I Marsi avevano certamente in passato un governo monarchico nell’epoca del re Archippe. Successivamente, furono spesso alleati con i Romani, prendendo parte a molte guerre, ma non furono mai ricompensati equamente per l’aiuto prestato. Così, furono costretti a ribellarsi insieme ad altri popoli vicini, dando vita a una Lega che ebbe come capitale Corfinium. A capo della Lega Italica fu chiamato il condottiero marsicano Poppedio Silone, originario di Ortona dei Marsi, che ebbe come vicecondottiero C. Papio Mutilio, sannita. La guerra durò molti anni, con alterne vicende a favore o contro i Marsi. Essa iniziò nel 98 a.C. e si concluse nel 89 a.C. con la sottomissione dei Marsi ai Romani. Gli Italici, e quindi anche i Marsi, acquisirono tuttavia gli stessi diritti di cittadinanza grazie alla Legge Plautia Papia. Fu in quel periodo che i Marsi furono aggregati alla IV legione, nella tribù Sergia nel 98 a.C..
Un grande evento storico per il territorio della Marsica fu il prosciugamento del lago Fùcino ad opera dell’imperatore Claudio, avvenuto nel 52 d.C.. I lavori per il traforo del Salviano richiesero l’opera di 30.000 schiavi che lavorarono ininterrottamente per 11 anni, dal 41 al 52 d.C.. Il risultato di questa opera fu che il lago fu prosciugato in parte, in conseguenza di un errore di livellamento delle acque. Quest’errore potrebbe essere stato legato al calcolo del livello dell’emissario o alla volontà di mantenere il lago a un livello troppo basso. Di certo, una grande striscia di terra coltivabile emerse intorno al lago.
Con l’affermarsi della nuova religione cristiana, anche nella Marsica si contarono numerosi seguaci, i quali si riunivano di nascosto. Essi furono spesso perseguitati dagli imperatori che salirono al potere. Nel 400 d.C., con la fine del paganesimo e l’avvento dell’era cristiana, molti luoghi di culto pagani furono abbandonati e trasformati in chiese cristiane. Anche nel territorio d’Aschi, i pochi templi pagani, che per secoli avevano glorificato il popolo marso, furono convertiti in chiese cristiane. Ad esempio, nel tempio dell’Oppidum di San Nicola sorge la nuova chiesa dedicata a San Nicola, mentre il tempio della dea Bellona fu trasformato nella chiesa di “Santa Maria in Valle Frigida”.
L’asilo d’Aschi divenne un paese vero e proprio, assumendo il nome di Ascilum, mentre il Puzzillo seguì una sorte simile. Il Vico fu distrutto in epoche precedenti e fu ricostruito in epoca più tarda, più in basso, nelle vicinanze della Fonte di Vico e di Fontecchio. L’Oppidum Colle delle Cerese venne trasformato in stazzo adibito all’uso del bestiame. Con la caduta dell’Impero Romano, nel 476 d.C., inizia il periodo medioevale. Un capovolgimento delle istituzioni religiose e secolari avvenne a causa delle invasioni barbariche in Italia, con i Goti, i Longobardi, i Franco Germani, i Normanni, gli Svevi, gli Angioini e altri. Questi dominatori dell’Italia, inclusa la Marsica, imposero leggi e istituzioni che ridussero il popolo nella più squallida miseria.
Si formarono così i Feudi, amministrati da conti e baroni secondo il volere dell’imperatore. Dopo i feudi, vennero le contee. Queste nuove entità amministrative si divisero ulteriormente, formando le “Universitas”, amministrate dai cittadini del posto sotto l’autorità della contea e dell’imperatore. La conseguenza fu l’imposizione di nuove tasse ai cittadini. Secondo lo storico abruzzese Antinori, il feudo d’Aschi era valutato in tarini 15 e, sotto il governo di Adone di Tommaso, era detenuto da Andrea di Rainaldo e Berardo di Casperio.
Nel 1166, sotto il re Guglielmo II, Aschi faceva parte del ducato di Puglia ed era amministrato dalla contea di Cèlano, nei confronti della quale aveva doveri fiscali e militari. Era stabilito infatti il numero di soldati da prestare come servizio militare. L’Ascilum doveva fornire un soldato all’anno, come riportato nel registro dei feudi dal Borelli, che affermava: “Comes Rainaldus de Cèlano sicut dixit tenet Celanum in Marsis quod est feudum duodecim militum et Ascilum quod est feudum unius militis”.
L’Oppidum di Vico Alto, già menzionato nel periodo feudale, era separato dall’Universitas di Ascilum. Il castello di Vico Alto, essendo stato distrutto in epoca anteriore, fu ricostruito più a valle, nelle vicinanze di Fontecchio, in un punto strategico che comprendeva la piana sottostante facente parte del feudo con i centri rurali di Alto le Tombe, San Veneziano, Morconi, Vettorito, Manaforno e il centro del Boschetto. Il valore del feudo di Vico era maggiore rispetto a quello di Ascilum, dato che era obbligato a fornire due soldati all’anno.
