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Storia Dei Paesi Antichi Di Gioia E Di Tutti Gli Antenati Benefattori

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Gioia di Marsi, crocevia di storia e resilienza: un viaggio nel tempo tra distruzione e rinascita, segnato da figure eroiche e legami indissolubili.

La storia di Gioia si intreccia con le vicende della Marsica, affondando le radici nell’epoca medievale. I primi insediamenti, come Campomizzo, Tempio e Montagnano, risalgono all’anno mille circa, quando gli antenati abitavano queste terre. Tuttavia, eventi catastrofici come incendi e terremoti segnarono profondamente la comunità, costringendo i superstiti a ricostruire e dare vita a nuovi fabbricati nella nuova Gioia.

Nel corso dei secoli, Gioia si sviluppò con una forte identità culturale. Nel 1593, Ríta Jacobbe fondò una Congrega di Carità, segnando l’inizio di un forte legame con la comunità e la Madonna della Neve. Il 1710 rappresentò un importante momento di unione con S. Michele, mentre nel 1794 un devastante incendio rase al suolo gran parte del paese, bruciando anche l’archivio storico.

Nonostante le avversità, gli abitanti di Gioia si dedicarono con impegno alla ricostruzione. D. Giustiniano Incarnati e D. Nicola Alesi furono figure illustrate, rispettate e amate, i cui nomi rimasero legati alla cultura e al diritto. Il 1915 segnò un altro triste capitolo, con il terremoto che distrusse gran parte della Marsica, portando alla morte migliaia di persone, ma anche alle sofferenze causate dalla Grande Guerra e dalla successiva epidemia di spagnola.

Nel corso della sua storia, Gioia è sempre stata un centro di aggregazione, con signori e nobili che viaggiavano da lontano per godere della bellezza del luogo. Tuttavia, l’attuale realtà mostra come le violenze del passato abbiano lasciato segni indelebili: le macerie testimoniano di un passato fiorente, ora in parte dimenticato. Angelo Aureli, l’autore di questa storia, ci offre un’istantanea della vita nel suo paese, ricordando le tradizioni e i sacrifici dei suoi antenati.

Riferimento autore: “Breve viaggio a Gioia Di Marsi e dintorni” ( Testi di Angelo Aureli ).

Dovete perdonarmi, miei Signori, se numerosi sono i miei errori, e di usar la massima attenzione, che debbo far una lunga spiegazione.

Se la mia mente non viene a mentire, tante belle cose debbo dire. Debbo spiegare una lunga storia, per lasciare a questa Gioia una memoria.

La cosa che vi spiego più importante è della nostra antica soprastante e di tutti gli antenati paesetti. Ve lo fò capire con i miei versetti.

Campomizzo furono le prime abitazioni, Templo e Montagnano le frazioni. Questo fu all’epoca del mille, dove abitavano gli antenati ed i pupilli.

Dopo molto tempo, questi disgraziati dall’ira di Dio furono castigati. Fra incendio, terremoto e gran nevate, furono tutte queste genti spigionate.

I superstiti che furono salvati costruirono nuovi fabbricati. Lasciarono tutte e tre quelle frazioni e Gioia furono le nuove abitazioni.

Con lungo tempo divennero numerosi, istruiti, ricchi e tutti industriosi. Costruirono una Chiesa colossale, che sembrava veramente una Cattedrale.

Un ricco pastore dal cognome Ferrone fece campana grande ed il tenone. I Lattanzi, gli Incarnati ed altri signori costruirono gli altari a spese loro.

Quanti sudori quei nostri antenati per ultimare quei fabbricati! Solo a pensare quanto sacrificio per innalzare quel frontespizio.

Si doveva carreggiare tutto a schiena, le tavole, i canali, calce e rena, le pietre cantonate e bologníni e numerose somme di quattrini.

I travi trascinati da lontano a forza di animali, piano piano. Soffrivan veramente la tortura, perché non c’era strada nuova addirittura.

Al millecinquecento novantatre, tutto io vi debbo far sapere. Ríta Jacobbe nella sua età impiantò una Congrega di Carità.

Lasciò tutto il patrimonio che aveva a beneficio della Madonna della Neve e lasciò scritto a tutti i confratelli di dar soccorso sempre ai poverelli.

Al mille settecento dieci fu l’unione che si unì con Gioia la frazione. Vi debbo fare tutte le rivele quando Gioia entrò al feudo S. Michele.

Lecce stava prima nell’attesa, ma da Gioia ci restarono con l’offesa. I nostri spalancarono le porte; di fronte a Lecce, Gioia era più forte.

Appena che si furono concordati, costruirono i primi fabbricati. E ci posero il nome da quel giorno: Feudo di S. Angelo Menaforno.

I signori ci formarono i giardini e molta agricoltura i contadini. Impiantarono i frutteti e i vigneti e numerose piante d’oliveti.

Ci avrebbe superata la migragna se eravamo ancora alla montagna. Per la stima che avevano gli antenati, ci troviamo in pianura situati.

Perciò abbiamo lunga l’estensione, per l’accordo fatto Gioia con Sperone. Ma la frazione per l’accordo mal si trova, che non ha neppure un po’ di strada nuova.

Al mille settecento novantaquattro, a Gioia Vecchio fu un gran disastro. Si sviluppò un incendio accelerato che quasi tutto Gioia fu bruciato.

Nel mentre che ardeva in quell’istante, una vecchia spiritosa voltò le piante, cacciò fuori S. Nicola dalla chiesa e si fermò il fuoco in quell’attesa.

Incendiarono centoventiquattro case e tutte quelle necessarie basi. Perciò a Gioia non abbiamo scrittura, che l’archivio fu bruciato addirittura.

Appena successe la rovina, ci fu scritta una pietra in lingua latina, e questa andò sepolta al terremoto; ed io per ricordarvi, ve l’annoto.

Ricominciò il sacrificio quella gente e ricostruirono Gioia interamente, senza scoraggiarsi mai alle sventure, che l’industria riparava le sciagure.

Se ognuno sapesse bene il passato, Gioia come stava organizzato, baroni, cavalieri ed avvocati e tutta Impuglia stavano allocati.

Gli Alesi alla Mendola e Posticciola, i signori Nicolai a Cerignola, i Mascitelli a Orta e Ordone, e a S. Ferdinando il signor Barone.

Quanti signori al nostro paesotto! I Novelli con vigneti a Ponte Rotto, gli Incarnati, D. Lorenzo e D. Giovanni, a Cerignola e posta delle canne.

Per la Puglia, Gioia era rispettata, che avevamo il nostro sindacato. Comandavano tutto a Foggia quei signori; il primo fu D. Clementino Iorí.

E non mi son dimenticato mai, ci fu anche D. Saverio Nicolai. Avevamo pure alla corte d’appello il Signore D. Luigi Mascitelli.

E prima di tutti questi antenati, ci fu D. Giustiniano Incarnati, or quello era proprio avvocatone di Tribunale e della Cassazione.

Era la prima scienza marsicana, degli Abruzzi, del Molise e Puglia piana, delle Marche, la Liguria e la Toscana, la Ciociaria e campagna Romana.

Da ogni parte era rispettato, per quanto era dotto e scienziato. Avevamo a Gioia una chiave forte, che lui sapeva aprir tutte le porte.

Un sacerdote per una questione, fece un micidio in mezzo alle persone. Con la difesa di D. Giustiniano, se ne uscì assolto il Cappellano.

Un’altra grande scienza similmente in D. Nicola Alesi anticamente, socio dell’accademia economica di Aquila e di Foggia in quell’epoca.

Regio Professore di Patologia, dottore in medicina e chirurgia, diplomatico di Roma in sua età, carissimo per ingegno e per bontà.

Al mille ottocento trentotto fu il dolore che morì a Foggia questo gran Signore, cessò di vivere a trentanove anni, lasciando moglie e figli fra gli affanni.

