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La Storia Di Gioia Dei Marsi.. Cicalata Su Gioia

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A Gioia dei Marsi, tra leggende di nobiltà e eco di briganti, si svela un paesaggio dove memoria e natura danzano intrecciate.

A Gioia dei Marsi, il viaggiatore proveniente da Pescasseroli viene accolto da un paesaggio che unisce la bellezza della natura a un’atmosfera di vita quotidiana. Allontanandosi dalla desolata Gioia Vecchia, si scopre che qui la natura è protetta, ed è come se la bellezza selvaggia garantisse la sicurezza del luogo. I boschi secolari, i pascoli e la vista sulla pianura alluvionale del Fùcino creano un ambiente che invita alla contemplazione e alla riflessione, mentre il viaggiatore si prepara a varcare il confine tra il mondo naturale e il vivace paese.

Giunto davanti al lungo viale che porta al centro, la Piazza del Municipio si apre imponente e accogliente. In inverno, l’arrivo a Gioia diventa un momento di sollievo, mentre si riflette sul rischio di incidenti stradali sulle curve ghiacciate. L’impressione è che a Gioia si possa respirare ancora un’eco di nobiltà, essendo stata un tempo dimora per molte famiglie nobili. A differenza di altri luoghi, Gioia non ne ha mantenuto né la ricchezza né i titoli nobiliari, ma la memoria di un passato signorile si fa sentire tra le vie. Le famiglie del passato giocavano un ruolo cruciale, gestendo latifondi e imprenditori, con un’attività sociale ben articolata che si estendeva fino a Napoli.

Curiosamente, l’assetto urbano di Gioia non corrisponde a quello storico. L’abitato è frutto di spostamenti e mutamenti, così come il feudo di Gioia passò di mano in mano, dai Conti di Cèlano fino agli Sforza. Questi signori, privi di titoli, spesso esercitavano il potere locale e si rivelarono artigiani della loro fortuna. Molti di essi erano legati all’attività pastorale, e la storia di Gioia è intrinsecamente legata a racconti di briganti e di vendette, tra cui spicca la figura di Capitan Ventresca, un personaggio mitico, simbolo di giustizia e vendetta.

Il tragico epilogo della storia di Gioia arriva nel 1807, quando Capitan Ventresca attua una strage violenta contro i signori del paese in un giorno di Pentecoste. Le vendette sanguinose e le leggende incentrate su questo brigante si intrecciano nel racconto collettivo, mescolando realtà storica e mito. La memoria di Ventresca ha assunto negli anni tratti eroici, evocando l’immagine di un giustiziere, gareggiando con il concetto di nobiltà che tanto ha caratterizzato la Marsica, mentre oggi gli eredi di quelle famiglie vivono una vita comune, lontana da quel passato travolgente.

Infine, riflettendo su Gioia dei Marsi, non si può non pensare a un’ultima curva panoramica, dal quale si può osservare la pianura e il silenzio di una natura in continua metamorfosi. E mentre la memoria di storie passate continua a vivere nel presente, le nuove generazioni guardano alla storia con occhi diversi, portando avanti tradizioni che fondono il passato e il futuro.

Riferimento autore: Rocco MAMPIERI, Storia del brigantaggio politico e vari fatti di sangue accaduti nella Conca di Sulmona tra il 1790 e il 1890, a cura di Feliciano Ferri, Tipografia « La Moderna », Sulmona 1974.

A Gioia quasi ci cadi sopra all’improvviso venendo con la macchina da Pescasseroli in un pomeriggio d’estate e sarà un brutto risveglio alla realtà della dimensione consueta di gente sulla strada, d’incroci di vie, di suoni di voci, di colori di case. Istintivamente assumi altro assetto di guida.

T’eri lasciato andare, pur attento alle curve, dalla lontana Pescasseroli, né t’aveva imposto il sospetto di dover mutare condotta il rapido attraversamento della desolata Gioia Vecchia. « Qui la natura è protetta », era scritto su un cartello, ma a ben considerare, il messaggio dovrebbe essere l’opposto: « Qui sei protetto dalla Natura », quella specie di Santa Pupa che ancora consente agli orsi di fare gli orsacchiotti, ai lupi di fare i lupetti, alle aquile di fare gli aquilotti e a te finora consentiva di fare queste considerazioni, non proprio filosofiche, anzi semplici e riposanti, ambientate nel riposante verde dei boschi secolari che ti circondano.

