In principio, i sigilli o gli stemmi erano i segni distintivi dei signori feudatari e degli ecclesiastici. Successivamente, divennero il segno di riconoscimento delle comunità, un punto di riferimento delle origini e dei luoghi dove si è vissuto. Gli stemmi erano originariamente semplici e solo raramente presentavano motivi ornamentali, che nel tempo si ridussero alla sola corona posta sui rami pendenti. Ogni comunità decideva autonomamente il proprio sigillo, apponendovi il segno che più rappresentava la sua storia.
Dalla fine del ‘700, con l’avvento dei francesi nel 1804, i sigilli persero la loro originalità. Ogni figura rappresentativa venne sostituita dall’aquila napoleonica, con la scritta del comune o autre ente posto intorno. Di conseguenza, tutte le comunità si trovarono ad avere stemmi identici, diversificati solo per il nome del territorio di appartenenza. I comuni più piccoli furono accorpati ai maggiori; a Gioia, infatti, fu unita la piccola comunità di Sperone.
Nel 1809, lo stemma civico risultava così formato: ottagonale e raffigurante tre porte, simbolo delle precedenti confluenze nel centro di Gioia, ovvero Templo e Montagnano, con la scritta intorno “Comune di Gioia e Sperone”. Successivamente, gli stemmi risentirono dell’anticlericalismo dei Savoia, tanto che molti simboli ecclesiali furono sostituiti da immagini laiche. Lo stemma di Gioia dei Marsi, con San Nicola di Bari, l’urna di San Vincenzo e tre torri, si ridusse a quest’ultimi, eliminando gli elementi sacri. Le tre torri erano inserite all’interno di uno scudo sormontato da una corona murale.
L’attuale stemma comunale conserva le tre lettere TMK, a ricordo dell’unione dei tre centri che anticamente formavano l’agglomerato di Gioia. Secondo la tradizione popolare, il nome fu messo da quel nucleo di famiglie che originariamente costituivano tre contrade, di cui Templo era la principale, mentre Campomizzo e Montagnano erano i villaggi annessi. Tutti erano situati sull’altopiano tra Gioia Vecchia, Bisegna e Pescasseroli.
Gli abitanti di questi castelli furono costretti ad unirsi per difendere se stessi e le loro abitazioni dalle incursioni dei briganti, dando così origine a un nuovo agglomerato più grande e forte, appellandolo con il nome di Gioia. Questo termine fu coniato per manifestare la contentezza degli uomini e delle donne che ne facevano parte, certi che l’unione potesse renderli capaci di fronteggiare le avversità umane e naturali. Così racconta Angelo Aureli, poeta contadino originario di Gioia.
Nulla togliendo alla tradizione, rimane un po’ mitica. I documenti consultati sull’origine del nostro paese dimostrano che l’unione ci fu realmente e probabilmente, per motivi diversi da quelli romanzeschi del credo popolare. Il storico Di Pietro, nel 1869, affermava che i castelli di Temple o Templum e Monte-Agnano, dai quali il primo aveva le chiese di S. Maria e di S. Nicola, fossero disgraziati nella guerra Marsa e gli abitanti si unirono per edificare un novello paese, chiamandolo Gioja, prima sull’alto di quel monte e poi nella foce sottostante dove esiste attualmente.
Di Pietro, nella sua opera, fa riferimento a documenti quali le bolle dei papi Pasquale II (1115) e Clemente III (1188). Nel secondo documento, indirizzato al vescovo dei Marsi, Eliano, risultano citati: Temple, Juge e Campomicia con le rispettive chiese di S. Nicola e S. Maria, mentre non si fa cenno a Montagnano. Un documento successivo, databile tra il XIV e il XV secolo, menziona nuovamente Templo, Campomitio, Joya e Castuli, un piccolo castello vicino a Templo.
Le visite pastorali, conservate presso l’archivio vescovile di Avezzano, sono fonti preziose e dettagliate sulle chiese di Gioia dei Marsi. La prima visitatione risale al 1638, ad opera di mons. Lorenzo Massimi, fino a quella compiuta dal vescovo De Dominicis nel 1886. Le chiese menzionate sono: S. Maria Nuova, così detta perché edificata o ristrutturata dopo l’incendio avvenuto alla fine del ‘500, S. Nicola, S. Sebastiano, S. Antonio, S. Marco, e la piccola chiesa di Santa Lucia di Macrano. Nel 1815 viene menzionata per la prima volta la località di Manaforno, dove fu edificata una chiesa dedicata a S. Michele Arcangelo.
Che la località di Manaforno non fosse segnalata nelle visite pastorali precedenti, si giustifica dal fatto che l’unica parrocchia riconosciuta dalla sede vescovile fosse quella di Gioia Vecchia. Si potrebbe dedurre che gli abitanti di Gioia cominciarono a stanziarsi nella zona di Manaforno tra la fine del settecento e i primi decenni dell’ottocento. Oltre alle visite pastorali, lo storico Antinori, nella sua Corografia del 1750, mette in evidenza come il nome di Gioia abbia subito trasformazioni nel tempo. Anticamente era scritto Joe ed era riferito a un castello posto sulle alture di un monte, nei pressi del quale si trovavano anche gli agglomerati di Templo e Montagnano.
Le notizie fornite da Antinori e da Di Pietro attestano che Gioia o Joya era contemporanea ai castelli di Templo e Montagnano. Diversamente, secondo i documenti dal XII al XIV secolo, Gioia era contemporanea ai castelli di Templo e Campomizzo. Da questa analisi, si evince che Gioia non fu il risultato dell’unione di tre paesi, come si crede, ma piuttosto che gli stessi furono annessi a Joya, già esistente in tempi diversi.
Riferimento autore: Gioia dei Marsi ieri e oggi (Testi a cura di Rita Graziani e Anna Guadagno).