I fratelli D. Luigi e D. Filippo, chi restò addolorato e chi trafitto, gli fecero una lapide per memoria, e pò scritta a poesia in questa storia.

Un altro professor di testa fina, l’abbiamo perso alla città di Atina. Per la bontà che aveva quel dottore, sposò la figlia di un senatore.

Fu D. Vincenzo Alesi l’entenato, con la figlia di Visocco ebbe sposato. Ma il destino e la crudele sorte ai fior de’gl’anni gli colpì la morte.

Al mille ottocento quarantuno miracolo fu che non morì nessuno. Alle nove in punto, prima mezzogiorno, crollò la nuova chiesa di Menaforno.

Appena era stata ultimata, con una grande cupola elevata, crollò in tal maniera in quell’istante, per l’edificio fatto molto grande.

La paura ed il terrore di tutti quanti, nel vedere una maceria di pietre e santi. Per lungo tempo Gioia fu condotta a una vecchia chiesa mal ridotta.

Al mille ottocento settantasci dovete ascoltar bene, amici miei. Un ingegnere aveva tutta l’intenzione di far passar la strada per Ortone.

Appena che sentì quest’avvocato, che il disegno si era già tracciato, immediatamente ad Aquila fu partito e svolse il disegno da Carrito.

Se a Gioia non ci stava tant’impegno, la strada nuova era di Bisegna. Ma l’antenato D. Vincenzo Mascitelli l’ha fatta trovare a noi, miei fratelli.

Lui fu l’autore a farla qui passare, ed a lui toccò il primo a lasciare. Iddio lo benedica eternamente, dal beneficio fatto a questa gente.

Un altro beneficio più migliore lo fece Mascitelli D. Lindore. Andò lui a Roma di persona a provvedere terre alla popolazione.

Essendo che era in piena conoscenza con ministri e con la casa d’eccellenza, riuscì a tutti quanti i suoi intenti e pigliò in fitto undici appezzamenti.

Le terre stavano quasi tutte aperte, che il bacinetto era ancora indeserto. Si dovette dissodare tutto a braccia, per quanto erano profonde le crepacce.

Da quell’epoca questa Gioia ci si trova in possesso di terre vecchie e terre nuove. Iddio le possa dare pace e gloria e lasciò a tanta gente la memoria.

Al mille ottocento settantasette, fu fatto un beneficio senza fretta. Sarebbe quel ricordo molto caro, la fontana che fu fatta al montanaro.

L’autore fu un sindaco antico che aveva nome Orazi D. Federico. Il capo mastro di quell’edificio aveva nome Clementin Subrizi.

Dopo ritrovata l’acqua da lontano, cominciarono una conduttura a mano a mano. Con tutta cura e con tanta esattezza, fu fatta una fontana di grandezza.

Poi venne il terremoto maledetto, e tutto Menaforno fu disdetto. Eppur ci fu un miracolo speciale, la fontana restò salva tale e quale.

Al mille ottocento ottantacinque tutto vi deve dire la mia lingua del primo uom di Gioia coraggioso, onesto, tutto calmo e prodigioso.

Nel detto anno questo antenato al cavaliere Alesi fu chiamato. Lo mise in guardia a tutti i suoi armenti per ammazzare gli orsi a tradimenti.

Quattordici ne fece dei maggiori e due orsacchiotti più minori. In quell’anno a sedici orsi fece strazi il valente cacciatore Antonio Orazi.

E tant’altri poi ne fece a mano a mano, quantunque si era fatto molto anziano. Il primo cacciator di tiro esatto: Antonio Orazi, detto Giosaffatte.

I due cacciatori più sinceri furono Antonio Orazi e Francesco Neri. Antonio Orazi della Marsicana e Francesco Neri della Saggritana.

I primi cacciatori di questa terra: Orazi a Gioia, Neri e Pescasserra. I due tiratori più precisi: quaranta due orsi ann’uccisi.

All’Ente autonomo stanno registrati i numerosi orsi ammazzati. E se non succedeva il terremoto, la vita sua stava ancora in moto.

Al mille ottocento ottantanove fu fatto un altro pezzo di strada nuova. La fece a spese sue un paesano che saliva dal casale a Montagnano.

E questo è un ricordo, miei Gioiesi, che ci lasciò il cavaliere Alesi. La fece per andare al suo casone e fu un bene alla popolazione.

Un altro scienziato forte paesano fu l’antenato Orazi D. Giustiniano. A Napoli dimorava anticamente, alla corte d’Assisi, primo Presidente.

Quanto si riunivano quelle sponde, D. Giustiniano il primo e il secondo, per la tanta scienza e testa sua sottile, volevano distruggere il codice civile.

Erano ambedue di grand’impegno, alle gran corti e tribunali di questo Regno. Se volevano salvare un disgraziato, gli facevano scomparire il suo reato.

Ce n’avevamo un altro pur scienziato, D. Giustinian Novelli l’antenato, a Napoli anche questo abbiam perduto, che faceva scuola a tutti i sordo muti.

Quanti ce ne stavan di signori che davano a questa Gioia tanti onori! Quel tellurico maledetto di violenza distrusse a Gioia tutta quella scienza.

Qualcuno che abbiamo vivente, chi si trova a levante e chi a ponente, chi a Roma, chi a Aquila e a Foggia. E alla nostra Gioia nessuno ci alloggia.

Solo uno ce n’abbiamo alla dimora: l’avvocato Ludovici e la Signora. Hanno bene questo mondo rigoduto per lo scavo che gli fece un sordo muto.

E pur ci abbiamo un padre di famiglia, ci guida, ci difende e ci consiglia. Qualunque occorrenza che abbiamo, a casa D. Clemente ce ne andiamo.

Quanto eravamo più infelici se non ci era l’avvocato Ludovici? Gioia andava sempre di male in peggio, che nessuno capiva articoli di legge.

Degli assenti rimpatriò solo un signorone: il nostro D. Domenico Falcone. Dopo, fatto circa anni trentatre a Lanciano, il Procurator del Re.

Ora, per l’anzianità, stà in riposo, ma di Gioia Vecchio ne sta sempre ansioso. Appena ritorna la stagione, alla soprastante il sig. Falcone.

Si alza appena giorno la mattina e si prende il bastone e l’ombrellina. Sale dove vede un alto monte per godere il panorama a sé di fronte.

Quanto si è del tutto divertito, che si sente avvicinare l’appetito. Si riprende l’ombrellina ed il bastone e torna in casa a far la colazione.

Poi, al terremoto, il più che ci fu grato: D. Clementino Iorí, l’avvocato, lasciò la sua tant’occupazione e venne a soccorrere la popolazione.

Partì da Foggia a tempo di bufera, a soffrire in mezzo a noi in che maniera, a dispensare a tutti pannamenti e da mangiare a tutti fornimenti.

Senza far nessuna dipendenza, distribuiva quella provvidenza. E non cessò le cure ai paesani, anche le baracche dai Foggiani.

E questo lo sappiamo tutti quanti, che allora ognuno di noi si fece avanti: camicie, maglie, giacche e pantaloni e da mangiare ogn’un le sue porzioni.

Fu l’unico soccorso ai Gioiesi, eccettuato quello degli altri paesi, perché i falchi che l’andavano a prelevare al popolo non ce lo facevano arrivare.

Quanti di quei soccorsi giornalmente spedivan da lontano la buona gente! Brunetto, Biancolino e Rusticone si beccavan tutto senza compassione.

Tutti i giorni erano banchetti: pollastri, uova, agnelli e capretti. Durò per lungo tempo il baltorio ed il popolo alle pene del purgatorio.

Perfino una baracca particolare la spedì una signora di Castellamare, la indirizzò ad una povera disgraziata, anche questa da quei falchi fu beccata.

