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Storia Di Casali D’Aschi.. Mentalita’ Degli Aschietani

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Tradizioni, tartufi e terre contese: Aschi rivela la sua storia tra vigne antiche e vivaci disputazioni culturali.

Verso la fine del secolo scorso, Colantoni descriveva Aschi come un centro ricco di tradizioni e attività economiche, evidenziando la raccolta di tartufi e la presenza di querceti. Gli abitanti, caratterizzati da un forte spirito comunitario, evitavano l’uso di armi da fuoco, preferendo strumenti agrari e, nei confronti di altri comuni, l’uso di sassi e fionde. La vita ad Aschi era prevalentemente basata su tre attività: la pastorizia, la coltivazione della vite e il cosiddetto «legnatíco».

In passato, le vigne erano numerose, soprattutto nelle regioni attorno al Fùcino. Documenti storici parlano di liti e polemiche riguardanti le proprietà vinicole. Un episodio curioso raccontato da Alberto d’Almonte nel marzo del 1719 mette in luce le vivaci dispute tra i lavoratori della terra, mentre il lavoro nei campi spesso dava origine a risse e insulti tra mietitori e passanti. Queste situazioni, tipiche delle “incanate” o “carelle”, facevano parte di una vivace tradizione culturale della Marsica.

La raccolta della legna costituiva un’altra importante attività, generando conflitti tra gli abitanti di Aschi e quelli dei comuni limitrofi. Le contese riguardavano l’accesso ai boschi e la pratica del «baratto» era comune, con l’uso di prodotti locali come il «cascio pecorino» come mezzo di pagamento.

La pastorizia era predominante, con la maggior parte della popolazione di Aschi che si dedicava a questa attività fino alla metà del XIX secolo, caratterizzata da transumanza verso la Puglia. Un documento risalente al 1680 parla della difficile situazione di un pastore che perse numerosi animali a causa del maltempo. Altri resoconti evidenziano la vita dei pastori, il loro abbigliamento e le influenze culturali dei pastori scannesi, presenti anche nel modo di vestire delle donne.

Riferimento autore: L. Colantoni, Storia dei Marsi, Lanciano, Carabba, 1889.

Il Colantoni, verso la fine del secolo scorso, così scriveva a proposito di Aschi: «[ … ] in Aschi si raccolgono squisitissimi tartufi. Aschi ha una piccola selva di quercia leccio (le lecìne). S. Sebastiano e Bisegna mandano a svernare il loro gregge nella Puglia; ed Ortona de’ Marsí, Aschi e S. Benedetto mandano i loro cavalli nell’agro romano». Per quanto riguarda il carattere dei suoi abitanti, il Colantoni aggiungeva: «Nei reati di sangue, non sono mai adoperate armi da fuoco; in Pescína, gli strumenti agrari e il coltello; in Aschi, i sassi e la fionda (e come imbroccano!); e negli altri comuni, il coltello». È difficile trovare altre notizie particolareggiate sulle vere attività economiche degli Aschietani, in particolare su quelle che costituivano le tre fonti di reddito di gran parte della popolazione: la pastorizia, la coltura della vite ed il «legnatíco».

Anche per questo tema, mi trovo costretto a ricorrere ad alcuni documenti inediti, rintracciati negli archivi, che presenterò sotto forma di flash, poiché mi sembrano sufficienti a dare un’idea realistica di quella che doveva essere la vita e, quindi, il carattere degli abitanti di quel centro montano. Le vigne erano numerose, nel passato, più di quanto non lo siano oggi, soprattutto nelle zone che si affacciavano sul Fùcino. I documenti spesso ci mostrano liti e polemiche e scontri che si verificavano ogni volta che insorgeva qualche differenza per i confini o per la raccolta dell’uva.

Uno dei numerosi episodi, tra i più curiosi ed interessanti, fu quello narrato da Alberto d’Almonte nel marzo del 1719: «(…) martedì della settimana trapassata sette del corrente, mentre io assieme con molti paesani stavo a zappare nella vigna di Gíoseppe de Joriís a Vico, dopo merenda venne Carlo de Joriis in detta vigna, e si assettò al fosso a capo di detta vigna dove parimente si assettò Gioseppe di Fulvio. Mentre stavano così assettati, cominciorono ad ingiuriarsi l’uno l’altro con dirsi diverse ingiurie». Situazioni simili, con insulti a voce alta tra coloro che si trovavano a zappare o a mietere e coloro che passavano, ricorrevano con una certa frequenza anche durante la mietitura del grano, con risse tra mietitori e passanti in varie località della zona.

