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Storia Del Flagello Del Terremoto In Gioia Dei Marsi (13 Gennaio 1915)

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Il terremoto del 1915 sconvolse la Marsica: tra dolore e eroismo, la comunità cercò di rinascere dalle proprie ceneri.

Nel 1915, il terremoto che colpì la Marsica si rivelò un evento devastante. La catastrofe, avvenuta il 13 gennaio alle sette di mattina, portò a dolorose perdite per la comunità di Gioia di Marsi, facendo tremila vittime. La gente, costretta a sopportare il freddo e la disperazione, si ritrovò senza casa, tra nevicate e lavori di soccorso. Figli, mariti e madri furono separati, mentre il suolo divenne il loro unico rifugio.

Nonostante il dolore, emergono figure di grande umanità. D. Nicola Incarnati, per esempio, affrontò il viaggio da Roma tra la neve per cercare i propri cari. La sua dedizione gli guadagnò la reputazione di benefattore, portando cibo e vestiti ai sopravvissuti. Gli sforzi di altri, come il professor Roman e Guglielmo Mascitelli, contribuirono a lenire le sofferenze attraverso l’assistenza medica e il sostegno alle famiglie in difficoltà.

Le testimonianze di quei giorni oscure delineano il dramma collettivo vissuto dalla popolazione. La perdita dei propri cari e delle proprie abitazioni ha segnato profondamente gli animi, costringendo chi è rimasto a lottare per la sopravvivenza. In un ambiente di così grave sofferenza, anche il coraggio dei soldati, giunti per soccorrere, non passò inosservato. Con i loro veicoli, trasportarono i morti e offrirono assistenza a chi ne aveva bisogno.

La memoria di quel periodo rimane vivida attraverso le parole di chi ha vissuto direttamente il terremoto. Angelo Aureli, testimone della tragedia, esprime la sofferenza di un popolo che ha visto crollare i suoi luoghi di culto e tradizione. La speranza di un futuro migliore è rinata, ma la cicatrice lasciata dal terremoto richiede tempo e dedizione per rimarginarsi.

Riferimento autore: Testi di Angelo Aureli.

Tratto da “Breve viaggio a Gioia Di Marsi e dintorni” (Testi di Angelo Aureli)

Miei superstiti, vi annoto quel che fece il terremoto. Ascoltate con riflesso a quanto io vi dico appresso. Al mille e quindici del novecento fu il flagello e lo spavento. Fu per noi l’eterno lutto e la perdita di tutto.

Nessuno mai al mondo nato tal dolor giammai provato. Nel vecchio e nuovo testamento mai un tale movimento. Fu quel fiero macellaio il giorno tredici di gennaio. Alle sette di mattina tremila nostri alla rovina.

E taluno che fu salvato alla nuda spiggionato, a soffrire in tal maniera fra la neve e la bufera. Chi languiva e chi esclamava, chi ognuno i suoi chiamava, ma le scosse erano spesso e a star lì non fu permesso.

E chi mai credeva questo? Un dolor così funesto. Tutti a piazza di Savoia: non c’è più la nostra Gioia. Si piangeva ad una campagna: i cari figli e la compagna, chi il fratello e chi il padre, chi il marito e chi la madre.

Tutti privi di ricetti, tutti sotto a quei carretti, senza panni e senza pane, tutte quelle carni umane. La dura terra fu il letto, in campagna come ho detto. Né lenzuola né coperta, si tremava ad aria aperta.

Con ferite e con rotture in quelle rigide freddure, con lamenti, gridi e pianti, come anime purganti. Con preghiere e penitenze in quelle dure sofferenze, ognun sperava da lontano qualche aiuto paesano.

E nel mentre si soffriva, un automobile si sentiva. Tutti andammo per vedere: fu quel grande Cavaliere. Voce sparsa interamente in quella sbalordita gente, ognun correva ad incontrarlo con rispetto a salutarlo.

Ma nel vederci in quello stato, ne restò rammaricato. Con cuor contrito ed occhi bagnati, fu D. Nicola Incarnati. Partì da Roma con violenza, fra la neve in sofferenza, per veder gli estremi punti se eran salvi i suoi congiunti.

