A Gioia quasi ci cadi sopra all’improvviso venendo con la macchina da Pescasseroli in un pomeriggio d’estate e sarà un brutto risveglio alla realtà della dimensione consueta di gente sulla strada, d’incroci di vie, di suoni di voci, di colori di case. Istintivamente assumi altro assetto di guida.
T’eri lasciato andare, pur attento alle curve, dalla lontana Pescasseroli, né t’aveva imposto il sospetto di dover mutare condotta il rapido attraversamento della desolata Gioia Vecchia. « Qui la natura è protetta », era scritto su un cartello, ma a ben considerare, il messaggio dovrebbe essere l’opposto: « Qui sei protetto dalla Natura », quella specie di Santa Pupa che ancora consente agli orsi di fare gli orsacchiotti, ai lupi di fare i lupetti, alle aquile di fare gli aquilotti e a te finora consentiva di fare queste considerazioni, non proprio filosofiche, anzi semplici e riposanti, ambientate nel riposante verde dei boschi secolari che ti circondano.
La vista dei nuovi boschi che crescono su pendici pocanzi glabre, dei prati di fondovalle che rompono come bacili di laghi la più alta vegetazione circostante, nel bagliore di vecchi picchi e di nuovi specchi di frana, fra antichi dirupi e giovani alluvioniate, ti riprendersi. Ti avevano quasi imposto di fermarti ad ogni svolta della strada, dove in realtà, ogni volta, ti sei fermato mentre la macchina, da sola, compiva il breve tratto fino alla prossima curva.
Poco più giù del bivio di Sperone, davvero, sul bordo destro della strada in curva, una sosta l’hai fatta a guardare ancora una volta l’antico specchio di faglia d’uno sprofondamento cataclismatico che prosegue fin sopra a Gioia, s’ingolfa nella pianura alluvionale che va verso il Fùcino, riprende sulle rupi di Venere, sprofonda nel Fùcino, riemerge e termina – nientemeno! – alle Gole di Cèlano.
L’altro risveglio, e definitivo, l’hai avuto all’ingresso del viale lunghissimo che inizia con l’abitato e culmina sulla bella Piazza del Municipio, a tre lati contornata da decorosi palazzetti e nell’altro aperta sul Fùcino, che contempli come da un balcone. Non è con gioia che ti risvegli, in un tardo pomeriggio d’estate, a Gioia dei Marsi. E invece, d’inverno volentieri, finalmente approdi a Gioia, ché l’esservi arrivato significa che ancora questa volta l’hai scampata.
Ci vorrebbe un cartello: « Gioia dei Marsi, paese dei Signori ». Alfedena ce l’ha: « Alfedena, paese dei Dottori ». Altri paesi suppongo che lo abbiano: per esempio Anticoli Corrado, « paese delle modelle ». Non ho indagato sull’anfichità del casato della nobiltà locale: solo mi consta che a Gioia vi erano molte famiglie di Signori.
Le poche che stavano nel mio paesello di Collelongo disponevano di landò, di stallieri, di maestro di musica e di danza, di governanti, di cuoche, di fattori e di amministratori; davano ricevimenti a signorotti dei paesi vicini, avevano casa o recapito in Napoli, Capitale del Regno. Immagino che anche qui a Gioia vi fosse un simile traffico. Non so dove sistemare i 180 fuochi del 1648 e i 168 del 1802, tra Templo, Montagnano, Campomizzo, Manaforno, Speron d’asino, Gioia Vecchia e Gioia Nuova.
I Signori c’erano: mi tornano in capo i nomi degli Alesi, degli Incarnati, degli lori, dei Mascitelli. Non so se e quali di tali famiglie fossero blasonate, ma certo tra esse non furono i titolari del feudo di Gioia dei Marsi, che appartenne, come ogni altro paese, in largo raggio, ai Conti di Cèlano, poi all’Abate di S. Maria della Vittoria di Scurcola Marsicana, ai Piccolomini-D’Aragona e, infine, agli Sforza-Cabrere-Bovadílle, ma non a Baroni autoctoni.
Di Gioia dovettero essere, invece, gli amministratori del feudo, che si arricchirono riscuotendo le gabelle dovute al Barone. Con l’eversíone della feudalità, se non prima, si trovarono nella condizione più adatta per acquistare gli averi dei loro amministrati. Propendo a credere che la maggior parte dei « Signori » di Gioia fosse costituita da armentari, quali furono a Pescasseroli i Sipari e a Collelongo i Botticelli.
Storia di pecore, storia fossile, che un diluente da poco scoperto discioglie. Storie di uomini laceri, di donne sole, di uomini violenti e violentati, d’uomini pericolosi ed in continuo pericolo: questo nasce dal padrone, dal vergaro, dai briganti, dai lupi, dai ladri e dalle prostitute. E chi trova Fra’ Martino da Peschio, che sequestrò trentatré signorotti di Gioia e fece consegnare trentatre lobi d’orecchio, prima ricevuta, come d’acconto, di trecento ducati a persona?
Ma chi lo vuole cercare, il Capitan Ventresca, questo Michele Pezza che si dice taglieggiasse, fra gli altri, i Signori di Gioia? La storia dei Signori di Gioia non è ancora oggi finita, ma è cronaca, ormai. La loro storia, però, stava per finire la notte di S. Bartolomeo… anzi, no: la notte della Pentecoste del 1807, in Gioia dei Marsi, ad opera di Capitan Ventresca.
Il giorno della Pentecoste, a Gioia, egli fece circondare il paese dalla massa dei suoi briganti e all’uscita dei Signori convenuti per la funzione della sera, proclamò la loro condanna a morte e fece eseguire. Riempì un tino di teste mozze e il giorno seguente la masnada sfilò in Pescasseroli, inalberando il macabro trofeo. Storie di briganti gentiluomini, e col passare del tempo diviene, spesso, leggenda eroica, e gli eroi, si sa, non muoiono come le persone comuni.
M’ero fermato, quel pomeriggio d’agosto, all’ultima curva che la strada fa scendendo da Pescasseroli. Ero sceso dalla macchina e mi m’ero posto a sedere sul ciglio di un prato. Più giù Ortucchio, emblema della plurimillenaria civiltà del Fùcino. Una cicala friniva dalla quercia che mi sovrastava, forse andava raccontando analoghe storie.
Una ragazza mi comparve di lato. « Ciao! », le dissi. « Ciao! », mi rispose. « Come ti chiami? ». « Gioia ». « Sei di qui? ». « Sì, di Gioia… Fa caldo », aggiunse e scosse un poco la gonna, velata in trasparenza. Le credetti. Non mi dispiacque, quel pomeriggio d’agosto, d’essere arrivato a Gioia.
Riferimento autore: “Breve viaggio a Gioia Di Marsi e dintorni” (Testi a cura dell’Avv. Walter Cianciusi).