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Storia Di Casali D’Aschi.. L’Epoca Italico Romana

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Scopri le radici italiche di Casali d’Aschi tra oppidum fortificati e antichi riti: un viaggio archeologico che rivela l’importanza storica della Marsica.
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Il territorio di Casali d’Aschi non ha restituito resti di insediamenti della fase preistorica, mentre la documentazione sulle popolazioni italiche locali (VII-III sec. a.C.) è più ricca. In questo periodo, l’organizzazione del territorio appare complessa, con opere difensive e centri fortificati, come l’oppidum del Rotale e altri due centri: Vico e la Giurlanda, a diverse altitudini. Questi centri rispondevano all’esigenza di controllare pascoli e arterie legate alla transumanza. Il Rotale, raggiungibile tramite un sentiero scavato nella roccia, era dotato di un muro in opera poligonale conservato solo a livello di fondazione e presenta segni di un’attività sacra legata alla presenza di acque.

L’oppidum di Vico mostra una recinzione più curata e tracce di un fossato difensivo. Il centro presenta evidenze di vita continua fino al I secolo d.C. I sentieri antichi attestano lo scambio e la comunicazione con altri centri, come la Fonte di Vico, importante per l’approvvigionamento idrico. Alcuni sentieri collegavano Vico con altre località e centri fortificati, dimostrando una fitta rete di interazioni sociali e commerciali.

Le evidenze archeologiche nel Piano di Vico mostrano la presenza di un villaggio e un sistema viario, con tombe e resti di poteri che risalgono fino all’età arcaica. La lunga vita di questo vicus è confermata dai materiali rinvenuti e dalla struttura sociale legata alla comunità pastorale. La presenza di chiese e edifici medievali dimostra l’importanza continuativa della zona.

Le scoperte archeologiche nella località Giurlanda rivelano un’antica attività sociale, con numerosi oggetti e testimonianze di riti religiosi legati a deità italiche come Ercole. Infine, la posizione geografica strategica di Casali d’Aschi e la sua interazione con i territori circostanti suggeriscono che il vicus di Vico, inserito in un contesto più vasto, fosse un nodo cruciale nella vita economica e culturale della Marsica.

Riferimento autore: Prof. Giuseppe Grossi.

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Il territorio di Casali d’Aschi non ha restituito strumenti o resti di insediamenti della fase preistorica, che rimane ancora poco studiata in questa area del Fùcino. Tuttavia, sono stati segnalati alcuni oggetti in bronzo, provenienti da Manaforno, attribuibili al bronzo finale o alla prima età del ferro. Tali reperti sono stati documentati da Peroni e successivamente da Radmilli, che parlano di un rasoio a doppio taglio e di asce rinvenute nelle vicinanze di Menaforno.

Seppur scarsa sia la documentazione sulla preistoria e sulla prima età del ferro, è abbondante la presenza di insediamenti attribuibili alla fase di autonomia delle popolazioni italiche locali, in particolare dal VII al III secolo a.C., e alla successiva romanizzazione. La disposizione del territorio di Casali d’Aschi durante il periodo italico appare abbastanza complessa e articolata, con varie opere ben definite costruite a scopi difensivi e per il controllo visuale della regione.

Nell’area sono presenti tre centri fortificati, conosciuti come oppida, ubicati ad altitudini differenziate: l’oppidum del Rotale sul Colle delle Cerese (quota 1036), quello di Vico (o Colle della Croce – quota 953) e della Giurlanda, ora chiamata Castelluccia (quota 801). La presenza di questi centri fortificati, presumibilmente stanziali ma con obiettivi militari, indica un forte bisogno di controllo sia sui pascoli montani sia sulle arterie legate alla transumanza verticale.

Il centro fortificato del Rotale è accessibile tramite un sentiero significativamente scavato nella roccia, che parte dal locale di S. Veneziano e risale fino al Piano di Voltaiello, una zona ricca di sorgenti. Vicino al valico (quota 954), nei pressi della prima sorgente, sono state rinvenute tracce di un muro in opera quadrata e frammenti fittili, suggerendo la presenza di un edificio culturale per la sua posizione strategica.

La sommità dell’altura che ospita l’oppidum è a 1036 metri sul livello del mare e offre una vista quasi completa della piana del Fùcino. La recinzione muraria, in opera poligonale di I maniera, è ben conservata solo a livello di fondazione, con tratti visibili che testimoniano un’altezza considerevole. Lo spessore del muro è di circa 2,50 metri, con due paramenti esterni che racchiudono un riempimento di pietrame medio e minuto.

Alle spalle di questa recinzione si trova una strada anulare interna, larga circa 5 metri e costituita da battuto di terra e pietrame minuto, utilizzata dagli assediati per facilitare il rapido accesso al circuito murario.

La cinta muraria ha un’area ovoidale con una circonferenza di circa 750 metri e una superficie interna di 3,4 ettari, da cui si aprono due porte orientate a nord-ovest e sud-est. Una seconda recinzione interna divide in due parti il centro fortificato, con tre aperture di cui una centrale e due laterali. Nella parte superiore sono visibili i resti di un muro in opera poligonale (IV maniera) probabilmente riferibile a un edificio di culto. La recinzione è stata riutilizzata come base di una costruzione medioevale, e tracce di un edificio a pianta rettangolare sono state rinvenute a sud-ovest.