Figuratevi il dolore di quel gran benefattore: in mezzo a tanti pianti amari andava in cerca dei suoi cari. Ma per suo crudel destino non trovò sol che un cugino; la zia, lo zio, sorelle e madre volarono in ciel dal suo buon padre.

Ma con tutto quel dolore fu per noi benefattore: quanti pani e quanti panni procurò ai nostri danni. In quelle pessime giornate, notti e giorni alle viaggiate, dormiva come un miserabile al sedín dell’automobile.

Non dimentichiamo mai di quel ben che fu assai. Siamo sempre affezionati a D. Nicola Incarnati. Ci fu pure assai cortese per il povero Gioiese. Partir volle da lontano il gran professor Romano.

Con supplenti a sé vicino, il professor Alessandrino in quei tempi di freddure venne ad offrir medicature. Parimenti quei signori, i fratelli di casa Jori, al colmo inverno in sofferenze per le sue beneficenze.

Visitavano uno per uno chi era ignudo e chi digiuno. Portarono tutta provvigione per rivestire le persone: le mutande e le calzette, le camicie e le magliette, pantaloni, giacche e pastrani, tutt’offerta dei Foggiani.

Della pasta, riso e pane ci fornivano a settimane. Furono proprio di affezione per la sua popolazione. Fece pure quel signore, fu l’Illustrissimo Dottore Guglielmo Mascitelli.

Con la testa fracassata andava sempre di scappata a soccorrere medicazione alle superstiti persone. Qual martirio più di quello del notaio a quel flagello! Esclamava fortemente fra le scosse continuamente.

E i dolori che passava, mentre un muto lo scavava, non guardava al suo segnale e seguitava a fargli male. Appena uscito all’aria aperta, si accampò con una coperta al cancel della sua villina, lui e D. Concettina.

A dormire alla leggera, il notaio e la mogliera, in quelle rigide freddezze, quelle carni non avvezze. E pur si chiamavano fortunati in mezzo a tanti disgraziati: hanno il mondo riveduto per bontà di un sordo muto.

Il coraggio dei soldati, appena furono arrivati, tutti pronti a quei trasporti con carretti i nostri morti. Quanti sfregi a quei defunti nel passare all’altro mondo! Si buttavano a tutta gara, senza preti e senza bara.

Chi rammenta questo fatto resta sbalordito e matto: di persuadersi è impossibile, perché è troppo indigeribile. Credevamo in quei momenti che eravamo tutti pezzenti, ma ci furono dei campioni che si fecero le posizioni.

Pannamenti di valori e coperte di colori, di ogni sorta lana e seta e le somme di moneta. Volle Iddio col suo potere darci questo dispiacere: di flagellare i buoni padri e salvar malvagi e ladri.

Vi ripeto l’attenzione che vi fò la spiegazione, cominciando dalla piazza: buona gente d’ogni razza. Ognuno era necessario: l’esattore e il segretario, i farmacisti e i caffettieri, i baroni e i cavalieri, i dottori ed avvocati e tant’altri magistrati.

La caserma e la pretura, tutti sotto alla sciagura. Seguitando per Toledo, ciò che dico è quel che vedo. Della posta l’ufficiale ed il distretto forestale, dei Virgili l’ingegnere e quel bravo cancelliere.

Quanta bella gioventù non la rivedremo mai più. Quante tenere bambine, artigiane e contadine, istruite a tante cose dalle suore religiose. Quante donne timorate, giovanette e maritate, si sciupavano in orazione per la santa religione.

Confessioni in settimane e digiuni in quarantane, l’elemosina alle porte per non far la mala morte. Quale morte più spietata, peggio a quella che gli è stata? Quella fu la ricompensa della tanta penitenza.

Quanti artisti e negozianti, pittori e musicanti, locantieri e cantinieri, contadini e carrettieri, i stagnini e cementisti e ciclisti elettricisti. Quanti mastri e capomastri: tutti sotto a quei disastri.

E chi furono salvati? Certi uomini invecchiati e le donne maliziose che fan le finte religiose. Alla messa ed alla chiesa fan peccati a tutta presa, ad intascarsi quel villano, il ritratto siciliano.

