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Storia Delle Chiese

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Scopri la storia sacra e le trasformazioni di Gioia dei Marsi attraverso le visite pastorali, custodi di antichi segreti e testimonianze di resilienza.

Le fonti più ricche di informazioni sulle chiese di Gioia dei Marsi si trovano nelle « Visite Pastorali », custodite nell’Archivio della Curia Vescovile di Avezzano. La visita più antica, risalente al 1638, è del vescovo Lorenzo Massimi, che menziona la chiesa parrocchiale di S. Maria Nuova, guidata dal don Andrea Tomassitto Incarnati, e due altre chiese: quella di S. Nicola e la rurale di S. Sebastiano. La visita del successore, il vescovo Didaco Petra, avvenuta dal 13 al 17 settembre 1676, fornisce una dettagliata descrizione degli altari di S. Maria Nuova, elencando altari dedicati a figure come S. Antonio Abate e S. Rocco, nonché le reliquie dei santi portate nel 1610.

Successivamente, nel corso dei secoli XVIII e XIX, si susseguono numerose visite dei vescovi, che confermano le annotazioni dei loro predecessori con alcune novità. Tra queste, nel 1815, per la prima volta si cita Manaforno, e nel 1838 appare la chiesa di S. Michele Arcangelo nella relazione del vescovo Giuseppe Segna. Nel 1872, il vescovo Federico De Giacomo menziona l’altare di S. Vincenzo Martire, il cui corpo era conservato nella chiesa matrice di S. Maria Nuova, e nel 1886 Mons. Errigo De Domínicis visita S. Maria ad Nives, già adattata a parrocchiale.

Inoltre, durante il secolo XIX, si evidenzia la fondazione della chiesa di S. Maria ad Nives, che si trova ora in Manaforno, in seguito alla richiesta dei cittadini di Gioia. Nel 1839, il vescovo Segna conferma lo stato della chiesa e le necessità di completamento. Le visite pastorali rivelano anche una crescente attenzione all’altare di S. Vincenzo Martire, citato solo dopo il 1757 e legato alla storicità di Gioia e della Marsica.

Il terremoto del 1915 cambiò drammaticamente il volto di Gioia, uccidendo due terzi della popolazione e riducendo in macerie le chiese e le case. Seguirono anni di ricostruzione, tra cui i lavori nella chiesa di Gioia Nuovo e la ristrutturazione di S. Maria Nuova. Ancora oggi, le testimonianze scritte e le cronache storiche ci aiutano a mantenere vivo il ricordo di ciò che è andato perso e a riflettere sulla ricchezza culturale di questa terra.

Riferimento autore: “Breve viaggio a Gioia Di Marsi e dintorni” (Testi a cura del Prof. Angelo Melchiorre).

Le fonti più ricche di informazioni, per quel che riguarda le chiese di Gioia dei Marsi, sono le « Visite Pastorali », conservate nell’Archivio della Curia Vescovile di Avezzano. La più antica è quella scritta nel 1638 dal vescovo Mons. Lorenzo Massimi. Vi si parla della chiesa parrocchiale di S. Maria Nuova, della quale in quell’anno era arciprete don Andrea Tomassitto Incarnati, e della « massa comune » alla quale partecipavano tutti i preti di quella chiesa, che era ricettizia. Accanto alla « parrocchiale », il Vescovo Massimi ricorda anche le altre due chiese di Gioia: quella di S. Nicola e quella « rurale » di S. Sebastiano.

Più ricca di notizie è la relazione del successore, il vescovo Didaco Petra, il quale visitò Gioia dal 13 al 17 settembre 1676, controllando accuratamente tutte le chiese e tutti gli altari del paese. Nella chiesa di S. Maria Nuova egli annotò ciò che andava bene e ciò che aveva bisogno di sistemazione o restauro. Da lui conosciamo uno per uno tutti gli altari di quella chiesa: da quello maggiore, dedicato al SS. Sacramento e alla Visitazione della B.ma Vergine, una cui venerata immagine si trovava sopra l’altare stesso, a quello di S. Giacomo Apostolo, fino a quelli della SS. Trinità, di S. Antonio Abate, di S. Rocco, del SS. Rosario, di S. Antonio di Padova, dello Spirito Santo e dell’Annunciazione. Quest’ultimo altare custodiva le reliquie dei Santi, portate in Gioia nel 1610.