Le notizie sono riportate dallo storico A. Ludovico Antinori negli Annali Storici dell’Abruzzo, dove l’imperatore Ottone II conferma i privilegi per l’abate Aligerio del monastero di Montecassino. Fra le chiese viene citata S. Antimo in Vico nel 981 d.C.. Successivamente, anche S. Antimo in Vico viene menzionata nel 987 d.C. e così pure l’imperatore Corrado, il quale conferma i privilegi per l’abate cassinese Richerio.
Nel 1273 Vico finì sotto Carlo d’Angià e, unitamente ad Ascilum, fu inserito nel giustizierato di Abruzzo. Nel XIV secolo, sotto i monaci cistercensi di S. Maria della Vittoria di Scurcola Marsicana e poi alle dipendenze del conte Antonio Piccolomini nel 1484, l’universitas di Vico, in epoca medioevale, si sviluppò, includendo la vasta piana di terre e castelli dislocati nel territorio dove attualmente sorgono i borghi di Casali d’Aschi.
Le due contee che dominavano il territorio marsicano erano le famiglie Colonna e Orsini, sempre in guerra tra loro per accaparrarsi nuove porzioni di territorio. Gli abitanti di Ascilum e Vico sostennero sempre i principi Colonna, tanto che Fabrizio Colonna nel 1422 chiese il loro aiuto. Non essendo abituati al maneggio delle armi bianche, vi parteciparono con “la fionda”, unica arma a disposizione per combattere, dando origine ai famosi “frombolieri”.
La guerra fu vinta dai Colonna e il popolo fu ricompensato per il grande aiuto prestato dai frombolieri. Il principe concesse loro di pascere e abbeverare i propri armenti nel castello di Venere e nella città di Marsia. La maggior parte del popolo era dedita alla coltivazione dei campi, all’allevamento del bestiame e alla cultura della vite e dell’olivo, specialmente nella fascia esterna del lago, una zona ideale per tali colture. Questa fascia si estendeva dal castello di Venere a Manaforno e comprendeva le contrade denominate Casino, Capannoni, Piedi Balzi, Staturo, Summoli, Frusciete e altre.
In quel periodo, il feudo d’Ascilum possedeva oltre 5000 piante d’ulivo e commerciava l’olio con le universitas vicine. Esisteva un “trapedo” per la produzione di olio in contrada Casino. Un certo S. D’Ovidio fabbricò il trapedo, e sebbene non si conosca la data di costruzione, è documentato un contratto tra D’Ovidio e un certo Raffaele Quintiliano, nativo di San Donato e residente a Gioia dei Marsi, per un prezzo convenuto di ducati 30 più una “soma” di vino. Questo trapedo rimase attivo fino al 1940.
Il 18 Agosto 1446, il vescovo Angelo Meccafini, nominato da Eugenio IV, riunì tutti i beni delle chiese appartenenti alle popolazioni di Ascilum e Vico, formando un’unica parrocchia chiamata San Salvatore, con un sacerdote in funzione d’arciprete e tre canonicati. Le chiese esistenti al tempo erano: San Salvatore in Aschi, San Nicola in Vallo, Santa Maria in Valle Frigida, San Mangario, e nel feudo di Vico vi erano San Veneziano, San Quintino, San Cristoforo in Vico, Santa Vittoria di Vico e Sant’Antimo in Vico.
Nel feudo di Vico, nei secoli passati, ci furono molte controversie con le “universitas” confinanti come Manaforno, Gioia, Lecce e Ortucchio per il diritto di passaggio e di abbeveraggio dei loro armenti. Gli abitanti furono spesso costretti a ricorrere con suppliche, petizioni e ricorsi alla corte della contea di Cèlano per reclamare i loro diritti. Tali contese generarono imbarazzi, qualunque fosse la decisione presa dalla corte tra le fazioni contendenti.
Nel 1656, una terribile peste decimò la popolazione marsicana, compreso il feudo di Vico, con intere famiglie completamente cancellate, costringendo i pochi rimasti a riunirsi ad Aschi e ad abbandonare l’universitas e il feudo. La causa, per i nostri avi, fu la cosiddetta “mosca bianca”, una zanzara portatrice di malaria che proveniva dai terreni paludosi. Queste notizie sono giunte fino a noi dai racconti dei nostri trisavoli. Passata l’epidemia, nel 1715, i popolani di Vico ritornarono nel feudo e lo rioccuparono. La chiesa di San Veneziano venne riattivata, come testimoniano una pietra incisa sul portale e una scritta incisa sulla campana: “Vico San Veneziano anno 1715”.
Riferimento autore: Gioia dei Marsi ieri e oggi (Testi a cura di Salvatore di Salvatore).