Alla strada degli Aratari, i superstiti sono rari. Quanta gente di morale, tutti morti senza male. Dove andò quella bellezza di Donato e di Saltezza? Quanti inni e quanti canti, quanti vespri a tutti i santi!

Quante messe e quanti uffízi e tant’altri sacrifizi, canzoncine e litanie quando andavano per le vie. Contemplavano tutta quanta quella settimana santa notte e giorni con amore alla passione del Signore.

E con tutte le devozioni recitavano le funzioni, le lezioni e profezie e le tre ore d’agonia. E con voci sincere intonavano il Miserere, poi cenavano il rumore alla cena del Signore.

Facevano commuovere le persone a quella bella processione, all’accompagno di Gesù ed ora non esistono più. Similmente fu distinto Angeluccio di Florindo, il cantore dell’Unione, di santuari e processione.

Se vogliamo rammentare, ci starebbe da pensare. Quella lunga fratellanza, vederla più non c’è speranza. Quelle numerose donne che accompagnavano la Madonna, con la musica luttuosa e Stabat Mater dolorosa.

E poi tutte le Signore, la direttrice con le suore e le figlie di Maria. Si soleva piangere in quella via. Non mentiva mai nessuno in quel giorno a star digiuno: si completava la giornata con processione e desolata.

Si faceva poi la Pasqua, ognun col ciambellone in tasca. Si facevano dei bicchieri con parenti e con stranieri e tant’altre belle cose, tutte oneste e religiose, con i figli e le consorti; ed ora sono tutti morti.

Marsicano era lo specchio, quella chiesa a Gioia Vecchio, dove andava ogni fedele, la fratellanza di S. Michele. Appena l’alba del cinque maggio, erano pronti al santo viaggio. Tralasciavano ogni servizio, qualcuno anche il vizio.

Tutti al suono di campana si riunivano alla fontana. Poi con canti e con rosario, s’incamminavano al santuario. E per tre giornate intere, inginocchiati alle preghiere, ascoltavano con amore la parola del Signore.

E con tutte le sofferenze, discipline e penitenze, confessione e comunione per ottener da Dio perdono. Al ritorno in quelle sere era proprio un bel vedere: con le sue candele accese illuminavano il paese.

Ricordata dei trapazzi che si davano quei ragazzi, a tutta fuga in lontananza, ad incontrar la fratellanza. Seguitavano il santuario per la strada del calvario, a fare una visita molto breve alla Madonna della Neve.

Poi con mente persuasa, ognun riandava alla sua casa, dov’erano i figli e le consorti; ed ora sono tutti morti. A quel vico della scuola tutti morti alla tagliola. Fra migliaia di Gioiesi si salvò D. Carlo Alesi.

Ma però si deve dire che fu quasi per morire. Di ferite erano parecchie alle gambe ed alle orecchie. Seguitando alle froscete, come tutti ben sapete, quella numerosa gente morta tutta interamente.

Quanti buoni agricoltori e dell’industria quei pastori, artigiani di tutte sorti, calzolai, barbieri e sarti. Quanti padri americani che da anni erano lontani, non appena erano tornati con moglie e figli flagellati.

Si salvò qualche canaglia, chi consuma e chi travaglia; il vecchio storto ed impotente poco vede e niente sente. A quel vico del calvario tutti in chiesa in quell’orario furono tutti in un secondo trapassati all’altro mondo.

Chi salvò il Dio severo, il macellaio forestiero, il più reprobo del mondo, protestante e vagabondo. Alla via della fontana fu il macello di carne umana: tutti morti all’improvviso, eccettuato Paradiso.

Quante donne contadine lavoravano senza fine alla montagna ed in pianura, morte sotto a quelle mura. Alla strada soprastante, dove ognuno si è fatto grande, alle robe ed ai contanti furono eredi a tutti quanti.

Con le accette e con picconi, alle casse ed ai stiponi, fu come un grido di Savoia quando cadde la nostra Gioia. Furono anche riavuti tutti e cinque i sordi muti e l’acerbo melo amaro: quella matta di Gennaro.