Intanto, mentre mietitori e vendemmiatori lavoravano e si scagliavano colorite e pungenti «incanate», le donne, pazienti ed impassibili, curve sui campi, andavano svolgendo il loro compito di «spigolatrici». La seconda attività economica della zona era quella della raccolta della legna, del cosiddetto «legnatíco»: un’attività che metteva talvolta in contrasto gli Aschietani tra di loro, ma che assai più spesso li faceva scontrare con i vicini ortonesi, gioiesi, speronesi o pescinesi, provocando lunghe contese e vertenze secolari tra «Università».

Il «legnatíco» si mescolava ad altri aspetti della vita e delle condizioni materiali di quella popolazione, come l’allevamento e l’uso dei cavalli o dei muli, il «baratto» come mezzo di pagamento. Pare che la moneta più corrente fosse rappresentata da grosse «forme di cascio pecorino», con episodi di furti ed uccisioni di bestie, strumenti ed utensili rudimentali, e incidenti mortali. Nel 1592, Creseta de Joa rivelò che andando per legna, incontrando la cavalla di Lucia de Cortellino e Santo di Lutio, si scoprì che la cavalla era stata ammazzata.

Nel 1703, Marc’Antonio di Matteo Macera della Terra d’Aschi espose come, mercoledì quattro del corrente (luglio), andò alla Terra di Gioia per prendere un aratro per le povere vedove di Leonardo. Fu arrestato, sul pretesto dei funerali fatti a Francesco, che morì accidentalmente nella montagna di Bisegna. La pastorizia, cui si dedicava la maggior parte della popolazione di Aschi, era caratterizzata fino alla metà del XIX secolo dal fenomeno della transumanza in terra di Puglia.

Nel 1680, «il quondam Gio. Domenico del Papa» nella Puglia perse centocinquanta pecore, e l’anno seguente ne perse duecento e più, a causa della gran quantità di neve e della mancanza di erba. Mentre tornava dalla Puglia con i pochi animali rimasti, fu sequestrato da banditi. Nel maggio del 1696, un altro pastore di Aschi scrisse che, ritornando dalla Puglia con le proprie pecore, fu aggredito da alcuni del luogo. Documenti interessanti, anche per le annotazioni sull’abbigliamento di questi pastori.

L’influenza della tradizione dei pastori scannesi è evidente anche nel modo di vestire delle donne, come riportato da una testimonianza del 1841: «[…] in un giorno del passato mese di dicembre, che ben non ricordo, tornand’io dalla Selva con un fascio di legna in dosso, fermatomi nella così detta Cona, vidi verso l’entrata del paese la detta Antonia moglie di Salvatore di Mutio, che salì verso la Chiesa».

Riferimento autore: L. Colantoni, Storia dei Marsi, Lanciano, Carabba, 1889.

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Ospitalità e servizi

Il Colantoni, verso la fine del secolo scorso, così scriveva a proposito di Aschi: «[ … ] in Aschi si raccolgono squisitissimi tartufi. Aschi ha una piccola selva di quercia leccio (le lecìne). S. Sebastiano e Bisegna mandano a svernare il loro gregge nella Puglia; ed Ortona de’ Marsí, Aschi e S. Benedetto mandano i loro cavalli nell’agro romano». Per quanto riguarda il carattere dei suoi abitanti, il Colantoni aggiungeva: «Nei reati di sangue, non sono mai adoperate armi da fuoco; in Pescína, gli strumenti agrari e il coltello; in Aschi, i sassi e la fionda (e come imbroccano!); e negli altri comuni, il coltello». È difficile trovare altre notizie particolareggiate sulle vere attività economiche degli Aschietani, in particolare su quelle che costituivano le tre fonti di reddito di gran parte della popolazione: la pastorizia, la coltura della vite ed il «legnatíco».

