Il periodo romano vede una Marsica in grande splendore, come dimostrano i ruderi di Marruvio, di Alba Fucente, di Angizia e di altri centri minori, che beneficiano dei vantaggi del parziale prosciugamento del lago Fùcino ai tempi di Claudio e di Adriano, nonché dell’attiva militanza dei guerrieri marsi nelle legioni dell’Impero. Con il medioevo, e con la precoce conversione al Cristianesimo, sorgono tante piccole chiese, delle quali vi è traccia nella Bolla di Papa Clemente III del 1188. Tra queste, Santa Maria in Juge, San Nicola di Temple, Santa Maria in Campo Mizzo, San Nicola e Santa Maria in Sperone, San Quintino e San Cristoforo in Vico e altre nel territorio di Aschi.
In quei tempi lontani, emergono anche personaggi particolari come il monaco Equizio, caro a Gregorio Magno, che lo cita come esempio nei suoi scritti. Equizio, vissuto nel VI secolo, girava per monti, campagne e villaggi, scalzo e in poverissime vesti, diffondendo il credo religioso, quasi precursore di San Francesco. Sempre dalla zona, che all’epoca si denominava Valeria, proveniva la celebre Santa Sabina, alla quale sono dedicate la splendida chiesa romanica dell’Aventino a Roma, oltre all’antica cattedrale dei Marsi a San Benedetto (un tempo Marruvio e poi Valeria).
Era originario di quelle terre, prossime a Gioia dei Marsi, anche Papa Bonifacio IV, divenuto Pontefice nel 608 d.C., che rinsaldò i legami con la Chiesa inglese e trasformò il Pantheon in un edificio religioso per donazione dell’Imperatore Bizantino Foca.
Vennero poi i dominatori Longobardi, che crearono la gastaldia di Marsia, e i Franchi, che posero il confine meridionale dell’Impero carolingio proprio a ridosso di Gioia Vecchio. A loro si deve l’istituzione della famosa ed estesissima Contea dei Berardi, la cui sede primitiva fu probabilmente proprio Marsia (ex Marruvio e oggi San Benedetto), allora sede vescovile. La Rocca di Gioia dei Marsi risale all’XI secolo, quando, dopo le invasioni degli Ungari e dei Saraceni che devastarono la regione, si sentì l’assoluta necessità di abbandonare i borghi, i casali e i villaggi indifesi e accettare la protezione feudale nei castelli, tornando, in un certo modo, alle usanze degli antichi marsi.
Sorsero così tantissimi manieri, di cui è testimonianza nel “Catalogus baronum“, redatto tra il 1150 e il 1160 per conto dei sovrani normanni del nuovo regno di Sicilia (e poi di Napoli) in previsione della seconda Crociata. Risulta che il feudo di Gioia potesse fornire all’armata due militi a cavallo corrispondenti a una popolazione di circa 200 abitanti.
I castelli della zona di Gioia Vecchia, tra cui Castuli, Joe (Gioia), Sparnasium (Sperone), Bisegna e Temple, erano feudo dei fratelli Simone e Crescenzo Capistrelli, che dominavano il settore tra il lago Fùcino e la valle Roveto, essendo anche signori di Capistrello e paesi vicini. Solo i castelli di Venere, Aschi e Vico, vicini al lago Fùcino e oggi parzialmente inclusi nel comune di Gioia, gravitavano direttamente nell’ambito del potente Raynaldo Conte di Cèlano.
In epoca medievale, come già ai tempi degli antichi marsi, vi era un’unità di assetto territoriale e un costante collegamento tra la parte montana dell’attuale Gioia dei Marsi e la valle del Liri. Dove fosse il transito tra i monti andrebbe verificato sul posto, dato che oggi non esiste una strada carrabile. Tuttavia, i tracciati percorribili a cavallo o a dorso di mulo certo passavano sopra quel complesso montano, che nel tempo ha cambiato vari nomi (Carbonajo; Labrone, Pietrascritta).