Il Piano di Voltaiello (quote 972-976) era utilizzato già in epoca antica, non solo per l’alpeggio estivo ma anche per scopi agricoli, contribuendo così al fabbisogno alimentare della comunità prevalentemente pastorale del centro del Rotale. Un sentiero che si biforca sul valico, a quota 954, metteva in comunicazione il centro fortificato di Colle delle Cerese con quello di Vico, situato circa 1.800 metri a sud.

Il Vico, anche indicato come “Castello Marso della più remota antichità”, era situato a circa due chilometri da Manaforno a nord-ovest. Le rovine delle mura, visibili sul moricello, suggeriscono che un’alluvione potrebbe aver contribuito alla loro distruzione. L’oppidum di Vico presenta una recinzione muraria più curata, caratterizzata da una cortina esterna poligonale, conservata in alcuni tratti fino a quattro filari di blocchi. Il muro è spesso circa 2,50 metri, protetto da un fossato di difesa.

Internamente, il centro fortificato di Vico aveva una superficie stimata di 14 ettari, con strutture abitative posizionate su terrazze sostenute da murature poligonali. Numerosi reperti fittili rinvenuti, tra cui dolia e tegoloni, così come ceramica ad impasto e terra sigillata, sono testimonianza dell’intensa vita del centro, che fu utilizzato dall’età arcaica fino al I secolo d.C., e poi nel Medioevo fino al XVII secolo.

Dai resti di questo centro fortificato, tre sentieri antichi collegavano il piano con altri centri fortificati vicini e con la Fonte di Vico, a una quota di circa 1100 metri. Questa fonte rappresentava la principale fonte di approvvigionamento idrico, restituendo elementi della sua struttura medioevale attuale. Un sentiero, costeggiando la quota 870, permetteva il collegamento con Aschi, passando attraverso varie località.

Proseguendo, dai sentieri che partivano dalla Fonte di Vico, un altro importante percorso portava all’arteria viaria già citata a Valle Fredda, dove nel Medioevo sorgeva la chiesa di S. Mangario. Il valico del Puzzello (quota 1233) era controllato da diversi centri fortificati, tra cui l’oppidum di Monte Civitella e Monte Puro, dove era presente una chiesa medioevale.

La presenza di queste strutture evidenzia il legame del centro di Vico con le pratiche pastorali e agricole, come dimostrano le diverse chiese medioevali ed il culto associato a santi legati alla transumanza. Il piano alla base dell’oppidum era attraversato da una necropoli e un vicus, con strade antiche che seguivano le quote adiacenti.

La strada di accesso al Boschetto, delimitata da muri in opera poligonale, mostra l’esistenza di un abitato antico. I resti murari confermano una lunga vita del vicus, evidenziando diverse fasi di occupazione dall’età arcaica fino alla fine dell’impero romano. Le tombe rinvenute, databili dal II secolo a.C. al I secolo d.C., testimoniano la continuata presenza di una comunità stabile.

Infine, si ipotizza che l’oppidum di Vico fosse l’arx del vicus nel piano, dal momento che vi sono emersi diversi elementi architettonici e funerari che indicano una comunità attiva e articolata fino al V secolo d.C. Recenti ricerche topografiche suggeriscono che il territorio del villaggio di Vico possa essere stato associato al municipium di Anxa, nota per fornire una vasta area agricola.

Riferimento autore: Prof. Giuseppe Grossi.

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Ospitalità e servizi

Il territorio di Casali d’Aschi non ha restituito strumenti o resti di insediamenti della fase preistorica, che rimane ancora poco studiata in questa area del Fùcino. Tuttavia, sono stati segnalati alcuni oggetti in bronzo, provenienti da Manaforno, attribuibili al bronzo finale o alla prima età del ferro. Tali reperti sono stati documentati da Peroni e successivamente da Radmilli, che parlano di un rasoio a doppio taglio e di asce rinvenute nelle vicinanze di Menaforno.

Seppur scarsa sia la documentazione sulla preistoria e sulla prima età del ferro, è abbondante la presenza di insediamenti attribuibili alla fase di autonomia delle popolazioni italiche locali, in particolare dal VII al III secolo a.C., e alla successiva romanizzazione. La disposizione del territorio di Casali d’Aschi durante il periodo italico appare abbastanza complessa e articolata, con varie opere ben definite costruite a scopi difensivi e per il controllo visuale della regione.

Nell’area sono presenti tre centri fortificati, conosciuti come oppida, ubicati ad altitudini differenziate: l’oppidum del Rotale sul Colle delle Cerese (quota 1036), quello di Vico (o Colle della Croce – quota 953) e della Giurlanda, ora chiamata Castelluccia (quota 801). La presenza di questi centri fortificati, presumibilmente stanziali ma con obiettivi militari, indica un forte bisogno di controllo sia sui pascoli montani sia sulle arterie legate alla transumanza verticale.