La vista dei nuovi boschi che crescono su pendici pocanzi glabre, dei prati di fondovalle che rompono come bacili di laghi la più alta vegetazione circostante, nel bagliore di vecchi picchi e di nuovi specchi di frana, fra antichi dirupi e giovani alluvioniate, ti riprendersi. Ti avevano quasi imposto di fermarti ad ogni svolta della strada, dove in realtà, ogni volta, ti sei fermato mentre la macchina, da sola, compiva il breve tratto fino alla prossima curva.

Poco più giù del bivio di Sperone, davvero, sul bordo destro della strada in curva, una sosta l’hai fatta a guardare ancora una volta l’antico specchio di faglia d’uno sprofondamento cataclismatico che prosegue fin sopra a Gioia, s’ingolfa nella pianura alluvionale che va verso il Fùcino, riprende sulle rupi di Venere, sprofonda nel Fùcino, riemerge e termina – nientemeno! – alle Gole di Cèlano.

L’altro risveglio, e definitivo, l’hai avuto all’ingresso del viale lunghissimo che inizia con l’abitato e culmina sulla bella Piazza del Municipio, a tre lati contornata da decorosi palazzetti e nell’altro aperta sul Fùcino, che contempli come da un balcone. Non è con gioia che ti risvegli, in un tardo pomeriggio d’estate, a Gioia dei Marsi. E invece, d’inverno volentieri, finalmente approdi a Gioia, ché l’esservi arrivato significa che ancora questa volta l’hai scampata.

Ci vorrebbe un cartello: « Gioia dei Marsi, paese dei Signori ». Alfedena ce l’ha: « Alfedena, paese dei Dottori ». Altri paesi suppongo che lo abbiano: per esempio Anticoli Corrado, « paese delle modelle ». Non ho indagato sull’anfichità del casato della nobiltà locale: solo mi consta che a Gioia vi erano molte famiglie di Signori.

Le poche che stavano nel mio paesello di Collelongo disponevano di landò, di stallieri, di maestro di musica e di danza, di governanti, di cuoche, di fattori e di amministratori; davano ricevimenti a signorotti dei paesi vicini, avevano casa o recapito in Napoli, Capitale del Regno. Immagino che anche qui a Gioia vi fosse un simile traffico. Non so dove sistemare i 180 fuochi del 1648 e i 168 del 1802, tra Templo, Montagnano, Campomizzo, Manaforno, Speron d’asino, Gioia Vecchia e Gioia Nuova.

I Signori c’erano: mi tornano in capo i nomi degli Alesi, degli Incarnati, degli lori, dei Mascitelli. Non so se e quali di tali famiglie fossero blasonate, ma certo tra esse non furono i titolari del feudo di Gioia dei Marsi, che appartenne, come ogni altro paese, in largo raggio, ai Conti di Cèlano, poi all’Abate di S. Maria della Vittoria di Scurcola Marsicana, ai Piccolomini-D’Aragona e, infine, agli Sforza-Cabrere-Bovadílle, ma non a Baroni autoctoni.

Di Gioia dovettero essere, invece, gli amministratori del feudo, che si arricchirono riscuotendo le gabelle dovute al Barone. Con l’eversíone della feudalità, se non prima, si trovarono nella condizione più adatta per acquistare gli averi dei loro amministrati. Propendo a credere che la maggior parte dei « Signori » di Gioia fosse costituita da armentari, quali furono a Pescasseroli i Sipari e a Collelongo i Botticelli.

Storia di pecore, storia fossile, che un diluente da poco scoperto discioglie. Storie di uomini laceri, di donne sole, di uomini violenti e violentati, d’uomini pericolosi ed in continuo pericolo: questo nasce dal padrone, dal vergaro, dai briganti, dai lupi, dai ladri e dalle prostitute. E chi trova Fra’ Martino da Peschio, che sequestrò trentatré signorotti di Gioia e fece consegnare trentatre lobi d’orecchio, prima ricevuta, come d’acconto, di trecento ducati a persona?