Le altre chiese visitate da Mons. Petra erano quella di S. Nicola, nella quale si trovava una cripta con altare dedicato a S. Maria Vergine ad Nives, le tre chiesette rurali di S. Antonio, di S. Sebastiano, di S. Marco, e infine, la chiesetta di S. Lucia di Macrano, la quale inizialmente doveva essere di S. Lucio di Macrano.

A queste due prime « Visite Pastorali » seguono via via, nei secoli XVIII e XIX, numerose altre, documentate dai Vescovi Mons. Francesco Bernardino Corradini, Mons. Muzio De Vecchiis, Mons. Giacinto Dragonetti, Mons. Giuseppe Barone, Mons. Domenico Antonio Brizi, Mons. Giuseppe Bolognese, Mons. Gio. Camillo Rossi, Mons. Giuseppe Segna, Mons. Federico De Giacomo, Mons. Errigo De Domínícis e Mons. Francesco Giacci. Tutti i vescovi ripetono, più o meno, quanto scritto dai predecessori. Tuttavia, nel corso dei decenni si verifica qualche novità, che viene puntualmente annotata.

Nel 1815, per la prima volta in una « Visita Pastorale », si parla di Manaforno; la chiesa di S. Michele Arcangelo viene citata per la prima volta nella « relazione » del vescovo Giuseppe Segna nel 1838. Mons. Federico De Giacomo è il primo, nell’anno 1872, a parlare dell’altare di S. Vincenzo Martire, altare « nel quale riposa il suo corpo ». Nel 1886, Mons. Errígo De Domínicis, dopo aver rapidamente visitato la chiesa di S. Maria Nuova, scende a Manaforno e si insedia nella chiesa di S. Maria ad Nives, provvisoriamente adattata a parrocchiale, essendo quella di S. Michele Arcangelo chiusa per lavori di restauro.

Tali notizie, anche se frammentarie, consentono di riflettere su alcuni elementi piuttosto interessanti. Fino agli ultimi anni del Settecento, i Vescovi dei Marsi non si recavano mai a Manaforno, essendo Gioia l’unica sede ufficialmente riconosciuta della Parrocchia. Solo verso i primi anni del secolo successivo comincia ad apparire il nome di Manaforno. La prima citazione è quella di S. Angelo in Manaforno, che si legge nella « Visita » di Mons. Giuseppe Barone nel 1732, ma è un cenno fugacissimo, che non torna se non nelle Visite Pastorali dell’Ottocento. Della chiesa di S. Michele Arcangelo in Manaforno parla diffusamente il vescovo Segna nella relazione del 1838, in cui annota le sue osservazioni sulle chiese della « Villa di Gioia, vulgo Manaforno »: ossia, S. Michele Arcangelo, S. Maria ad Nives « extra Terram », e la chiesetta rurale di S. Lucia.

Il secondo elemento degno di interesse è rappresentato proprio dalla chiesa della Madonna della Neve. Dalle relazioni dei secoli XVII e XVIII sapevamo che alla Madonna della Neve, in Gioia, era dedicato un semplice altare costruito nella cripta della chiesa di S. Nicola. Adesso, invece, e siamo nell’anno 1839, S. Maria ad Nives è una chiesa vera e propria, che si trova non più nel vecchio paese di Gioia, bensì in Gioia Nuova, ossia in Manaforno. Della fondazione di questa chiesa esiste non solo una relazione scritta qualche anno dopo (1858) dal reverendo don Luigi Fazii, ma anche tutto un incartamento manoscritto, conservato nell’archivio diocesano dei Marsi, comprendente richieste avanzate dai cittadini di Gioia per ottenere l’autorizzazione a costruire una nuova chiesa.

