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Le Chiese Nel Comune Di Gioia Dei Marsi.. La Storia

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Scopri nelle Visite Pastorali la straordinaria eredità sacra della Marsica, dalle criticità del 1638 alla resilienza post-terremoto del 1915.

Le Visite Pastorali, conservate nell’Archivio della Curia Vescovile di Avezzano, forniscono preziose informazioni sulle chiese di Gioia dei Marsi. La prima risale al 1638, quando il vescovo Mons. Lorenzo Massimi menzionò la chiesa parrocchiale di S. Maria Nuova, con l’arciprete don Andrea Tomassitto Incarnati, insieme ad altre chiese del paese, come quella di S. Nicola e la « rurale » di S. Sebastiano.

La relazione del suo successore, il vescovo Didaco Petra, offre dettagli significativi sulla chiesa di S. Maria Nuova, annotando necessità di restauro per vari altari. Questi includono l’altare maggiore dedicato al SS. Sacramento, S. Giacomo Apostolo e altri. Mons. Petra visitò anche la chiesa di S. Nicola, notando la presenza di una cripta. Con il passare dei secoli, le Visite Pastorali si susseguirono, con molti vescovi che riportarono situazioni simili, ma con l’emergere di nuove chiese come quella di S. Michele Arcangelo nel 1838 e l’altare di S. Vincenzo Martire nel 1872.

Particolarmente interessanti sono i cambiamenti riguardanti Manaforno, inizialmente ignorata dai vescovi, il cui nome cominciò a comparire nel secolo XVIII. Nella Visita del 1838, Mons. Giuseppe Segna menzionò la chiesa di S. Michele Arcangelo, e la chiesetta della Madonna della Neve, che nel 1839 si trovava già in Manaforno.

Una nota del 1831 del Consiglio Comunale di Gioia illustrò le necessità di costruire una nuova chiesa, richiamando l’attenzione sul fervore religioso della comunità. Tuttavia, eventi catastrofici come il terremoto del 1915 distrussero gran parte del centro abitato e delle sue chiese, segnando una tragedia per la popolazione di Gioia, che contò circa 2.000 morti. Le successive ricostruzioni, tra gli anni ’20 e ’70, non restituirono mai completamente il patrimonio culturale e spirituale andato perduto.

In conclusione, leggere le cronache storiche consente di catturare l’essenza di un passato ricco, così profondamente legato alle storie e alle architetture di un territorio come quello della Marsica, dove chiese e tradizioni raccontano la resilienza di una comunità.

Riferimento autore: Prof. Angelo Melchiorre.

Le fonti più ricche di informazioni sulle chiese di Gioia dei Marsi sono le « Visite Pastorali », conservate nell’Archivio della Curia Vescovile di Avezzano. La più antica è quella scritta nel 1638 dal vescovo Mons. Lorenzo Massimi. In questo documento si parla della chiesa parrocchiale di S. Maria Nuova, il cui arciprete era don Andrea Tomassitto Incarnati. Viene inoltre menzionata la « massa comune » a cui partecipavano tutti i preti di quella chiesa. Accanto alla chiesa parrocchiale, il Vescovo Massimi annota la presenza di altre due chiese a Gioia: quella di S. Nicola e quella « rurale » di S. Sebastiano.

More richiedente di dettagli è la relazione del successore, il vescovo Didaco Petra, che visitò Gioia dal 13 al 17 settembre 1676, controllando tutte le chiese e gli altari del paese. Nella chiesa di S. Maria Nuova, egli annotò le condizioni degli altari, identificando quello maggiore, dedicato al SS. Sacramento e alla Visitazione della B.ma Vergine, e proseguendo con l’elenco degli altri altari dedicati a S. Giacomo Apostolo, SS. Trinità e molti altri, inclusa una particolare menzione a quello dell’Annunciazione, dove erano custodite le reliquie dei santi portate a Gioia nel 1610.

Le altre chiese visitate da Mons. Petra includevano quella di S. Nicola, dotata di una cripta con altare dedicato a S. Maria Vergine ad Nives, e le chiesette rurali di S. Antonio, S. Sebastiano, S. Marco e infine la chiesetta di S. Lucia di Macrano, che inizialmente doveva essere dedicata a S. Lucio di Macrano.

Le prime due « Visite Pastorali » furono seguite, nei secoli XVIII e XIX, da numerosi altri vescovi, tra cui Mons. Francesco Bernardino Corradini, Mons. Muzio De Vecchiis, e Mons. Giacinto Dragonetti. Tutti i vescovi riportarono informazioni simili a quelle dei precedenti. Tuttavia, alcune novità venivano annotati nel corso degli anni.