Ma questi non eran mica i signori, che erano dei cafoni più peggiori. Non bastava il flagello a tutti quanti, anche alla trafila dei briganti.

Perciò chiunque acquista questa storia la conservasse bene per memoria, per ricordarci sempre dei signori che sono stati a noi benefattori.

Specialmente tutti quelli antenati che ci hanno i benefizi a noi lasciati portarono questa Gioia in alta stima, per la tanta scienza che ci stava prima.

Quanti ne avevamo di avvocati, tutti all’altro mondo trapassati: cominciando le famiglie Mascitelli, D. Luigi e D. Lindoro, due fratelli.

D. Umberto, D. Vincenzo e il suo papà, tutti morti ai fiori dell’età. D. Giulio e D. Peppino, il nipote, chi morì a Napoli e chi al terremoto.

Gli Incarnati, D. Giovanni e D. Lorenzo, dei Panfili, D. Nalate e D. Vincenzo, il commendatore D. Gennaro e la signora, tutti morti flagellati alla dimora.

Un altro signorone tale e quale era D. Peppino Iori, l’ufficiale. Il fratello D. Luigi similmente, notaio e religioso seriamente.

Era una famiglia d’affezione, amavan tutta la popolazione, carissimi di cuore e di bontà, era il soccorso della povertà.

Un altro vero padre di istruzione fu D. Vincenzo Maestro Falcone. Quantunque alunni aveva a sé presente, nessuno ne riusciva negligente.

Era l’unico maestro marsicano, istruiva il latino e l’italiano, i conti, l’aritmetica e la grammatica. Era il primo maestro a Gioia per la pratica.

Ecco perché abbiamo l’educazione, per la scuola avuta dal Signor Falcone. Iddio gli dasse pace e gloria eternamente per la tanta scuola fatta a questa gente.

Un alunno suo maestro tale e quale fu il Signore D. Pasquale Giannantoni. Nel miglior tempo che insegnava l’istruzione, il tellurico lo mandò in perdizione.

I moderni non la sanno la rovina, il macello al caffè di Mariannina. Artigiani, campagnoli ed impiegati, in che maniera stavano abbloccati.

Stava tutta a faccia a terra quella gente, sembravan tante pecore alla giacente. Tutti stretti come grano alla trimonia, col maestro D. Pasquale Giannantoni.

I primi gentil nati in questa gente furono i Lattanzi anticamente, specialisti e di buon cuore all’occorrenze, gli antenati D. Nicola e D. Vincenzo.

Solo uno ce n’abbiamo vivente, il Signor D. Vittorio e sta assente. Per la scienza che lui tiene tale e quale, fa residenza nella capitale.

Un altro di buon cuore cittadino fu l’antenato D. Nicola Berardini. Per la calma, il decoro e la dolcezza, l’amavan tutti con una tenerezza.

Eran tre fratelli di bontà eguale: D. Nicola, D. Peppino e D. Pasquale. Sembrava una famiglia specialista, un dottore, un sacerdote ed un farmacista.

D. Achille Giannantoni pur speciale, farmacista e maestro musicale. Si salvarono solamente due gemelli, D. Mario e D. Camillo, due fratelli.

Quanti ne avevamo di dottori: D. Federico Orazi e D. Alessandro Iori, l’antenato D. Samuele dei Novelli e il signore D. Enrico Mascitelli.

D. Modesto Alesi a Secondigliano, e a Foggia il fratel D. Gaetano, tutti dottori della tanta scienza, ed ora a Gioia abbiam rimasto senza.

Quanti sacerdoti antenati di vera religione e timorati, cominciando dal sig. D. Luigi Fazi, D. Stanislao e D. Orazio Orazi.

Vi erano i fratelli Incarnati, D. Giovan Vincenzo e D. Fortunato, D. Nicola Orfè e Galli, D. Massimino, ed il canonico D. Peppino Berardini.

Tutti sacerdoti paesani, come pure D. Antonio dei Graziani, D. Achille Mascitelli e D. Eduardo, e l’arciprete D. Maurizio Sinibaldi.

Un altro sacerdote veramente lo avevamo a Gioia Vecchio, residente, onesto, generoso e di bontà, specialmente a quelli che erano di povertà.

Quante ne faceva di viaggiate, di notte tempo e in mezzo alle nevate, radunava tutti quanti quei pastori con le pale a far le tracce ai viaggiatori.

All’arrivo che facevano i patriotti a casa D. Baldassarre Barilotti, gli preparava cena e vino buono, e fuoco accelerato di carbone.

Lo serviva a tavola con perfetto amore, meglio di un padre genitore. Iddio gli dasse Paradiso eterno, che fu un padre dell’amor fraterno.

Al mille novecento quindici fu la rovina. Ai tredici di gennaio, la mattina, alle sette, un terremoto come un volo colpì il quinto e sesto paese rasato al suolo.

Colpì tutto il circondario marsicano: Gioia, Ortucchío, Trasacco ed Avezzano, Luco, Paterno e S. Pelino, Cèlano, Aielli, Cerchio e Pescina.

Nell’insieme a quel castigo maledetto: Venere, Collarmele e S. Benedetto, Aschí, Sperone e le frazioni Leccesi, con tremila morti solo i Gioiesi.

Non bastava quel castigo al marsicano. Un altro movimento da lontano scoppiò, una guerra tanto accelerata che solo la vecchiaia fu lasciata.

Insomma, eran tutti pianti amari, distrutta gente ed abbandonati affari, e dopo i dolori raddoppiati dei figli morti in guerra ammassacrati.

Si aggiunse ancora un’altra batteria: quella brutta, puzzolente malattia. Di sera, di mattina e in giornata, andava tutta gente sotterrata.

Si unirono tutti e tre i macellai: guerra, spagnola e tredici di gennaio. Chi al fronte, chi in casa e chi in città, la morte li assaliva senza pietà.

Seguitiamo in Gioia Vecchio la parola; chi sente questa storia si consola. Da Foggia, Roma e Napoli ognuno richiama, alla nostra Gioia al meglio panorama.

Quanti signori ne pigliavan l’impegno per venire alla megl’aria di questo Regno! Lasciavan le città vicino al mare per venire a Gioia Vecchio a villeggiare.

Le curiosavan tutte le campagne in queste nostre alture di montagne. Sceglievan le più splendide giornate per cavalcare e far le scampagnate.

Traversavano i confini di Bisegna, fino alla montagna terraghegna. Altra contrada molto più lontana: pietre gentile e coppo di genzana.

Insomma da vicino e da lontano: la Mantrella, Campomizzo e Montagnano, l’ortella, valle piana e la nevera, valle lunga, monte turchio e la miniera.

Non avevano parimenti quelle feste a mangiare e bere dentro alle foreste. Si mangiava, si beveva e si fumava, e sotto al fresco ognuno riposava.

Non si può rappresentare l’allegria quando tornava quella compagnia. Le signore, signorine e signoroni godevano le miglior consolazioni.

Appena scavalcati in quelle sere, la nostra Gioia era un bel vedere: balli, canti e divertimenti d’ogni sorte, con chitarre, mandolini e pianoforte.

Poi c’era il gran caffè a cappitello, figurava più migliore di un Hotel. Anche le signore ristorava, per la grande pulizia che ci regnava.

Aveva tutte sorte di liquori per ristorare tutti quei signori. Dispensavan vino annoso e la barbera, Fortunato Ludovici e la mogliera.

Gioia era fornita a tutta forza di automobili, di cavalli e di carrozze, di pecore, di vacche e di giumenti. In tutte le contrade erano armenti.

Quando tornavano quelle masserie, tutte incampanate per le vie Buttari, massari e capo galani ritornavano tutti dalla Puglia piana.