È interessante notare che nel 1831, il Decurionato di Gioia, riunitosi in considerazione dell’opportunità di costruire una nuova chiesa, risolse all’unanimità di richiedere al Vescovo e al Ministro degli Affari Ecclesiastici la realizzazione del progetto. Affermarono la necessità di una chiesa capace di accogliere almeno tremila anime, essendo già duemila gli abitanti e le previsioni di continuo aumento. La spesa prevista per la nuova chiesa ammontava a quindici mila docati, con un contributo di due mila docati provenienti dalle offerte dei cittadini.

Il terzo elemento di novità nelle « Visite Pastorali » è rappresentato dall’altare di S. Vincenzo Martire, il cui corpo era conservato nella chiesa matrice di S. Maria Nuova. Tale altare viene indicato dai Vescovi solo dopo il 1757. Altre piccole informazioni si possono ricavare dalla lettura dei manoscritti conservati nell’Archivio Diocesano. Nel 1680 il Vescovo Corradini parla di un « Hospedale » annesso alla chiesa di S. Nicola; il cimitero viene ricordato nel 1706. Ancora Mons. Corradini, nel 1692, parla di una chiesetta di S. Maria, già profanata e quindi mantenuta nelle sue strutture solo come « rifugio dei viandanti ».

Nel 1744, Mons. Brizi leggerà in chiesa una « risoluzione », evidenziando la necessità di allargare la chiesa di S. Maria Nuova per soddisfare la crescente affluenza di fedeli. Per quanto riguarda la chiesetta di S. Maria della Neve, essa era probabilmente in funzione nel 1839, se il vescovo Segna poteva scrivere che bisognava solo rivestire le pareti, mentre il resto era già in ordine.

Infine, l’ultima indicazione è fornitaci dalla serie di « processi matrimoniali » risalenti agli anni 1879 e seguenti, nei quali si parla sempre della chiesa di S. Michele Arcangelo, ormai unica « chiesa parrocchiale » del paese, poiché la popolazione di Gioia si era stabilmente trasferita in Manaforno. Il resto è storia dei nostri giorni: nel 1915, il terremoto della Marsica uccide i due terzi della popolazione di Gioia, riducendo in macerie le case e le chiese. Tra il 1920 e il 1930 avviene la ricostruzione della chiesa di Gioia Nuovo, mentre tra il 1950 e il 1970 si procede alla ricostruzione della chiesa di S. Maria Nuova, in Gioia Vecchio.

Ciò che è stato distrutto dai cataclismi e, talvolta, dall’incuria dell’uomo, non è più riparabile. Non rimane altro che leggere o rileggere qualche vecchia cronaca, come quella dell’Agostinone, che fa rivivere nel ricordo ciò che oggi non esiste più. Basta avvicinarsi alla chiesa maggiore, che domina tutto il paesello, col suo minuscolo campanile, per sentire tutta la nobiltà di quel gruppo di case che circondano il breve largo. Gli affreschi nella navata centrale e sulla cupola, molti compiuti e alcuni semplicemente abbozzati, richiamano la cura settecentesca.

Riferimento autore: “Breve viaggio a Gioia Di Marsi e dintorni” (Testi a cura del Prof. Angelo Melchiorre).

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Le fonti più ricche di informazioni, per quel che riguarda le chiese di Gioia dei Marsi, sono le « Visite Pastorali », conservate nell’Archivio della Curia Vescovile di Avezzano. La più antica è quella scritta nel 1638 dal vescovo Mons. Lorenzo Massimi. Vi si parla della chiesa parrocchiale di S. Maria Nuova, della quale in quell’anno era arciprete don Andrea Tomassitto Incarnati, e della « massa comune » alla quale partecipavano tutti i preti di quella chiesa, che era ricettizia. Accanto alla « parrocchiale », il Vescovo Massimi ricorda anche le altre due chiese di Gioia: quella di S. Nicola e quella « rurale » di S. Sebastiano.