Anche per questo tema, mi trovo costretto a ricorrere ad alcuni documenti inediti, rintracciati negli archivi, che presenterò sotto forma di flash, poiché mi sembrano sufficienti a dare un’idea realistica di quella che doveva essere la vita e, quindi, il carattere degli abitanti di quel centro montano. Le vigne erano numerose, nel passato, più di quanto non lo siano oggi, soprattutto nelle zone che si affacciavano sul Fùcino. I documenti spesso ci mostrano liti e polemiche e scontri che si verificavano ogni volta che insorgeva qualche differenza per i confini o per la raccolta dell’uva.

Uno dei numerosi episodi, tra i più curiosi ed interessanti, fu quello narrato da Alberto d’Almonte nel marzo del 1719: «(…) martedì della settimana trapassata sette del corrente, mentre io assieme con molti paesani stavo a zappare nella vigna di Gíoseppe de Joriís a Vico, dopo merenda venne Carlo de Joriis in detta vigna, e si assettò al fosso a capo di detta vigna dove parimente si assettò Gioseppe di Fulvio. Mentre stavano così assettati, cominciorono ad ingiuriarsi l’uno l’altro con dirsi diverse ingiurie». Situazioni simili, con insulti a voce alta tra coloro che si trovavano a zappare o a mietere e coloro che passavano, ricorrevano con una certa frequenza anche durante la mietitura del grano, con risse tra mietitori e passanti in varie località della zona.

Intanto, mentre mietitori e vendemmiatori lavoravano e si scagliavano colorite e pungenti «incanate», le donne, pazienti ed impassibili, curve sui campi, andavano svolgendo il loro compito di «spigolatrici». La seconda attività economica della zona era quella della raccolta della legna, del cosiddetto «legnatíco»: un’attività che metteva talvolta in contrasto gli Aschietani tra di loro, ma che assai più spesso li faceva scontrare con i vicini ortonesi, gioiesi, speronesi o pescinesi, provocando lunghe contese e vertenze secolari tra «Università».

Il «legnatíco» si mescolava ad altri aspetti della vita e delle condizioni materiali di quella popolazione, come l’allevamento e l’uso dei cavalli o dei muli, il «baratto» come mezzo di pagamento. Pare che la moneta più corrente fosse rappresentata da grosse «forme di cascio pecorino», con episodi di furti ed uccisioni di bestie, strumenti ed utensili rudimentali, e incidenti mortali. Nel 1592, Creseta de Joa rivelò che andando per legna, incontrando la cavalla di Lucia de Cortellino e Santo di Lutio, si scoprì che la cavalla era stata ammazzata.

Nel 1703, Marc’Antonio di Matteo Macera della Terra d’Aschi espose come, mercoledì quattro del corrente (luglio), andò alla Terra di Gioia per prendere un aratro per le povere vedove di Leonardo. Fu arrestato, sul pretesto dei funerali fatti a Francesco, che morì accidentalmente nella montagna di Bisegna. La pastorizia, cui si dedicava la maggior parte della popolazione di Aschi, era caratterizzata fino alla metà del XIX secolo dal fenomeno della transumanza in terra di Puglia.

Nel 1680, «il quondam Gio. Domenico del Papa» nella Puglia perse centocinquanta pecore, e l’anno seguente ne perse duecento e più, a causa della gran quantità di neve e della mancanza di erba. Mentre tornava dalla Puglia con i pochi animali rimasti, fu sequestrato da banditi. Nel maggio del 1696, un altro pastore di Aschi scrisse che, ritornando dalla Puglia con le proprie pecore, fu aggredito da alcuni del luogo. Documenti interessanti, anche per le annotazioni sull’abbigliamento di questi pastori.

L’influenza della tradizione dei pastori scannesi è evidente anche nel modo di vestire delle donne, come riportato da una testimonianza del 1841: «[…] in un giorno del passato mese di dicembre, che ben non ricordo, tornand’io dalla Selva con un fascio di legna in dosso, fermatomi nella così detta Cona, vidi verso l’entrata del paese la detta Antonia moglie di Salvatore di Mutio, che salì verso la Chiesa».

Riferimento autore: L. Colantoni, Storia dei Marsi, Lanciano, Carabba, 1889.

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