Nel 1815, per la prima volta si registra Manaforno nelle « Visite Pastorali ». La chiesa di S. Michele Arcangelo viene citata per la prima volta nella relazione del vescovo Giuseppe Segna nel 1838. Mons. Federico De Giacomo menzionò l’altare di S. Vincenzo Martire nel 1872, evidenziando la presenza del corpo del santo. Nel 1886, Mons. Errigo De Domínicis visitò S. Maria Nuova e si recò a Manaforno, dove si trovava la chiesa di S. Maria ad Nives, temporaneamente adattata a parrocchiale.

Queste notizie, sebbene frammentarie, ci permettono di riflettere su alcuni aspetti storici interessanti. Fino agli ultimi anni del Settecento, i vescovi dei Marsi non si recavano mai a Manaforno, considerando Gioia come l’unica sede ufficialmente riconosciuta della parrocchia. Solo nei primi anni del secolo successivo inizia a comparire il nome di Manaforno. Nella visita del 1732, Mons. Giuseppe Barone fa un accenno al nome « S. Angelo in Manaforno » in un documento, che tuttavia rimane sporadico fino alle Visite del XIX secolo.

Il secondo elemento di interesse risiede nella chiesa della Madonna della Neve. Le relazioni del XVII e XVIII secolo parlano di un semplice altare dedicato alla Madonna, ora S. Maria ad Nives, che nel 1839 era una chiesa a sé stante, situata in Gioia Nuova, ovvero a Manaforno. La fondazione di questa chiesa è documentata in una relazione del 1858 del reverendo don Luigi Fazii, oltre a un incartamento manoscritto conservato nell’archivio diocesano.

Un altro momento significativo riguarda l’altare di S. Vincenzo Martire, la cui presenza è documentata dai vescovi solo dopo il 1757, ma di ciò si parlerà più dettagliatamente in un paragrafo successivo. Piccoli dettagli possono emergere dalla lettura dei manoscritti conservati, come nel 1680, quando il vescovo Corradini menziona un « Hospedale » annesso alla chiesa di S. Nicola.

Nel 1744, Mons. Brizi ha parlato della necessità di allargare la chiesa di S. Maria Nuova, che stava diventando insufficiente a contenere i fedeli. La chiesetta di S. Maria della Neve, già ampiamente citata, era in funzione nel 1839, come testimoniato dal vescovo Segna. Nel contesto, anche i « processi matrimoniali » degli anni 1879 descrivono la chiesa di S. Michele Arcangelo come l’unica « chiesa parrocchiale » del paese.

Il resto, purtroppo, è parte della storia moderna. Nel 1915, il terremoto della Marsica devastò la popolazione di Gioia, causando circa 2000 morti e riducendo le chiese e le case a macerie. Dalla 1920 alla 1930, avvenne la ricostruzione della chiesa di Gioia Nuovo, seguita dalla ricostruzione della chiesa di S. Maria Nuova in Gioia Vecchio negli anni 1950-1970.

Ciò che è stato perduto a causa di catastrofi e incuria non è più riparabile. Non rimane che leggere o rileggere cronache storiche, come quella dell’Agostinone, per rivivere ciò che oggi non esiste più. La chiesa maggiore, che dominava il paese con il suo campanile, ricordava l’impronta del XIII secolo, con decorazioni sobrie e affreschi che testimoniavano stili diversi e il passare del tempo, creando un’armoniosa miscellanea di epoche e stili che raccontano una lunga storia.

Riferimento autore: Prof. Angelo Melchiorre.

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Le fonti più ricche di informazioni sulle chiese di Gioia dei Marsi sono le « Visite Pastorali », conservate nell’Archivio della Curia Vescovile di Avezzano. La più antica è quella scritta nel 1638 dal vescovo Mons. Lorenzo Massimi. In questo documento si parla della chiesa parrocchiale di S. Maria Nuova, il cui arciprete era don Andrea Tomassitto Incarnati. Viene inoltre menzionata la « massa comune » a cui partecipavano tutti i preti di quella chiesa. Accanto alla chiesa parrocchiale, il Vescovo Massimi annota la presenza di altre due chiese a Gioia: quella di S. Nicola e quella « rurale » di S. Sebastiano.

More richiedente di dettagli è la relazione del successore, il vescovo Didaco Petra, che visitò Gioia dal 13 al 17 settembre 1676, controllando tutte le chiese e gli altari del paese. Nella chiesa di S. Maria Nuova, egli annotò le condizioni degli altari, identificando quello maggiore, dedicato al SS. Sacramento e alla Visitazione della B.ma Vergine, e proseguendo con l’elenco degli altri altari dedicati a S. Giacomo Apostolo, SS. Trinità e molti altri, inclusa una particolare menzione a quello dell’Annunciazione, dove erano custodite le reliquie dei santi portate a Gioia nel 1610.