Il centro fortificato del Rotale è accessibile tramite un sentiero significativamente scavato nella roccia, che parte dal locale di S. Veneziano e risale fino al Piano di Voltaiello, una zona ricca di sorgenti. Vicino al valico (quota 954), nei pressi della prima sorgente, sono state rinvenute tracce di un muro in opera quadrata e frammenti fittili, suggerendo la presenza di un edificio culturale per la sua posizione strategica.

La sommità dell’altura che ospita l’oppidum è a 1036 metri sul livello del mare e offre una vista quasi completa della piana del Fùcino. La recinzione muraria, in opera poligonale di I maniera, è ben conservata solo a livello di fondazione, con tratti visibili che testimoniano un’altezza considerevole. Lo spessore del muro è di circa 2,50 metri, con due paramenti esterni che racchiudono un riempimento di pietrame medio e minuto.

Alle spalle di questa recinzione si trova una strada anulare interna, larga circa 5 metri e costituita da battuto di terra e pietrame minuto, utilizzata dagli assediati per facilitare il rapido accesso al circuito murario.

La cinta muraria ha un’area ovoidale con una circonferenza di circa 750 metri e una superficie interna di 3,4 ettari, da cui si aprono due porte orientate a nord-ovest e sud-est. Una seconda recinzione interna divide in due parti il centro fortificato, con tre aperture di cui una centrale e due laterali. Nella parte superiore sono visibili i resti di un muro in opera poligonale (IV maniera) probabilmente riferibile a un edificio di culto. La recinzione è stata riutilizzata come base di una costruzione medioevale, e tracce di un edificio a pianta rettangolare sono state rinvenute a sud-ovest.

Il Piano di Voltaiello (quote 972-976) era utilizzato già in epoca antica, non solo per l’alpeggio estivo ma anche per scopi agricoli, contribuendo così al fabbisogno alimentare della comunità prevalentemente pastorale del centro del Rotale. Un sentiero che si biforca sul valico, a quota 954, metteva in comunicazione il centro fortificato di Colle delle Cerese con quello di Vico, situato circa 1.800 metri a sud.

Il Vico, anche indicato come “Castello Marso della più remota antichità”, era situato a circa due chilometri da Manaforno a nord-ovest. Le rovine delle mura, visibili sul moricello, suggeriscono che un’alluvione potrebbe aver contribuito alla loro distruzione. L’oppidum di Vico presenta una recinzione muraria più curata, caratterizzata da una cortina esterna poligonale, conservata in alcuni tratti fino a quattro filari di blocchi. Il muro è spesso circa 2,50 metri, protetto da un fossato di difesa.

Internamente, il centro fortificato di Vico aveva una superficie stimata di 14 ettari, con strutture abitative posizionate su terrazze sostenute da murature poligonali. Numerosi reperti fittili rinvenuti, tra cui dolia e tegoloni, così come ceramica ad impasto e terra sigillata, sono testimonianza dell’intensa vita del centro, che fu utilizzato dall’età arcaica fino al I secolo d.C., e poi nel Medioevo fino al XVII secolo.

Dai resti di questo centro fortificato, tre sentieri antichi collegavano il piano con altri centri fortificati vicini e con la Fonte di Vico, a una quota di circa 1100 metri. Questa fonte rappresentava la principale fonte di approvvigionamento idrico, restituendo elementi della sua struttura medioevale attuale. Un sentiero, costeggiando la quota 870, permetteva il collegamento con Aschi, passando attraverso varie località.

Proseguendo, dai sentieri che partivano dalla Fonte di Vico, un altro importante percorso portava all’arteria viaria già citata a Valle Fredda, dove nel Medioevo sorgeva la chiesa di S. Mangario. Il valico del Puzzello (quota 1233) era controllato da diversi centri fortificati, tra cui l’oppidum di Monte Civitella e Monte Puro, dove era presente una chiesa medioevale.

La presenza di queste strutture evidenzia il legame del centro di Vico con le pratiche pastorali e agricole, come dimostrano le diverse chiese medioevali ed il culto associato a santi legati alla transumanza. Il piano alla base dell’oppidum era attraversato da una necropoli e un vicus, con strade antiche che seguivano le quote adiacenti.

La strada di accesso al Boschetto, delimitata da muri in opera poligonale, mostra l’esistenza di un abitato antico. I resti murari confermano una lunga vita del vicus, evidenziando diverse fasi di occupazione dall’età arcaica fino alla fine dell’impero romano. Le tombe rinvenute, databili dal II secolo a.C. al I secolo d.C., testimoniano la continuata presenza di una comunità stabile.

Infine, si ipotizza che l’oppidum di Vico fosse l’arx del vicus nel piano, dal momento che vi sono emersi diversi elementi architettonici e funerari che indicano una comunità attiva e articolata fino al V secolo d.C. Recenti ricerche topografiche suggeriscono che il territorio del villaggio di Vico possa essere stato associato al municipium di Anxa, nota per fornire una vasta area agricola.

Riferimento autore: Prof. Giuseppe Grossi.

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