Più ricca di notizie è la relazione del successore, il vescovo Didaco Petra, il quale visitò Gioia dal 13 al 17 settembre 1676, controllando accuratamente tutte le chiese e tutti gli altari del paese. Nella chiesa di S. Maria Nuova egli annotò ciò che andava bene e ciò che aveva bisogno di sistemazione o restauro. Da lui conosciamo uno per uno tutti gli altari di quella chiesa: da quello maggiore, dedicato al SS. Sacramento e alla Visitazione della B.ma Vergine, una cui venerata immagine si trovava sopra l’altare stesso, a quello di S. Giacomo Apostolo, fino a quelli della SS. Trinità, di S. Antonio Abate, di S. Rocco, del SS. Rosario, di S. Antonio di Padova, dello Spirito Santo e dell’Annunciazione. Quest’ultimo altare custodiva le reliquie dei Santi, portate in Gioia nel 1610.

Le altre chiese visitate da Mons. Petra erano quella di S. Nicola, nella quale si trovava una cripta con altare dedicato a S. Maria Vergine ad Nives, le tre chiesette rurali di S. Antonio, di S. Sebastiano, di S. Marco, e infine, la chiesetta di S. Lucia di Macrano, la quale inizialmente doveva essere di S. Lucio di Macrano.

A queste due prime « Visite Pastorali » seguono via via, nei secoli XVIII e XIX, numerose altre, documentate dai Vescovi Mons. Francesco Bernardino Corradini, Mons. Muzio De Vecchiis, Mons. Giacinto Dragonetti, Mons. Giuseppe Barone, Mons. Domenico Antonio Brizi, Mons. Giuseppe Bolognese, Mons. Gio. Camillo Rossi, Mons. Giuseppe Segna, Mons. Federico De Giacomo, Mons. Errigo De Domínícis e Mons. Francesco Giacci. Tutti i vescovi ripetono, più o meno, quanto scritto dai predecessori. Tuttavia, nel corso dei decenni si verifica qualche novità, che viene puntualmente annotata.

Nel 1815, per la prima volta in una « Visita Pastorale », si parla di Manaforno; la chiesa di S. Michele Arcangelo viene citata per la prima volta nella « relazione » del vescovo Giuseppe Segna nel 1838. Mons. Federico De Giacomo è il primo, nell’anno 1872, a parlare dell’altare di S. Vincenzo Martire, altare « nel quale riposa il suo corpo ». Nel 1886, Mons. Errígo De Domínicis, dopo aver rapidamente visitato la chiesa di S. Maria Nuova, scende a Manaforno e si insedia nella chiesa di S. Maria ad Nives, provvisoriamente adattata a parrocchiale, essendo quella di S. Michele Arcangelo chiusa per lavori di restauro.

Tali notizie, anche se frammentarie, consentono di riflettere su alcuni elementi piuttosto interessanti. Fino agli ultimi anni del Settecento, i Vescovi dei Marsi non si recavano mai a Manaforno, essendo Gioia l’unica sede ufficialmente riconosciuta della Parrocchia. Solo verso i primi anni del secolo successivo comincia ad apparire il nome di Manaforno. La prima citazione è quella di S. Angelo in Manaforno, che si legge nella « Visita » di Mons. Giuseppe Barone nel 1732, ma è un cenno fugacissimo, che non torna se non nelle Visite Pastorali dell’Ottocento. Della chiesa di S. Michele Arcangelo in Manaforno parla diffusamente il vescovo Segna nella relazione del 1838, in cui annota le sue osservazioni sulle chiese della « Villa di Gioia, vulgo Manaforno »: ossia, S. Michele Arcangelo, S. Maria ad Nives « extra Terram », e la chiesetta rurale di S. Lucia.