Quando arrivavano alla giacente, capre, pecore, vacche e le giumente, tutti andavano a vedere i Gioiesi, l’armentizio del fu Cavaliere Alesi.

La maffia che faceva il Barone, con sei cavalli in mezzo alle persone, faceva una figura da lontano, veramente un barone napolitano.

Innanzi cavalcava la baronessa; ed il baron con la carrozza appresso, cocchier, sotto cocchiere e famiglia: chi alla frusta e chi guidava la briglia.

Indietro ancora un’altra carrozzella di lusso, colorata e molto bella, faceva una figura in che maniera, con le signorine e con la cameriera.

Dopo fatte quelle lunghe passeggiate, tutti andavano a vedere le serate. Quei cavalli tutti in fila e ben ornati, che da Gennarino stavano ammaestrati.

Ed ora, dove siamo, miei fratelli? In mezzo alle macerie dei flagelli. Non c’è casa, né sottano e né soprano, e tutto spiano fatto da Palazzano.

Solo a rammentare, miei Gioiesi, che abbiamo spigionato a sei paesi e questa non è mica una menzogna; che a dire la bugia è una vergogna.

Potete domandar a qualunque anziano, che c’era Campomizzo e Montagnano, Templo, Gioia Vecchio e Gioia al piano, e l’antico paesello di Magrano.

E non credete che sia bugia, che c’è stata fino a ieri S. Lucia, la chiesa, la fontana ed i fabbricati, tutti a Gioia eran gli antenati.

Vedete quanto è certa questa cosa che c’è ancora una stradella ripidosa: il passaggio che facevan gli antenati per andare a soccorrere gli appestati.

Ogni due giorni era il viaggio atroce e passavan sotto al balzo della croce. Andavano diretto a quella zona, a soccorrer gli appestati della cona.

Potete andare a veder quanto vi pare, che quello che vi ho detto non scompare. C’è la grotta che esiste ancora adesso; chiunque va a vedere ne resta impresso.

Il pane si scendeva da lontano per mezzo di una corda, piano piano, con ansia aspettavano i disgraziati che soffrivano fame e panni lacerati.

Proibita gli fu acqua della fonte, che dovevano andare al pozzo senza fondo. Vivevano esiliati a una foresta per la pessima malattia della peste.

Al mondo qualche giorno è da godere, perché non manca mai il dispiacere. Anche noi abbiamo passati alla tagliola, fra la guerra, il terremoto e la spagnuola.

Il settimo si impiantò al confine: fra Lecce e la contrada fossanina; Cantone alto, le ripe ed di rimpetto le tre querce, le pescine ed il pozzetto.

Ora abbiamo varcato tutta l’estensione, che stiamo al confine d’abitazione, e non si può far più lo spostamento, che ce ne andiamo fuori del tenimento.

Dio voglia che l’ottavo non ci sia, da farci retrocedere alla pazzia. Ma se il tellurico si rimette nell’attesa, allora Gioia resterà arresa.

Di questa lunga storia fu l’autore: Angelo Aureli, antico agricoltore, padre di famiglia numerosa, a cinquant’anni privo di ogni cosa.

A cinquant’anni questo vecchiarello restò alla nuda come un’orfanello, gli scomparse moglie e figli ed ogni bene, e restò il vecchio fra miserie e pene.

Lascio considerare a te, caro lettore, quanto gli fu acerbo il suo dolore, a vedersi a fuoco i figli e la compagna, e lui a la nuda in mezzo alla campagna.

I giorni dopo furon lunghi assai, che non trovava più la pace mai. E per divagarsi un poco l’invernata, fece questa antica storia completata.

Sessantacinque anni conteneva quando questa storia componeva. Non dormiva quasi mai il disgraziato per registrare tutto del passato.

Nessuno se lo può immaginare e nemmeno gli si può rappresentare le pene, i dolori e quant’ oltraggio soffri Aureli Angelo fu Biagio.

Il tipografo di questa storia antica è stato il nostro Berardini Enrico, figlio di capomastro muratore, di disegno, di scalpello e di pittore.

Al terremoto fu la sua disdetta. A quella catastrofe maledetta si salvò un’orfanello e un’orfanella: Enrico ed Elisabetta, sua sorella.

Ma perché Enrico era tenerino, fu portato al Patronato da bambino. Dopo fattosi un bel giovan di energia, volle studiare la tipografia.

E per quanto s’impegnò questo Richetto, ce ne stampò trecento di libretti, tutti fatti ben con attenzione, per soddisfar la sua popolazione.

Io autorizzo la tipografia di pubblicare questa poesia. A te Enrico dò tutto l’impegno di farla pubblicare per tutto il Regno.

Conchiudo e metto termine, signori, e perdonate tutti i miei errori. Saluto tutti quanti interamente, chi legge e chi ascolta la presente.

Riferimento autore: “Breve viaggio a Gioia Di Marsi e dintorni” (Testi di Angelo Aureli).

Dovete perdonarmi, miei Signori, se numerosi sono i miei errori, e di usar la massima attenzione, che debbo far una lunga spiegazione.

Se la mia mente non viene a mentire, tante belle cose debbo dire. Debbo spiegare una lunga storia, per lasciare a questa Gioia una memoria.

La cosa che vi spiego più importante è della nostra antica soprastante e di tutti gli antenati paesetti. Ve lo fò capire con i miei versetti.

Campomizzo furono le prime abitazioni, Templo e Montagnano le frazioni. Questo fu all’epoca del mille, dove abitavano gli antenati ed i pupilli.

Dopo molto tempo, questi disgraziati dall’ira di Dio furono castigati. Fra incendio, terremoto e gran nevate, furono tutte queste genti spigionate.

I superstiti che furono salvati costruirono nuovi fabbricati. Lasciarono tutte e tre quelle frazioni e Gioia furono le nuove abitazioni.

Con lungo tempo divennero numerosi, istruiti, ricchi e tutti industriosi. Costruirono una Chiesa colossale, che sembrava veramente una Cattedrale.

Un ricco pastore dal cognome Ferrone fece campana grande ed il tenone. I Lattanzi, gli Incarnati ed altri signori costruirono gli altari a spese loro.

Quanti sudori quei nostri antenati per ultimare quei fabbricati! Solo a pensare quanto sacrificio per innalzare quel frontespizio.

Si doveva carreggiare tutto a schiena, le tavole, i canali, calce e rena, le pietre cantonate e bologníni e numerose somme di quattrini.

I travi trascinati da lontano a forza di animali, piano piano. Soffrivan veramente la tortura, perché non c’era strada nuova addirittura.

Al millecinquecento novantatre, tutto io vi debbo far sapere. Ríta Jacobbe nella sua età impiantò una Congrega di Carità.

Lasciò tutto il patrimonio che aveva a beneficio della Madonna della Neve e lasciò scritto a tutti i confratelli di dar soccorso sempre ai poverelli.

Al mille settecento dieci fu l’unione che si unì con Gioia la frazione. Vi debbo fare tutte le rivele quando Gioia entrò al feudo S. Michele.

Lecce stava prima nell’attesa, ma da Gioia ci restarono con l’offesa. I nostri spalancarono le porte; di fronte a Lecce, Gioia era più forte.

Appena che si furono concordati, costruirono i primi fabbricati. E ci posero il nome da quel giorno: Feudo di S. Angelo Menaforno.

I signori ci formarono i giardini e molta agricoltura i contadini. Impiantarono i frutteti e i vigneti e numerose piante d’oliveti.

Ci avrebbe superata la migragna se eravamo ancora alla montagna. Per la stima che avevano gli antenati, ci troviamo in pianura situati.

Perciò abbiamo lunga l’estensione, per l’accordo fatto Gioia con Sperone. Ma la frazione per l’accordo mal si trova, che non ha neppure un po’ di strada nuova.

Al mille settecento novantaquattro, a Gioia Vecchio fu un gran disastro. Si sviluppò un incendio accelerato che quasi tutto Gioia fu bruciato.