Nella mappa stilata dal De Rivellas nel 1735, si può intravedere un percorso (passo della Trivella?) verso Collelongo, Civita d’Antino, mentre un’altra strada appare più in alto (passo della Fontecchia?) verso Vallelonga e la valle del Liri. Quando nel XIX secolo fu creata la circoscrizione elettorale di Pescina, tale circoscrizione comprendeva anche Civitella Roveto, il che implica doveva esserci una connessione strutturale e logistica con la Marsica orientale, da approfondire nelle sue logiche economiche e commerciali.
Al tempo dei Franchi e dei successivi dominatori normanni, svevi e angioini, tutta l’organizzazione sociale era basata sui feudi; accanto a questi, però, sorsero gradualmente organismi locali di tipo comunale come le “Università“, rette da uno o due Sindaci, un Eletto e dieci Decurioni, espressione della comunità locale. Che cosa accadeva a Gioia dei Marsi in questo contesto? Non sappiamo molto degli ordinamenti comunali, in quanto sono introvabili i documenti sulle prime origini dell’Universitas di Gioia, che risulta comunque già costituita nel XV secolo.
Quanto ai feudatari, manca una serie continua di nomi; però, nel 1334, Gioia non era dominio dei conti di Cèlano, come generalmente si ritiene, ma di un autonomo feudatario, Tommaso di S. Giorgio, che cedette il feudo di Gioia per 2000 ducati d’oro al Monastero di S. Maria della Vittoria di Scurcola, con autorizzazione del re di Napoli Roberto d’Angià.
Questo atto pubblico risulta registrato il 20 agosto 1334 dal notaio Ricciardo Petri di Napoli, e la copia fedele è stata eseguita dallo storico abruzzese Ludovico Antinori del XVIII secolo. La descrizione del feudo comprendeva monti, terreni, case e beni feudali e non feudali, per un prezzo di duemila ducati d’oro. Nel 1429 l’abate del Monastero della Vittoria, Antonio de Cellis, che si intitolò tale per la grazia di Dio e della sede apostolica, fu richiesto dalla Università del Castello di Gioia a confidare l’istrumento di acquisto fatto nel 1334 per indagare la verità nella lite di confini con il castello di Bisegna.
Pendente la lite davanti ad Andrea di Cassia, Vicario della Contea di Cèlano, si aderì all’accordo di redigere un riassunto in pubblica forma. Da quel momento, Gioia non era più nel dominio del Monastero, ma divenne membro della Contea di Cèlano. Non è certo quanto tempo fu posseduto dal Monastero dopo l’acquisto del 1334. Febonio scrivendo che, per beneplacito di Carlo II, Leonello Accloccianmuro Conte di Cèlano, comperò Gioia, errà due volte, poiché il Monastero acquistò Gioia quattro anni dopo il 1330.
La reggenza del Regno di Napoli da parte di Nicolà Spinelli, conte di Gioia, è documentata dallo storico Edmond Labande. I conti Spinelli potrebbero aver realizzato la chiesa cosiddetta gotica di Gioia Vecchio, oggi scomparsa, particolarmente raffinata e fortificata, descritta nel libro “Altipiani d’Abruzzo” di Emidio Agostinone. In esso si annota la data di costruzione della chiesa (1369), scolpita sul campanile che un tempo era una magnifica testimonianza dell’arte gotica.
Questo monumento è segno della bellezza e dell’importanza storica di Gioia dei Marsi, a testimonianza di come l’architettura gotica si affermava, mentre forme romaniche predominavano nel resto della valle del Fùcino. I conti Spinelli potrebbero anche aver attivato l’attività pastorizia dei gioiesi verso i pascoli pugliesi, visto che erano oriundi di Giovinazzo in Puglia. Questa attività pastorale divenne così rilevante da portare alcune famiglie di “locati” gioiesi a essere protagonisti dell’economia e dell’evoluzione civile della Capitanata foggiana.
Il feudo o contea fu, infine, donato da Re Ferrante d’Aragona ai Duchi Piccolomini nella seconda metà del XV secolo, ma questa è ormai storia dell’evo moderno e spetta ad altri raccontarla.
Riferimento autore: Gioia dei Marsi ieri e oggi (Testi a cura di Sergio Aramini).