviste e osservazioni. Recenti scavi per un metanodotto e un acquedotto hanno acquisito nuovi dati sugli effetti geologici del terremoto del 1915.
Secondo Oddone, fu impressionante la formazione di una “voragine perimetrale”, un crepaccio largo da 30 a 100 cm. In corrispondenza del vertice sud-est della piana, la dislocazione cosismica interessò la faglia del monte Serrone. Oddone descrisse il distacco della roccia come una soppressione d’attrito e conseguente discesa sotto l’azione della gravità. Le sue parole sono toccanti: “Al sussulto si è aggiunto lo scivolamento del terreno”.
Lo stesso Oddone analizzò le anomalie nella propagazione delle onde sismiche, collegate alla composizione litologica del terreno. La non felice posizione geografica di Gioia dei Marsi, mal situato su un confine geologico, ha determinato l’immane rovina visibile ancora oggi. Le storie delle nonne hanno trasmesso le emozioni di quel tragico epilogo.
A conclusione, si spera di aver dato spiegazione al destino tragico di Gioia dei Marsi in occasione del terremoto del 1915 che ha sconvolto l’intera zona marsicana.
Riferimento autore: Gioia dei Marsi ieri e oggi (Testi a cura di Gaetano Aratari e Michele Aureli).