Il secondo elemento degno di interesse è rappresentato proprio dalla chiesa della Madonna della Neve. Dalle relazioni dei secoli XVII e XVIII sapevamo che alla Madonna della Neve, in Gioia, era dedicato un semplice altare costruito nella cripta della chiesa di S. Nicola. Adesso, invece, e siamo nell’anno 1839, S. Maria ad Nives è una chiesa vera e propria, che si trova non più nel vecchio paese di Gioia, bensì in Gioia Nuova, ossia in Manaforno. Della fondazione di questa chiesa esiste non solo una relazione scritta qualche anno dopo (1858) dal reverendo don Luigi Fazii, ma anche tutto un incartamento manoscritto, conservato nell’archivio diocesano dei Marsi, comprendente richieste avanzate dai cittadini di Gioia per ottenere l’autorizzazione a costruire una nuova chiesa.

È interessante notare che nel 1831, il Decurionato di Gioia, riunitosi in considerazione dell’opportunità di costruire una nuova chiesa, risolse all’unanimità di richiedere al Vescovo e al Ministro degli Affari Ecclesiastici la realizzazione del progetto. Affermarono la necessità di una chiesa capace di accogliere almeno tremila anime, essendo già duemila gli abitanti e le previsioni di continuo aumento. La spesa prevista per la nuova chiesa ammontava a quindici mila docati, con un contributo di due mila docati provenienti dalle offerte dei cittadini.

Il terzo elemento di novità nelle « Visite Pastorali » è rappresentato dall’altare di S. Vincenzo Martire, il cui corpo era conservato nella chiesa matrice di S. Maria Nuova. Tale altare viene indicato dai Vescovi solo dopo il 1757. Altre piccole informazioni si possono ricavare dalla lettura dei manoscritti conservati nell’Archivio Diocesano. Nel 1680 il Vescovo Corradini parla di un « Hospedale » annesso alla chiesa di S. Nicola; il cimitero viene ricordato nel 1706. Ancora Mons. Corradini, nel 1692, parla di una chiesetta di S. Maria, già profanata e quindi mantenuta nelle sue strutture solo come « rifugio dei viandanti ».

Nel 1744, Mons. Brizi leggerà in chiesa una « risoluzione », evidenziando la necessità di allargare la chiesa di S. Maria Nuova per soddisfare la crescente affluenza di fedeli. Per quanto riguarda la chiesetta di S. Maria della Neve, essa era probabilmente in funzione nel 1839, se il vescovo Segna poteva scrivere che bisognava solo rivestire le pareti, mentre il resto era già in ordine.

Infine, l’ultima indicazione è fornitaci dalla serie di « processi matrimoniali » risalenti agli anni 1879 e seguenti, nei quali si parla sempre della chiesa di S. Michele Arcangelo, ormai unica « chiesa parrocchiale » del paese, poiché la popolazione di Gioia si era stabilmente trasferita in Manaforno. Il resto è storia dei nostri giorni: nel 1915, il terremoto della Marsica uccide i due terzi della popolazione di Gioia, riducendo in macerie le case e le chiese. Tra il 1920 e il 1930 avviene la ricostruzione della chiesa di Gioia Nuovo, mentre tra il 1950 e il 1970 si procede alla ricostruzione della chiesa di S. Maria Nuova, in Gioia Vecchio.

Ciò che è stato distrutto dai cataclismi e, talvolta, dall’incuria dell’uomo, non è più riparabile. Non rimane altro che leggere o rileggere qualche vecchia cronaca, come quella dell’Agostinone, che fa rivivere nel ricordo ciò che oggi non esiste più. Basta avvicinarsi alla chiesa maggiore, che domina tutto il paesello, col suo minuscolo campanile, per sentire tutta la nobiltà di quel gruppo di case che circondano il breve largo. Gli affreschi nella navata centrale e sulla cupola, molti compiuti e alcuni semplicemente abbozzati, richiamano la cura settecentesca.

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