In sostanza ed in conclusione, fate bene l’osservazione: fu salvato interamente il malvagio e il negligente, protestanti e prepotenti ed ogni sorte di mal viventi.

E i superstiti di morale, perduta gente e capitale. Fu salvata a quel flagello la famiglia di Gabriello: al più sgarbo di montagna, salvi i figli e la campagna.

Dove sono quei fratelli, tutti sotto a quei flagelli? Dove son le timorate fra le pietre ammassacrate? Dove sono quei signori, avvocati e dottori, e signori e signorine, tutti sotto alle rovine?

Dove sono gli innocenti, infantili e nascenti, senza macchia e senza colpa, frantumati ossa e polpa? Ho dovuto spiegar tutto per sfogarmi a questo lutto e lasciare la storia dei flagelli ai nascenti confratelli.

Metto termine, miei cari, a questi lunghi pianti amari e chi si offende alla presente, si dichiara che è fallente. Conservate questa storia, che sarà eterna memoria e frattanto il mondo dura, ci ricorda la sventura.

Di detta storia l’inventore è stato, non sol terremotato, anche incendiato. La moglie, cinque figli e quanto aveva: considerasse ognun come piangeva.

La sua balzata fu a terzo piano e pronto si trovò un paesano, e fu Filippo Incarnati, il vicinato, che lo salvò a non essere incendiato. Con mezza giacca lui fu restato, che fu da certi travi contrastato.

E senza scarpe e tutto scappellato, piangeva come il primo disperato. Viveva in una buona condizione con la famiglia in gran consolazione. Si sprofondò il mondo in un istante e lo ridusse ad una miseria grande.

Aveva ogni sorte d’animali: vaccine, mule ed i grandi maiali. Si firma Aureli Angelo fu Biagio, senza nessun sussidio e né suffragio. Le sue domande, fatte ad ogni parte, respinte gli son state le sue carte.

Ogni paese è stato sussidiato ed il Gioiese è stato abbandonato. Fu sussidiata qualche vedovaccia e certe concubine di mala faccia. L’agricoltore che regge tutto il regno di un sussidio non è stato degno.

L’Aureli è stato sempre agricoltore e sempre ha lavorato a gran sudore. In mezzo alla miseria e alla sventura, lui deve seguitar l’agricoltura. Se ognuno avesse stato di coraggio come l’Aureli Angelo fu Biagio.

Da circa cento coppe e dissodate, con le vaccine che ha r’acquistate. Per la cagion di terremoto e guerra, quasi tutta inculta questa terra. Perciò i prezzi sono esagerati per i terreni che stanno abbandonati.

Coraggio, lui vi dice miei Gioiesi, che dalla terra vengono gli tornesi. L’Aureli ad ogni costo ve lo giura: che la megl’arte è a far l’agricoltura. Ne chiede scusa a tutti, miei Signori, se numerosi sono i suoi errori.

Si arrancia un pochettino, non c’è male, ma lo studio suo non fu grammaticale. Conchiude il suo dir novellamente che troppo ci starebbe alla sua mente. Saluta tutti con la sua memoria distintamente chi legge la storia.

Riferimento autore: Angelo Aureli.

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Tratto da “Breve viaggio a Gioia Di Marsi e dintorni” (Testi di Angelo Aureli)

Miei superstiti, vi annoto quel che fece il terremoto. Ascoltate con riflesso a quanto io vi dico appresso. Al mille e quindici del novecento fu il flagello e lo spavento. Fu per noi l’eterno lutto e la perdita di tutto.

Nessuno mai al mondo nato tal dolor giammai provato. Nel vecchio e nuovo testamento mai un tale movimento. Fu quel fiero macellaio il giorno tredici di gennaio. Alle sette di mattina tremila nostri alla rovina.

E taluno che fu salvato alla nuda spiggionato, a soffrire in tal maniera fra la neve e la bufera. Chi languiva e chi esclamava, chi ognuno i suoi chiamava, ma le scosse erano spesso e a star lì non fu permesso.

E chi mai credeva questo? Un dolor così funesto. Tutti a piazza di Savoia: non c’è più la nostra Gioia. Si piangeva ad una campagna: i cari figli e la compagna, chi il fratello e chi il padre, chi il marito e chi la madre.