Nel mentre che ardeva in quell’istante, una vecchia spiritosa voltò le piante, cacciò fuori S. Nicola dalla chiesa e si fermò il fuoco in quell’attesa.

Incendiarono centoventiquattro case e tutte quelle necessarie basi. Perciò a Gioia non abbiamo scrittura, che l’archivio fu bruciato addirittura.

Appena successe la rovina, ci fu scritta una pietra in lingua latina, e questa andò sepolta al terremoto; ed io per ricordarvi, ve l’annoto.

Ricominciò il sacrificio quella gente e ricostruirono Gioia interamente, senza scoraggiarsi mai alle sventure, che l’industria riparava le sciagure.

Se ognuno sapesse bene il passato, Gioia come stava organizzato, baroni, cavalieri ed avvocati e tutta Impuglia stavano allocati.

Gli Alesi alla Mendola e Posticciola, i signori Nicolai a Cerignola, i Mascitelli a Orta e Ordone, e a S. Ferdinando il signor Barone.

Quanti signori al nostro

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Ospitalità e servizi

Dovete perdonarmi, miei Signori, se numerosi sono i miei errori, e di usar la massima attenzione, che debbo far una lunga spiegazione.

Se la mia mente non viene a mentire, tante belle cose debbo dire. Debbo spiegare una lunga storia, per lasciare a questa Gioia una memoria.

La cosa che vi spiego più importante è della nostra antica soprastante e di tutti gli antenati paesetti. Ve lo fò capire con i miei versetti.

Campomizzo furono le prime abitazioni, Templo e Montagnano le frazioni. Questo fu all’epoca del mille, dove abitavano gli antenati ed i pupilli.

Dopo molto tempo, questi disgraziati dall’ira di Dio furono castigati. Fra incendio, terremoto e gran nevate, furono tutte queste genti spigionate.

I superstiti che furono salvati costruirono nuovi fabbricati. Lasciarono tutte e tre quelle frazioni e Gioia furono le nuove abitazioni.

Con lungo tempo divennero numerosi, istruiti, ricchi e tutti industriosi. Costruirono una Chiesa colossale, che sembrava veramente una Cattedrale.

Un ricco pastore dal cognome Ferrone fece campana grande ed il tenone. I Lattanzi, gli Incarnati ed altri signori costruirono gli altari a spese loro.

Quanti sudori quei nostri antenati per ultimare quei fabbricati! Solo a pensare quanto sacrificio per innalzare quel frontespizio.

Si doveva carreggiare tutto a schiena, le tavole, i canali, calce e rena, le pietre cantonate e bologníni e numerose somme di quattrini.

I travi trascinati da lontano a forza di animali, piano piano. Soffrivan veramente la tortura, perché non c’era strada nuova addirittura.

Al millecinquecento novantatre, tutto io vi debbo far sapere. Ríta Jacobbe nella sua età impiantò una Congrega di Carità.

Lasciò tutto il patrimonio che aveva a beneficio della Madonna della Neve e lasciò scritto a tutti i confratelli di dar soccorso sempre ai poverelli.

Al mille settecento dieci fu l’unione che si unì con Gioia la frazione. Vi debbo fare tutte le rivele quando Gioia entrò al feudo S. Michele.

Lecce stava prima nell’attesa, ma da Gioia ci restarono con l’offesa. I nostri spalancarono le porte; di fronte a Lecce, Gioia era più forte.

Appena che si furono concordati, costruirono i primi fabbricati. E ci posero il nome da quel giorno: Feudo di S. Angelo Menaforno.

I signori ci formarono i giardini e molta agricoltura i contadini. Impiantarono i frutteti e i vigneti e numerose piante d’oliveti.

Ci avrebbe superata la migragna se eravamo ancora alla montagna. Per la stima che avevano gli antenati, ci troviamo in pianura situati.

Perciò abbiamo lunga l’estensione, per l’accordo fatto Gioia con Sperone. Ma la frazione per l’accordo mal si trova, che non ha neppure un po’ di strada nuova.

Al mille settecento novantaquattro, a Gioia Vecchio fu un gran disastro. Si sviluppò un incendio accelerato che quasi tutto Gioia fu bruciato.

Nel mentre che ardeva in quell’istante, una vecchia spiritosa voltò le piante, cacciò fuori S. Nicola dalla chiesa e si fermò il fuoco in quell’attesa.

Incendiarono centoventiquattro case e tutte quelle necessarie basi. Perciò a Gioia non abbiamo scrittura, che l’archivio fu bruciato addirittura.

Appena successe la rovina, ci fu scritta una pietra in lingua latina, e questa andò sepolta al terremoto; ed io per ricordarvi, ve l’annoto.

Ricominciò il sacrificio quella gente e ricostruirono Gioia interamente, senza scoraggiarsi mai alle sventure, che l’industria riparava le sciagure.

Se ognuno sapesse bene il passato, Gioia come stava organizzato, baroni, cavalieri ed avvocati e tutta Impuglia stavano allocati.

Gli Alesi alla Mendola e Posticciola, i signori Nicolai a Cerignola, i Mascitelli a Orta e Ordone, e a S. Ferdinando il signor Barone.

Quanti signori al nostro paesotto! I Novelli con vigneti a Ponte Rotto, gli Incarnati, D. Lorenzo e D. Giovanni, a Cerignola e posta delle canne.

Per la Puglia, Gioia era rispettata, che avevamo il nostro sindacato. Comandavano tutto a Foggia quei signori; il primo fu D. Clementino Iorí.

E non mi son dimenticato mai, ci fu anche D. Saverio Nicolai. Avevamo pure alla corte d’appello il Signore D. Luigi Mascitelli.

E prima di tutti questi antenati, ci fu D. Giustiniano Incarnati, or quello era proprio avvocatone di Tribunale e della Cassazione.

Era la prima scienza marsicana, degli Abruzzi, del Molise e Puglia piana, delle Marche, la Liguria e la Toscana, la Ciociaria e campagna Romana.

Da ogni parte era rispettato, per quanto era dotto e scienziato. Avevamo a Gioia una chiave forte, che lui sapeva aprir tutte le porte.

Un sacerdote per una questione, fece un micidio in mezzo alle persone. Con la difesa di D. Giustiniano, se ne uscì assolto il Cappellano.

Un’altra grande scienza similmente in D. Nicola Alesi anticamente, socio dell’accademia economica di Aquila e di Foggia in quell’epoca.

Regio Professore di Patologia, dottore in medicina e chirurgia, diplomatico di Roma in sua età, carissimo per ingegno e per bontà.

Al mille ottocento trentotto fu il dolore che morì a Foggia questo gran Signore, cessò di vivere a trentanove anni, lasciando moglie e figli fra gli affanni.

I fratelli D. Luigi e D. Filippo, chi restò addolorato e chi trafitto, gli fecero una lapide per memoria, e pò scritta a poesia in questa storia.

Un altro professor di testa fina, l’abbiamo perso alla città di Atina. Per la bontà che aveva quel dottore, sposò la figlia di un senatore.

Fu D. Vincenzo Alesi l’entenato, con la figlia di Visocco ebbe sposato. Ma il destino e la crudele sorte ai fior de’gl’anni gli colpì la morte.

Al mille ottocento quarantuno miracolo fu che non morì nessuno. Alle nove in punto, prima mezzogiorno, crollò la nuova chiesa di Menaforno.

Appena era stata ultimata, con una grande cupola elevata, crollò in tal maniera in quell’istante, per l’edificio fatto molto grande.

La paura ed il terrore di tutti quanti, nel vedere una maceria di pietre e santi. Per lungo tempo Gioia fu condotta a una vecchia chiesa mal ridotta.