Ma chi lo vuole cercare, il Capitan Ventresca, questo Michele Pezza che si dice taglieggiasse, fra gli altri, i Signori di Gioia? La storia dei Signori di Gioia non è ancora oggi finita, ma è cronaca, ormai. La loro storia, però, stava per finire la notte di S. Bartolomeo… anzi, no: la notte della Pentecoste del 1807, in Gioia dei Marsi, ad opera di Capitan Ventresca.

Il giorno della Pentecoste, a Gioia, egli fece circondare il paese dalla massa dei suoi briganti e all’uscita dei Signori convenuti per la funzione della sera, proclamò la loro condanna a morte e fece eseguire. Riempì un tino di teste mozze e il giorno seguente la masnada sfilò in Pescasseroli, inalberando il macabro trofeo. Storie di briganti gentiluomini, e col passare del tempo diviene, spesso, leggenda eroica, e gli eroi, si sa, non muoiono come le persone comuni.

M’ero fermato, quel pomeriggio d’agosto, all’ultima curva che la strada fa scendendo da Pescasseroli. Ero sceso dalla macchina e mi m’ero posto a sedere sul ciglio di un prato. Più giù Ortucchio, emblema della plurimillenaria civiltà del Fùcino. Una cicala friniva dalla quercia che mi sovrastava, forse andava raccontando analoghe storie.

Una ragazza mi comparve di lato. « Ciao! », le dissi. « Ciao! », mi rispose. « Come ti chiami? ». « Gioia ». « Sei di qui? ». « Sì, di Gioia… Fa caldo », aggiunse e scosse un poco la gonna, velata in trasparenza. Le credetti. Non mi dispiacque, quel pomeriggio d’agosto, d’essere arrivato a Gioia.

Riferimento autore: “Breve viaggio a Gioia Di Marsi e dintorni” (Testi a cura dell’Avv. Walter Cianciusi).

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A Gioia quasi ci cadi sopra all’improvviso venendo con la macchina da Pescasseroli in un pomeriggio d’estate e sarà un brutto risveglio alla realtà della dimensione consueta di gente sulla strada, d’incroci di vie, di suoni di voci, di colori di case. Istintivamente assumi altro assetto di guida.

T’eri lasciato andare, pur attento alle curve, dalla lontana Pescasseroli, né t’aveva imposto il sospetto di dover mutare condotta il rapido attraversamento della desolata Gioia Vecchia. « Qui la natura è protetta », era scritto su un cartello, ma a ben considerare, il messaggio dovrebbe essere l’opposto: « Qui sei protetto dalla Natura », quella specie di Santa Pupa che ancora consente agli orsi di fare gli orsacchiotti, ai lupi di fare i lupetti, alle aquile di fare gli aquilotti e a te finora consentiva di fare queste considerazioni, non proprio filosofiche, anzi semplici e riposanti, ambientate nel riposante verde dei boschi secolari che ti circondano.

La vista dei nuovi boschi che crescono su pendici pocanzi glabre, dei prati di fondovalle che rompono come bacili di laghi la più alta vegetazione circostante, nel bagliore di vecchi picchi e di nuovi specchi di frana, fra antichi dirupi e giovani alluvioniate, ti riprendersi. Ti avevano quasi imposto di fermarti ad ogni svolta della strada, dove in realtà, ogni volta, ti sei fermato mentre la macchina, da sola, compiva il breve tratto fino alla prossima curva.

Poco più giù del bivio di Sperone, davvero, sul bordo destro della strada in curva, una sosta l’hai fatta a guardare ancora una volta l’antico specchio di faglia d’uno sprofondamento cataclismatico che prosegue fin sopra a Gioia, s’ingolfa nella pianura alluvionale che va verso il Fùcino, riprende sulle rupi di Venere, sprofonda nel Fùcino, riemerge e termina – nientemeno! – alle Gole di Cèlano.

L’altro risveglio, e definitivo, l’hai avuto all’ingresso del viale lunghissimo che inizia con l’abitato e culmina sulla bella Piazza del Municipio, a tre lati contornata da decorosi palazzetti e nell’altro aperta sul Fùcino, che contempli come da un balcone. Non è con gioia che ti risvegli, in un tardo pomeriggio d’estate, a Gioia dei Marsi. E invece, d’inverno volentieri, finalmente approdi a Gioia, ché l’esservi arrivato significa che ancora questa volta l’hai scampata.