Tutti privi di ricetti, tutti sotto a quei carretti, senza panni e senza pane, tutte quelle carni umane. La dura terra fu il letto, in campagna come ho detto. Né lenzuola né coperta, si tremava ad aria aperta.

Con ferite e con rotture in quelle rigide freddure, con lamenti, gridi e pianti, come anime purganti. Con preghiere e penitenze in quelle dure sofferenze, ognun sperava da lontano qualche aiuto paesano.

E nel mentre si soffriva, un automobile si sentiva. Tutti andammo per vedere: fu quel grande Cavaliere. Voce sparsa interamente in quella sbalordita gente, ognun correva ad incontrarlo con rispetto a salutarlo.

Ma nel vederci in quello stato, ne restò rammaricato. Con cuor contrito ed occhi bagnati, fu D. Nicola Incarnati. Partì da Roma con violenza, fra la neve in sofferenza, per veder gli estremi punti se eran salvi i suoi congiunti.

Figuratevi il dolore di quel gran benefattore: in mezzo a tanti pianti amari andava in cerca dei suoi cari. Ma per suo crudel destino non trovò sol che un cugino; la zia, lo zio, sorelle e madre volarono in ciel dal suo buon padre.

Ma con tutto quel dolore fu per noi benefattore: quanti pani e quanti panni procurò ai nostri danni. In quelle pessime giornate, notti e giorni alle viaggiate, dormiva come un miserabile al sedín dell’automobile.

Non dimentichiamo mai di quel ben che fu assai. Siamo sempre affezionati a D. Nicola Incarnati. Ci fu pure assai cortese per il povero Gioiese. Partir volle da lontano il gran professor Romano.

Con supplenti a sé vicino, il professor Alessandrino in quei tempi di freddure venne ad offrir medicature. Parimenti quei signori, i fratelli di casa Jori, al colmo inverno in sofferenze per le sue beneficenze.

Visitavano uno per uno chi era ignudo e chi digiuno. Portarono tutta provvigione per rivestire le persone: le mutande e le calzette, le camicie e le magliette, pantaloni, giacche e pastrani, tutt’offerta dei Foggiani.

Della pasta, riso e pane ci fornivano a settimane. Furono proprio di affezione per la sua popolazione. Fece pure quel signore, fu l’Illustrissimo Dottore Guglielmo Mascitelli.

Con la testa fracassata andava sempre di scappata a soccorrere medicazione alle superstiti persone. Qual martirio più di quello del notaio a quel flagello! Esclamava fortemente fra le scosse continuamente.

E i dolori che passava, mentre un muto lo scavava, non guardava al suo segnale e seguitava a fargli male. Appena uscito all’aria aperta, si accampò con una coperta al cancel della sua villina, lui e D. Concettina.

A dormire alla leggera, il notaio e la mogliera, in quelle rigide freddezze, quelle carni non avvezze. E pur si chiamavano fortunati in mezzo a tanti disgraziati: hanno il mondo riveduto per bontà di un sordo muto.

Il coraggio dei soldati, appena furono arrivati, tutti pronti a quei trasporti con carretti i nostri morti. Quanti sfregi a quei defunti nel passare all’altro mondo! Si buttavano a tutta gara, senza preti e senza bara.

Chi rammenta questo fatto resta sbalordito e matto: di persuadersi è impossibile, perché è troppo indigeribile. Credevamo in quei momenti che eravamo tutti pezzenti, ma ci furono dei campioni che si fecero le posizioni.

Pannamenti di valori e coperte di colori, di ogni sorta lana e seta e le somme di moneta. Volle Iddio col suo potere darci questo dispiacere: di flagellare i buoni padri e salvar malvagi e ladri.

Vi ripeto l’attenzione che vi fò la spiegazione, cominciando dalla piazza: buona gente d’ogni razza. Ognuno era necessario: l’esattore e il segretario, i farmacisti e i caffettieri, i baroni e i cavalieri, i dottori ed avvocati e tant’altri magistrati.