Al mille ottocento settantasci dovete ascoltar bene, amici miei. Un ingegnere aveva tutta l’intenzione di far passar la strada per Ortone.

Appena che sentì quest’avvocato, che il disegno si era già tracciato, immediatamente ad Aquila fu partito e svolse il disegno da Carrito.

Se a Gioia non ci stava tant’impegno, la strada nuova era di Bisegna. Ma l’antenato D. Vincenzo Mascitelli l’ha fatta trovare a noi, miei fratelli.

Lui fu l’autore a farla qui passare, ed a lui toccò il primo a lasciare. Iddio lo benedica eternamente, dal beneficio fatto a questa gente.

Un altro beneficio più migliore lo fece Mascitelli D. Lindore. Andò lui a Roma di persona a provvedere terre alla popolazione.

Essendo che era in piena conoscenza con ministri e con la casa d’eccellenza, riuscì a tutti quanti i suoi intenti e pigliò in fitto undici appezzamenti.

Le terre stavano quasi tutte aperte, che il bacinetto era ancora indeserto. Si dovette dissodare tutto a braccia, per quanto erano profonde le crepacce.

Da quell’epoca questa Gioia ci si trova in possesso di terre vecchie e terre nuove. Iddio le possa dare pace e gloria e lasciò a tanta gente la memoria.

Al mille ottocento settantasette, fu fatto un beneficio senza fretta. Sarebbe quel ricordo molto caro, la fontana che fu fatta al montanaro.

L’autore fu un sindaco antico che aveva nome Orazi D. Federico. Il capo mastro di quell’edificio aveva nome Clementin Subrizi.

Dopo ritrovata l’acqua da lontano, cominciarono una conduttura a mano a mano. Con tutta cura e con tanta esattezza, fu fatta una fontana di grandezza.

Poi venne il terremoto maledetto, e tutto Menaforno fu disdetto. Eppur ci fu un miracolo speciale, la fontana restò salva tale e quale.

Al mille ottocento ottantacinque tutto vi deve dire la mia lingua del primo uom di Gioia coraggioso, onesto, tutto calmo e prodigioso.

Nel detto anno questo antenato al cavaliere Alesi fu chiamato. Lo mise in guardia a tutti i suoi armenti per ammazzare gli orsi a tradimenti.

Quattordici ne fece dei maggiori e due orsacchiotti più minori. In quell’anno a sedici orsi fece strazi il valente cacciatore Antonio Orazi.

E tant’altri poi ne fece a mano a mano, quantunque si era fatto molto anziano. Il primo cacciator di tiro esatto: Antonio Orazi, detto Giosaffatte.

I due cacciatori più sinceri furono Antonio Orazi e Francesco Neri. Antonio Orazi della Marsicana e Francesco Neri della Saggritana.

I primi cacciatori di questa terra: Orazi a Gioia, Neri e Pescasserra. I due tiratori più precisi: quaranta due orsi ann’uccisi.

All’Ente autonomo stanno registrati i numerosi orsi ammazzati. E se non succedeva il terremoto, la vita sua stava ancora in moto.

Al mille ottocento ottantanove fu fatto un altro pezzo di strada nuova. La fece a spese sue un paesano che saliva dal casale a Montagnano.

E questo è un ricordo, miei Gioiesi, che ci lasciò il cavaliere Alesi. La fece per andare al suo casone e fu un bene alla popolazione.

Un altro scienziato forte paesano fu l’antenato Orazi D. Giustiniano. A Napoli dimorava anticamente, alla corte d’Assisi, primo Presidente.

Quanto si riunivano quelle sponde, D. Giustiniano il primo e il secondo, per la tanta scienza e testa sua sottile, volevano distruggere il codice civile.

Erano ambedue di grand’impegno, alle gran corti e tribunali di questo Regno. Se volevano salvare un disgraziato, gli facevano scomparire il suo reato.

Ce n’avevamo un altro pur scienziato, D. Giustinian Novelli l’antenato, a Napoli anche questo abbiam perduto, che faceva scuola a tutti i sordo muti.

Quanti ce ne stavan di signori che davano a questa Gioia tanti onori! Quel tellurico maledetto di violenza distrusse a Gioia tutta quella scienza.

Qualcuno che abbiamo vivente, chi si trova a levante e chi a ponente, chi a Roma, chi a Aquila e a Foggia. E alla nostra Gioia nessuno ci alloggia.

Solo uno ce n’abbiamo alla dimora: l’avvocato Ludovici e la Signora. Hanno bene questo mondo rigoduto per lo scavo che gli fece un sordo muto.

E pur ci abbiamo un padre di famiglia, ci guida, ci difende e ci consiglia. Qualunque occorrenza che abbiamo, a casa D. Clemente ce ne andiamo.

Quanto eravamo più infelici se non ci era l’avvocato Ludovici? Gioia andava sempre di male in peggio, che nessuno capiva articoli di legge.

Degli assenti rimpatriò solo un signorone: il nostro D. Domenico Falcone. Dopo, fatto circa anni trentatre a Lanciano, il Procurator del Re.

Ora, per l’anzianità, stà in riposo, ma di Gioia Vecchio ne sta sempre ansioso. Appena ritorna la stagione, alla soprastante il sig. Falcone.

Si alza appena giorno la mattina e si prende il bastone e l’ombrellina. Sale dove vede un alto monte per godere il panorama a sé di fronte.

Quanto si è del tutto divertito, che si sente avvicinare l’appetito. Si riprende l’ombrellina ed il bastone e torna in casa a far la colazione.

Poi, al terremoto, il più che ci fu grato: D. Clementino Iorí, l’avvocato, lasciò la sua tant’occupazione e venne a soccorrere la popolazione.

Partì da Foggia a tempo di bufera, a soffrire in mezzo a noi in che maniera, a dispensare a tutti pannamenti e da mangiare a tutti fornimenti.

Senza far nessuna dipendenza, distribuiva quella provvidenza. E non cessò le cure ai paesani, anche le baracche dai Foggiani.

E questo lo sappiamo tutti quanti, che allora ognuno di noi si fece avanti: camicie, maglie, giacche e pantaloni e da mangiare ogn’un le sue porzioni.

Fu l’unico soccorso ai Gioiesi, eccettuato quello degli altri paesi, perché i falchi che l’andavano a prelevare al popolo non ce lo facevano arrivare.

Quanti di quei soccorsi giornalmente spedivan da lontano la buona gente! Brunetto, Biancolino e Rusticone si beccavan tutto senza compassione.

Tutti i giorni erano banchetti: pollastri, uova, agnelli e capretti. Durò per lungo tempo il baltorio ed il popolo alle pene del purgatorio.

Perfino una baracca particolare la spedì una signora di Castellamare, la indirizzò ad una povera disgraziata, anche questa da quei falchi fu beccata.

Ma questi non eran mica i signori, che erano dei cafoni più peggiori. Non bastava il flagello a tutti quanti, anche alla trafila dei briganti.

Perciò chiunque acquista questa storia la conservasse bene per memoria, per ricordarci sempre dei signori che sono stati a noi benefattori.

Specialmente tutti quelli antenati che ci hanno i benefizi a noi lasciati portarono questa Gioia in alta stima, per la tanta scienza che ci stava prima.

Quanti ne avevamo di avvocati, tutti all’altro mondo trapassati: cominciando le famiglie Mascitelli, D. Luigi e D. Lindoro, due fratelli.

D. Umberto, D. Vincenzo e il suo papà, tutti morti ai fiori dell’età. D. Giulio e D. Peppino, il nipote, chi morì a Napoli e chi al terremoto.

Gli Incarnati, D. Giovanni e D. Lorenzo, dei Panfili, D. Nalate e D. Vincenzo, il commendatore D. Gennaro e la signora, tutti morti flagellati alla dimora.