Le altre chiese visitate da Mons. Petra includevano quella di S. Nicola, dotata di una cripta con altare dedicato a S. Maria Vergine ad Nives, e le chiesette rurali di S. Antonio, S. Sebastiano, S. Marco e infine la chiesetta di S. Lucia di Macrano, che inizialmente doveva essere dedicata a S. Lucio di Macrano.

Le prime due « Visite Pastorali » furono seguite, nei secoli XVIII e XIX, da numerosi altri vescovi, tra cui Mons. Francesco Bernardino Corradini, Mons. Muzio De Vecchiis, e Mons. Giacinto Dragonetti. Tutti i vescovi riportarono informazioni simili a quelle dei precedenti. Tuttavia, alcune novità venivano annotati nel corso degli anni.

Nel 1815, per la prima volta si registra Manaforno nelle « Visite Pastorali ». La chiesa di S. Michele Arcangelo viene citata per la prima volta nella relazione del vescovo Giuseppe Segna nel 1838. Mons. Federico De Giacomo menzionò l’altare di S. Vincenzo Martire nel 1872, evidenziando la presenza del corpo del santo. Nel 1886, Mons. Errigo De Domínicis visitò S. Maria Nuova e si recò a Manaforno, dove si trovava la chiesa di S. Maria ad Nives, temporaneamente adattata a parrocchiale.

Queste notizie, sebbene frammentarie, ci permettono di riflettere su alcuni aspetti storici interessanti. Fino agli ultimi anni del Settecento, i vescovi dei Marsi non si recavano mai a Manaforno, considerando Gioia come l’unica sede ufficialmente riconosciuta della parrocchia. Solo nei primi anni del secolo successivo inizia a comparire il nome di Manaforno. Nella visita del 1732, Mons. Giuseppe Barone fa un accenno al nome « S. Angelo in Manaforno » in un documento, che tuttavia rimane sporadico fino alle Visite del XIX secolo.

Il secondo elemento di interesse risiede nella chiesa della Madonna della Neve. Le relazioni del XVII e XVIII secolo parlano di un semplice altare dedicato alla Madonna, ora S. Maria ad Nives, che nel 1839 era una chiesa a sé stante, situata in Gioia Nuova, ovvero a Manaforno. La fondazione di questa chiesa è documentata in una relazione del 1858 del reverendo don Luigi Fazii, oltre a un incartamento manoscritto conservato nell’archivio diocesano.

Un altro momento significativo riguarda l’altare di S. Vincenzo Martire, la cui presenza è documentata dai vescovi solo dopo il 1757, ma di ciò si parlerà più dettagliatamente in un paragrafo successivo. Piccoli dettagli possono emergere dalla lettura dei manoscritti conservati, come nel 1680, quando il vescovo Corradini menziona un « Hospedale » annesso alla chiesa di S. Nicola.

Nel 1744, Mons. Brizi ha parlato della necessità di allargare la chiesa di S. Maria Nuova, che stava diventando insufficiente a contenere i fedeli. La chiesetta di S. Maria della Neve, già ampiamente citata, era in funzione nel 1839, come testimoniato dal vescovo Segna. Nel contesto, anche i « processi matrimoniali » degli anni 1879 descrivono la chiesa di S. Michele Arcangelo come l’unica « chiesa parrocchiale » del paese.

Il resto, purtroppo, è parte della storia moderna. Nel 1915, il terremoto della Marsica devastò la popolazione di Gioia, causando circa 2000 morti e riducendo le chiese e le case a macerie. Dalla 1920 alla 1930, avvenne la ricostruzione della chiesa di Gioia Nuovo, seguita dalla ricostruzione della chiesa di S. Maria Nuova in Gioia Vecchio negli anni 1950-1970.

Ciò che è stato perduto a causa di catastrofi e incuria non è più riparabile. Non rimane che leggere o rileggere cronache storiche, come quella dell’Agostinone, per rivivere ciò che oggi non esiste più. La chiesa maggiore, che dominava il paese con il suo campanile, ricordava l’impronta del XIII secolo, con decorazioni sobrie e affreschi che testimoniavano stili diversi e il passare del tempo, creando un’armoniosa miscellanea di epoche e stili che raccontano una lunga storia.

Riferimento autore: Prof. Angelo Melchiorre.

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