La caserma e la pretura, tutti sotto alla sciagura. Seguitando per Toledo, ciò che dico è quel che vedo. Della posta l’ufficiale ed il distretto forestale, dei Virgili l’ingegnere e quel bravo cancelliere.

Quanta bella gioventù non la rivedremo mai più. Quante tenere bambine, artigiane e contadine, istruite a tante cose dalle suore religiose. Quante donne timorate, giovanette e maritate, si sciupavano in orazione per la santa religione.

Confessioni in settimane e digiuni in quarantane, l’elemosina alle porte per non far la mala morte. Quale morte più spietata, peggio a quella che gli è stata? Quella fu la ricompensa della tanta penitenza.

Quanti artisti e negozianti, pittori e musicanti, locantieri e cantinieri, contadini e carrettieri, i stagnini e cementisti e ciclisti elettricisti. Quanti mastri e capomastri: tutti sotto a quei disastri.

E chi furono salvati? Certi uomini invecchiati e le donne maliziose che fan le finte religiose. Alla messa ed alla chiesa fan peccati a tutta presa, ad intascarsi quel villano, il ritratto siciliano.

Alla strada degli Aratari, i superstiti sono rari. Quanta gente di morale, tutti morti senza male. Dove andò quella bellezza di Donato e di Saltezza? Quanti inni e quanti canti, quanti vespri a tutti i santi!

Quante messe e quanti uffízi e tant’altri sacrifizi, canzoncine e litanie quando andavano per le vie. Contemplavano tutta quanta quella settimana santa notte e giorni con amore alla passione del Signore.

E con tutte le devozioni recitavano le funzioni, le lezioni e profezie e le tre ore d’agonia. E con voci sincere intonavano il Miserere, poi cenavano il rumore alla cena del Signore.

Facevano commuovere le persone a quella bella processione, all’accompagno di Gesù ed ora non esistono più. Similmente fu distinto Angeluccio di Florindo, il cantore dell’Unione, di santuari e processione.

Se vogliamo rammentare, ci starebbe da pensare. Quella lunga fratellanza, vederla più non c’è speranza. Quelle numerose donne che accompagnavano la Madonna, con la musica luttuosa e Stabat Mater dolorosa.

E poi tutte le Signore, la direttrice con le suore e le figlie di Maria. Si soleva piangere in quella via. Non mentiva mai nessuno in quel giorno a star digiuno: si completava la giornata con processione e desolata.

Si faceva poi la Pasqua, ognun col ciambellone in tasca. Si facevano dei bicchieri con parenti e con stranieri e tant’altre belle cose, tutte oneste e religiose, con i figli e le consorti; ed ora sono tutti morti.

Marsicano era lo specchio, quella chiesa a Gioia Vecchio, dove andava ogni fedele, la fratellanza di S. Michele. Appena l’alba del cinque maggio, erano pronti al santo viaggio. Tralasciavano ogni servizio, qualcuno anche il vizio.

Tutti al suono di campana si riunivano alla fontana. Poi con canti e con rosario, s’incamminavano al santuario. E per tre giornate intere, inginocchiati alle preghiere, ascoltavano con amore la parola del Signore.

E con tutte le sofferenze, discipline e penitenze, confessione e comunione per ottener da Dio perdono. Al ritorno in quelle sere era proprio un bel vedere: con le sue candele accese illuminavano il paese.

Ricordata dei trapazzi che si davano quei ragazzi, a tutta fuga in lontananza, ad incontrar la fratellanza. Seguitavano il santuario per la strada del calvario, a fare una visita molto breve alla Madonna della Neve.

Poi con mente persuasa, ognun riandava alla sua casa, dov’erano i figli e le consorti; ed ora sono tutti morti. A quel vico della scuola tutti morti alla tagliola. Fra migliaia di Gioiesi si salvò D. Carlo Alesi.

Ma però si deve dire che fu quasi per morire. Di ferite erano parecchie alle gambe ed alle orecchie. Seguitando alle froscete, come tutti ben sapete, quella numerosa gente morta tutta interamente.

Quanti buoni agricoltori e dell’industria quei pastori, artigiani di tutte sorti, calzolai, barbieri e sarti. Quanti padri americani che da anni erano lontani, non appena erano tornati con moglie e figli flagellati.