Ci vorrebbe un cartello: « Gioia dei Marsi, paese dei Signori ». Alfedena ce l’ha: « Alfedena, paese dei Dottori ». Altri paesi suppongo che lo abbiano: per esempio Anticoli Corrado, « paese delle modelle ». Non ho indagato sull’anfichità del casato della nobiltà locale: solo mi consta che a Gioia vi erano molte famiglie di Signori.

Le poche che stavano nel mio paesello di Collelongo disponevano di landò, di stallieri, di maestro di musica e di danza, di governanti, di cuoche, di fattori e di amministratori; davano ricevimenti a signorotti dei paesi vicini, avevano casa o recapito in Napoli, Capitale del Regno. Immagino che anche qui a Gioia vi fosse un simile traffico. Non so dove sistemare i 180 fuochi del 1648 e i 168 del 1802, tra Templo, Montagnano, Campomizzo, Manaforno, Speron d’asino, Gioia Vecchia e Gioia Nuova.

I Signori c’erano: mi tornano in capo i nomi degli Alesi, degli Incarnati, degli lori, dei Mascitelli. Non so se e quali di tali famiglie fossero blasonate, ma certo tra esse non furono i titolari del feudo di Gioia dei Marsi, che appartenne, come ogni altro paese, in largo raggio, ai Conti di Cèlano, poi all’Abate di S. Maria della Vittoria di Scurcola Marsicana, ai Piccolomini-D’Aragona e, infine, agli Sforza-Cabrere-Bovadílle, ma non a Baroni autoctoni.

Di Gioia dovettero essere, invece, gli amministratori del feudo, che si arricchirono riscuotendo le gabelle dovute al Barone. Con l’eversíone della feudalità, se non prima, si trovarono nella condizione più adatta per acquistare gli averi dei loro amministrati. Propendo a credere che la maggior parte dei « Signori » di Gioia fosse costituita da armentari, quali furono a Pescasseroli i Sipari e a Collelongo i Botticelli.

Storia di pecore, storia fossile, che un diluente da poco scoperto discioglie. Storie di uomini laceri, di donne sole, di uomini violenti e violentati, d’uomini pericolosi ed in continuo pericolo: questo nasce dal padrone, dal vergaro, dai briganti, dai lupi, dai ladri e dalle prostitute. E chi trova Fra’ Martino da Peschio, che sequestrò trentatré signorotti di Gioia e fece consegnare trentatre lobi d’orecchio, prima ricevuta, come d’acconto, di trecento ducati a persona?

Ma chi lo vuole cercare, il Capitan Ventresca, questo Michele Pezza che si dice taglieggiasse, fra gli altri, i Signori di Gioia? La storia dei Signori di Gioia non è ancora oggi finita, ma è cronaca, ormai. La loro storia, però, stava per finire la notte di S. Bartolomeo… anzi, no: la notte della Pentecoste del 1807, in Gioia dei Marsi, ad opera di Capitan Ventresca.

Il giorno della Pentecoste, a Gioia, egli fece circondare il paese dalla massa dei suoi briganti e all’uscita dei Signori convenuti per la funzione della sera, proclamò la loro condanna a morte e fece eseguire. Riempì un tino di teste mozze e il giorno seguente la masnada sfilò in Pescasseroli, inalberando il macabro trofeo. Storie di briganti gentiluomini, e col passare del tempo diviene, spesso, leggenda eroica, e gli eroi, si sa, non muoiono come le persone comuni.

M’ero fermato, quel pomeriggio d’agosto, all’ultima curva che la strada fa scendendo da Pescasseroli. Ero sceso dalla macchina e mi m’ero posto a sedere sul ciglio di un prato. Più giù Ortucchio, emblema della plurimillenaria civiltà del Fùcino. Una cicala friniva dalla quercia che mi sovrastava, forse andava raccontando analoghe storie.

Una ragazza mi comparve di lato. « Ciao! », le dissi. « Ciao! », mi rispose. « Come ti chiami? ». « Gioia ». « Sei di qui? ». « Sì, di Gioia… Fa caldo », aggiunse e scosse un poco la gonna, velata in trasparenza. Le credetti. Non mi dispiacque, quel pomeriggio d’agosto, d’essere arrivato a Gioia.

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