Un altro signorone tale e quale era D. Peppino Iori, l’ufficiale. Il fratello D. Luigi similmente, notaio e religioso seriamente.

Era una famiglia d’affezione, amavan tutta la popolazione, carissimi di cuore e di bontà, era il soccorso della povertà.

Un altro vero padre di istruzione fu D. Vincenzo Maestro Falcone. Quantunque alunni aveva a sé presente, nessuno ne riusciva negligente.

Era l’unico maestro marsicano, istruiva il latino e l’italiano, i conti, l’aritmetica e la grammatica. Era il primo maestro a Gioia per la pratica.

Ecco perché abbiamo l’educazione, per la scuola avuta dal Signor Falcone. Iddio gli dasse pace e gloria eternamente per la tanta scuola fatta a questa gente.

Un alunno suo maestro tale e quale fu il Signore D. Pasquale Giannantoni. Nel miglior tempo che insegnava l’istruzione, il tellurico lo mandò in perdizione.

I moderni non la sanno la rovina, il macello al caffè di Mariannina. Artigiani, campagnoli ed impiegati, in che maniera stavano abbloccati.

Stava tutta a faccia a terra quella gente, sembravan tante pecore alla giacente. Tutti stretti come grano alla trimonia, col maestro D. Pasquale Giannantoni.

I primi gentil nati in questa gente furono i Lattanzi anticamente, specialisti e di buon cuore all’occorrenze, gli antenati D. Nicola e D. Vincenzo.

Solo uno ce n’abbiamo vivente, il Signor D. Vittorio e sta assente. Per la scienza che lui tiene tale e quale, fa residenza nella capitale.

Un altro di buon cuore cittadino fu l’antenato D. Nicola Berardini. Per la calma, il decoro e la dolcezza, l’amavan tutti con una tenerezza.

Eran tre fratelli di bontà eguale: D. Nicola, D. Peppino e D. Pasquale. Sembrava una famiglia specialista, un dottore, un sacerdote ed un farmacista.

D. Achille Giannantoni pur speciale, farmacista e maestro musicale. Si salvarono solamente due gemelli, D. Mario e D. Camillo, due fratelli.

Quanti ne avevamo di dottori: D. Federico Orazi e D. Alessandro Iori, l’antenato D. Samuele dei Novelli e il signore D. Enrico Mascitelli.

D. Modesto Alesi a Secondigliano, e a Foggia il fratel D. Gaetano, tutti dottori della tanta scienza, ed ora a Gioia abbiam rimasto senza.

Quanti sacerdoti antenati di vera religione e timorati, cominciando dal sig. D. Luigi Fazi, D. Stanislao e D. Orazio Orazi.

Vi erano i fratelli Incarnati, D. Giovan Vincenzo e D. Fortunato, D. Nicola Orfè e Galli, D. Massimino, ed il canonico D. Peppino Berardini.

Tutti sacerdoti paesani, come pure D. Antonio dei Graziani, D. Achille Mascitelli e D. Eduardo, e l’arciprete D. Maurizio Sinibaldi.

Un altro sacerdote veramente lo avevamo a Gioia Vecchio, residente, onesto, generoso e di bontà, specialmente a quelli che erano di povertà.

Quante ne faceva di viaggiate, di notte tempo e in mezzo alle nevate, radunava tutti quanti quei pastori con le pale a far le tracce ai viaggiatori.

All’arrivo che facevano i patriotti a casa D. Baldassarre Barilotti, gli preparava cena e vino buono, e fuoco accelerato di carbone.

Lo serviva a tavola con perfetto amore, meglio di un padre genitore. Iddio gli dasse Paradiso eterno, che fu un padre dell’amor fraterno.

Al mille novecento quindici fu la rovina. Ai tredici di gennaio, la mattina, alle sette, un terremoto come un volo colpì il quinto e sesto paese rasato al suolo.

Colpì tutto il circondario marsicano: Gioia, Ortucchío, Trasacco ed Avezzano, Luco, Paterno e S. Pelino, Cèlano, Aielli, Cerchio e Pescina.

Nell’insieme a quel castigo maledetto: Venere, Collarmele e S. Benedetto, Aschí, Sperone e le frazioni Leccesi, con tremila morti solo i Gioiesi.

Non bastava quel castigo al marsicano. Un altro movimento da lontano scoppiò, una guerra tanto accelerata che solo la vecchiaia fu lasciata.

Insomma, eran tutti pianti amari, distrutta gente ed abbandonati affari, e dopo i dolori raddoppiati dei figli morti in guerra ammassacrati.

Si aggiunse ancora un’altra batteria: quella brutta, puzzolente malattia. Di sera, di mattina e in giornata, andava tutta gente sotterrata.

Si unirono tutti e tre i macellai: guerra, spagnola e tredici di gennaio. Chi al fronte, chi in casa e chi in città, la morte li assaliva senza pietà.

Seguitiamo in Gioia Vecchio la parola; chi sente questa storia si consola. Da Foggia, Roma e Napoli ognuno richiama, alla nostra Gioia al meglio panorama.

Quanti signori ne pigliavan l’impegno per venire alla megl’aria di questo Regno! Lasciavan le città vicino al mare per venire a Gioia Vecchio a villeggiare.

Le curiosavan tutte le campagne in queste nostre alture di montagne. Sceglievan le più splendide giornate per cavalcare e far le scampagnate.

Traversavano i confini di Bisegna, fino alla montagna terraghegna. Altra contrada molto più lontana: pietre gentile e coppo di genzana.

Insomma da vicino e da lontano: la Mantrella, Campomizzo e Montagnano, l’ortella, valle piana e la nevera, valle lunga, monte turchio e la miniera.

Non avevano parimenti quelle feste a mangiare e bere dentro alle foreste. Si mangiava, si beveva e si fumava, e sotto al fresco ognuno riposava.

Non si può rappresentare l’allegria quando tornava quella compagnia. Le signore, signorine e signoroni godevano le miglior consolazioni.

Appena scavalcati in quelle sere, la nostra Gioia era un bel vedere: balli, canti e divertimenti d’ogni sorte, con chitarre, mandolini e pianoforte.

Poi c’era il gran caffè a cappitello, figurava più migliore di un Hotel. Anche le signore ristorava, per la grande pulizia che ci regnava.

Aveva tutte sorte di liquori per ristorare tutti quei signori. Dispensavan vino annoso e la barbera, Fortunato Ludovici e la mogliera.

Gioia era fornita a tutta forza di automobili, di cavalli e di carrozze, di pecore, di vacche e di giumenti. In tutte le contrade erano armenti.

Quando tornavano quelle masserie, tutte incampanate per le vie Buttari, massari e capo galani ritornavano tutti dalla Puglia piana.

Quando arrivavano alla giacente, capre, pecore, vacche e le giumente, tutti andavano a vedere i Gioiesi, l’armentizio del fu Cavaliere Alesi.

La maffia che faceva il Barone, con sei cavalli in mezzo alle persone, faceva una figura da lontano, veramente un barone napolitano.

Innanzi cavalcava la baronessa; ed il baron con la carrozza appresso, cocchier, sotto cocchiere e famiglia: chi alla frusta e chi guidava la briglia.

Indietro ancora un’altra carrozzella di lusso, colorata e molto bella, faceva una figura in che maniera, con le signorine e con la cameriera.

Dopo fatte quelle lunghe passeggiate, tutti andavano a vedere le serate. Quei cavalli tutti in fila e ben ornati, che da Gennarino stavano ammaestrati.

Ed ora, dove siamo, miei fratelli? In mezzo alle macerie dei flagelli. Non c’è casa, né sottano e né soprano, e tutto spiano fatto da Palazzano.

Solo a rammentare, miei Gioiesi, che abbiamo spigionato a sei paesi e questa non è mica una menzogna; che a dire la bugia è una vergogna.