Si salvò qualche canaglia, chi consuma e chi travaglia; il vecchio storto ed impotente poco vede e niente sente. A quel vico del calvario tutti in chiesa in quell’orario furono tutti in un secondo trapassati all’altro mondo.

Chi salvò il Dio severo, il macellaio forestiero, il più reprobo del mondo, protestante e vagabondo. Alla via della fontana fu il macello di carne umana: tutti morti all’improvviso, eccettuato Paradiso.

Quante donne contadine lavoravano senza fine alla montagna ed in pianura, morte sotto a quelle mura. Alla strada soprastante, dove ognuno si è fatto grande, alle robe ed ai contanti furono eredi a tutti quanti.

Con le accette e con picconi, alle casse ed ai stiponi, fu come un grido di Savoia quando cadde la nostra Gioia. Furono anche riavuti tutti e cinque i sordi muti e l’acerbo melo amaro: quella matta di Gennaro.

In sostanza ed in conclusione, fate bene l’osservazione: fu salvato interamente il malvagio e il negligente, protestanti e prepotenti ed ogni sorte di mal viventi.

E i superstiti di morale, perduta gente e capitale. Fu salvata a quel flagello la famiglia di Gabriello: al più sgarbo di montagna, salvi i figli e la campagna.

Dove sono quei fratelli, tutti sotto a quei flagelli? Dove son le timorate fra le pietre ammassacrate? Dove sono quei signori, avvocati e dottori, e signori e signorine, tutti sotto alle rovine?

Dove sono gli innocenti, infantili e nascenti, senza macchia e senza colpa, frantumati ossa e polpa? Ho dovuto spiegar tutto per sfogarmi a questo lutto e lasciare la storia dei flagelli ai nascenti confratelli.

Metto termine, miei cari, a questi lunghi pianti amari e chi si offende alla presente, si dichiara che è fallente. Conservate questa storia, che sarà eterna memoria e frattanto il mondo dura, ci ricorda la sventura.

Di detta storia l’inventore è stato, non sol terremotato, anche incendiato. La moglie, cinque figli e quanto aveva: considerasse ognun come piangeva.

La sua balzata fu a terzo piano e pronto si trovò un paesano, e fu Filippo Incarnati, il vicinato, che lo salvò a non essere incendiato. Con mezza giacca lui fu restato, che fu da certi travi contrastato.

E senza scarpe e tutto scappellato, piangeva come il primo disperato. Viveva in una buona condizione con la famiglia in gran consolazione. Si sprofondò il mondo in un istante e lo ridusse ad una miseria grande.

Aveva ogni sorte d’animali: vaccine, mule ed i grandi maiali. Si firma Aureli Angelo fu Biagio, senza nessun sussidio e né suffragio. Le sue domande, fatte ad ogni parte, respinte gli son state le sue carte.

Ogni paese è stato sussidiato ed il Gioiese è stato abbandonato. Fu sussidiata qualche vedovaccia e certe concubine di mala faccia. L’agricoltore che regge tutto il regno di un sussidio non è stato degno.

L’Aureli è stato sempre agricoltore e sempre ha lavorato a gran sudore. In mezzo alla miseria e alla sventura, lui deve seguitar l’agricoltura. Se ognuno avesse stato di coraggio come l’Aureli Angelo fu Biagio.

Da circa cento coppe e dissodate, con le vaccine che ha r’acquistate. Per la cagion di terremoto e guerra, quasi tutta inculta questa terra. Perciò i prezzi sono esagerati per i terreni che stanno abbandonati.

Coraggio, lui vi dice miei Gioiesi, che dalla terra vengono gli tornesi. L’Aureli ad ogni costo ve lo giura: che la megl’arte è a far l’agricoltura. Ne chiede scusa a tutti, miei Signori, se numerosi sono i suoi errori.

Si arrancia un pochettino, non c’è male, ma lo studio suo non fu grammaticale. Conchiude il suo dir novellamente che troppo ci starebbe alla sua mente. Saluta tutti con la sua memoria distintamente chi legge la storia.

Riferimento autore: Angelo Aureli.

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