Potete domandar a qualunque anziano, che c’era Campomizzo e Montagnano, Templo, Gioia Vecchio e Gioia al piano, e l’antico paesello di Magrano.

E non credete che sia bugia, che c’è stata fino a ieri S. Lucia, la chiesa, la fontana ed i fabbricati, tutti a Gioia eran gli antenati.

Vedete quanto è certa questa cosa che c’è ancora una stradella ripidosa: il passaggio che facevan gli antenati per andare a soccorrere gli appestati.

Ogni due giorni era il viaggio atroce e passavan sotto al balzo della croce. Andavano diretto a quella zona, a soccorrer gli appestati della cona.

Potete andare a veder quanto vi pare, che quello che vi ho detto non scompare. C’è la grotta che esiste ancora adesso; chiunque va a vedere ne resta impresso.

Il pane si scendeva da lontano per mezzo di una corda, piano piano, con ansia aspettavano i disgraziati che soffrivano fame e panni lacerati.

Proibita gli fu acqua della fonte, che dovevano andare al pozzo senza fondo. Vivevano esiliati a una foresta per la pessima malattia della peste.

Al mondo qualche giorno è da godere, perché non manca mai il dispiacere. Anche noi abbiamo passati alla tagliola, fra la guerra, il terremoto e la spagnuola.

Il settimo si impiantò al confine: fra Lecce e la contrada fossanina; Cantone alto, le ripe ed di rimpetto le tre querce, le pescine ed il pozzetto.

Ora abbiamo varcato tutta l’estensione, che stiamo al confine d’abitazione, e non si può far più lo spostamento, che ce ne andiamo fuori del tenimento.

Dio voglia che l’ottavo non ci sia, da farci retrocedere alla pazzia. Ma se il tellurico si rimette nell’attesa, allora Gioia resterà arresa.

Di questa lunga storia fu l’autore: Angelo Aureli, antico agricoltore, padre di famiglia numerosa, a cinquant’anni privo di ogni cosa.

A cinquant’anni questo vecchiarello restò alla nuda come un’orfanello, gli scomparse moglie e figli ed ogni bene, e restò il vecchio fra miserie e pene.

Lascio considerare a te, caro lettore, quanto gli fu acerbo il suo dolore, a vedersi a fuoco i figli e la compagna, e lui a la nuda in mezzo alla campagna.

I giorni dopo furon lunghi assai, che non trovava più la pace mai. E per divagarsi un poco l’invernata, fece questa antica storia completata.

Sessantacinque anni conteneva quando questa storia componeva. Non dormiva quasi mai il disgraziato per registrare tutto del passato.

Nessuno se lo può immaginare e nemmeno gli si può rappresentare le pene, i dolori e quant’ oltraggio soffri Aureli Angelo fu Biagio.

Il tipografo di questa storia antica è stato il nostro Berardini Enrico, figlio di capomastro muratore, di disegno, di scalpello e di pittore.

Al terremoto fu la sua disdetta. A quella catastrofe maledetta si salvò un’orfanello e un’orfanella: Enrico ed Elisabetta, sua sorella.

Ma perché Enrico era tenerino, fu portato al Patronato da bambino. Dopo fattosi un bel giovan di energia, volle studiare la tipografia.

E per quanto s’impegnò questo Richetto, ce ne stampò trecento di libretti, tutti fatti ben con attenzione, per soddisfar la sua popolazione.

Io autorizzo la tipografia di pubblicare questa poesia. A te Enrico dò tutto l’impegno di farla pubblicare per tutto il Regno.

Conchiudo e metto termine, signori, e perdonate tutti i miei errori. Saluto tutti quanti interamente, chi legge e chi ascolta la presente.

Riferimento autore: “Breve viaggio a Gioia Di Marsi e dintorni” (Testi di Angelo Aureli).

Dovete perdonarmi, miei Signori, se numerosi sono i miei errori, e di usar la massima attenzione, che debbo far una lunga spiegazione.

Se la mia mente non viene a mentire, tante belle cose debbo dire. Debbo spiegare una lunga storia, per lasciare a questa Gioia una memoria.

La cosa che vi spiego più importante è della nostra antica soprastante e di tutti gli antenati paesetti. Ve lo fò capire con i miei versetti.

Campomizzo furono le prime abitazioni, Templo e Montagnano le frazioni. Questo fu all’epoca del mille, dove abitavano gli antenati ed i pupilli.

Dopo molto tempo, questi disgraziati dall’ira di Dio furono castigati. Fra incendio, terremoto e gran nevate, furono tutte queste genti spigionate.

I superstiti che furono salvati costruirono nuovi fabbricati. Lasciarono tutte e tre quelle frazioni e Gioia furono le nuove abitazioni.

Con lungo tempo divennero numerosi, istruiti, ricchi e tutti industriosi. Costruirono una Chiesa colossale, che sembrava veramente una Cattedrale.

Un ricco pastore dal cognome Ferrone fece campana grande ed il tenone. I Lattanzi, gli Incarnati ed altri signori costruirono gli altari a spese loro.

Quanti sudori quei nostri antenati per ultimare quei fabbricati! Solo a pensare quanto sacrificio per innalzare quel frontespizio.

Si doveva carreggiare tutto a schiena, le tavole, i canali, calce e rena, le pietre cantonate e bologníni e numerose somme di quattrini.

I travi trascinati da lontano a forza di animali, piano piano. Soffrivan veramente la tortura, perché non c’era strada nuova addirittura.

Al millecinquecento novantatre, tutto io vi debbo far sapere. Ríta Jacobbe nella sua età impiantò una Congrega di Carità.

Lasciò tutto il patrimonio che aveva a beneficio della Madonna della Neve e lasciò scritto a tutti i confratelli di dar soccorso sempre ai poverelli.

Al mille settecento dieci fu l’unione che si unì con Gioia la frazione. Vi debbo fare tutte le rivele quando Gioia entrò al feudo S. Michele.

Lecce stava prima nell’attesa, ma da Gioia ci restarono con l’offesa. I nostri spalancarono le porte; di fronte a Lecce, Gioia era più forte.

Appena che si furono concordati, costruirono i primi fabbricati. E ci posero il nome da quel giorno: Feudo di S. Angelo Menaforno.

I signori ci formarono i giardini e molta agricoltura i contadini. Impiantarono i frutteti e i vigneti e numerose piante d’oliveti.

Ci avrebbe superata la migragna se eravamo ancora alla montagna. Per la stima che avevano gli antenati, ci troviamo in pianura situati.

Perciò abbiamo lunga l’estensione, per l’accordo fatto Gioia con Sperone. Ma la frazione per l’accordo mal si trova, che non ha neppure un po’ di strada nuova.

Al mille settecento novantaquattro, a Gioia Vecchio fu un gran disastro. Si sviluppò un incendio accelerato che quasi tutto Gioia fu bruciato.

Nel mentre che ardeva in quell’istante, una vecchia spiritosa voltò le piante, cacciò fuori S. Nicola dalla chiesa e si fermò il fuoco in quell’attesa.

Incendiarono centoventiquattro case e tutte quelle necessarie basi. Perciò a Gioia non abbiamo scrittura, che l’archivio fu bruciato addirittura.

Appena successe la rovina, ci fu scritta una pietra in lingua latina, e questa andò sepolta al terremoto; ed io per ricordarvi, ve l’annoto.

Ricominciò il sacrificio quella gente e ricostruirono Gioia interamente, senza scoraggiarsi mai alle sventure, che l’industria riparava le sciagure.

Se ognuno sapesse bene il passato, Gioia come stava organizzato, baroni, cavalieri ed avvocati e tutta Impuglia stavano allocati.

Gli Alesi alla Mendola e Posticciola, i signori Nicolai a Cerignola, i Mascitelli a Orta e Ordone, e a S. Ferdinando il signor Barone.

Quanti signori al nostro

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