Dopo nove mesi di occupazione del paese da parte delle truppe e dei comandi dell’esercito tedesco, era maturata una certa reazione verso di loro e si aspettava la Liberazione. Infatti, gli alleati avanzavano. Fu proprio in quegli ultimi giorni che accaddero le cose più spiacevoli, che avvennero le morti più dolorose; cioè a cavallo di chi andava e di chi veniva. Noi, allo scadere del cinquantesimo anno da quei tempi, che ancora oggi ci fanno accapponare la pelle, vogliamo rievocare i fatti salienti, che più incisero e che più si ricordano.
Nel febbraio 1944, un tedesco si introdusse in una casa ove si vendeva vino e, dopo aver bevuto, volle aggredire la padrona, che era sola in quel momento. Mentre l’aggressione, di carattere sessuale, avveniva e la donna si difendeva, entrò uno della famiglia. Si scagliò contro il tedesco, estrasse la baionetta e lo infilzò, uccidendolo. Per salvare il figliolo, il genitore si accusò, fu tenuto in prigione e poi rilasciato. In paese si temeva l’applicazione della legge di guerra tedesca, che prevedeva la uccisione di dieci cittadini contro uno di loro ucciso.
La legge non fu applicata, perché il tedesco era recidivo. Durante la ritirata, a giugno, il Signor Bifaretti, padre dell’odierno vicario del vescovo di Avezzano, volle inseguire un gruppo di tedeschi che avevano svuotato la sua stalla di due candidi buoi. L’inseguimento fu vano e, mentre tornava in paese, apparvero in cielo alcuni aerei alleati. Uno di essi, vedendo quell’uomo, il quale per la sua altezza e personalità somigliava a un teutone, si staccò dallo stormo e mitragliò l’uomo, il quale non fu colpito e fuggì verso i fossi di salvataggio scavati dai tedeschi ai margini della strada. Tuttavia, non arrivò lontano, perché un’altra sventagliata lo uccise e fu ritrovato bocconi a qualche passo di distanza. Questa fu la versione ufficiale.
Può darsi, però, che fossero stati gli stessi tedeschi ad ucciderlo, vedendosi inseguiti. Occorreva fare l’autopsia ed esaminare i colpi ricevuti, se di fucile o di mitragliera. Qualche esperto, ufficiale o sottufficiale italiano, e ve ne erano in paese, avrebbe potuto benissimo fornire una risposta certa. In quegli ultimi giorni, dati i mitragliamenti e i bombardamenti, si fuggiva nelle campagne e sui monti, allo scopo di scampare alla eventuale morte. Invece, era proprio la zona aperta che poteva rappresentare un pericolo.
Lo scrivente preferì la montagna, poiché ci si poteva occultare meglio. Assieme ad altri, si recò sul monte Lo Pago, alle falde del Velino, e il gruppetto prese posto vicino a un cespuglio, con la visuale di poter ritornare la sera. Ad un certo momento si sentirono scariche di mitra, ma non si riusciva a individuare da quale parte provenissero. Pensavamo di essere al sicuro, invece un’ultima scarica fece alzare la polvere a dieci centimetri dallo scrivente, che era coricato. I colpi caddero in fila, andando dalle gambe alla testa, morti certe quindi.
La fuga, a gambe levate fra cespugli, rocce e alberi, fu immediata e si incominciò a salire sul Velino. Lo scrivente volle voltarsi e notò ben sei tedeschi a leggera distanza fra di loro con tanto di armi, ancora sparare verso di noi ed in altre direzioni. Poi, vistisi distanziati e sicuri che non ci avrebbero colpito in quelle zone rocciose, tornarono indietro. A tarda sera scendemmo, dopo un lungo giro.
Qualche giorno dopo, avvenne il “secondo tempo” della vicenda. Il paese era quasi libero, pochi i tedeschi ancora in giro, soprattutto guastatori che andavano facendo saltare i pali della corrente elettrica e installazioni civili e militari di una certa importanza. Si diceva che tutta via Cicolana sarebbe saltata prima dell’arrivo degli Alleati, rappresentando un fatto da evitare.
Ci fu chi spinse a prendere le armi, quelle lasciate dai tedeschi in fuga nel capanno dell’orto di Paola Di Lorenzo. Si andò in una quindicina. Non vi erano armi leggere; qualcuno aveva violato quel deposito che per i tedeschi rappresentava un peso inutile. Non sapevano che farsene di due mitragliatrici italiane e di molte munizioni, e forse di alcuni fucili e pistole. Una volta là dentro, si cercò di prelevare quello che era rimasto, le due mitraglie, che furono nascoste dietro il vicino colle.
Al momento di prendere le munizioni, ecco arrivare di corsa cinque o sei tedeschi che intimarono l'”alt!”. Qualcuno aveva pensato di avvisarli. Fecero la rivista ai cinque rimasti là dentro. Gli altri erano andati ad occultare le armi prelevate. Ebbene, dalle tasche uscirono una pistola scarica ed una piccola ammazzacani con un minuscolo proiettile. Non vi fu resistenza né alcun atto di reazione; la guardiola funzionò. L’ufficiale chiese ai superiori, ormai lontani, cosa fare. Un motociclista portò la richiesta e, a sera, tornò con l’ordine di scarcerazione.
La difesa si basò sul fatto che si stavano raccogliendo le bombe a mano, che erano state poste in ogni angolo, e che dei ragazzi stavano manovrando con esse, con sommo pericolo loro e di altri. In verità era così; di quel deposito si parlava da giorni. La colpa dell’abbandono era solo dei tedeschi e lo riconobbero; prima di partire avrebbero potuto distruggere o rendere inservibili le armi abbandonate, come la prassi militare esige.
Nella ritirata di Caporetto, l’Italia lasciò, inservibili, ben cinquemila cannoni e si attestò sul Piave con i rimanenti cinquecento. In attesa della sentenza si era riunito intorno al recinto del Comando quasi tutto il paese. Alla domanda del perché delle armi, cioè in quell’interregno fra chi andava e chi stava arrivando, ognuno cercava di armarsi, perché si intuiva che l’avvenire poteva riservare sorprese. Infatti, chi arrivava erano truppe di colore e si sapeva che avevano commesso scelleratezze e stupri.
La sentenza fu favorevole e, a sera inoltrata, mentre poco prima, sul comando tedesco, quattro o cinque aerei alleati facevano carosello (e la cosa stupì tutti, quasi sapessero della vicenda), i cinque giovani tornarono alle loro case grazie soprattutto alla loro dialettica, poiché fra i tedeschi c’era anche un ufficiale che parlava italiano, e alle tesi che seppero improvvisare.
Fu anche in uno di quegli ultimi giorni di occupazione che una decina di soldati, rimasti forse tagliati fuori dal proprio reparto in ritirata, passarono davanti al Convento delle Suore del Preziosissimo Sangue e pensarono di fermarsi per fare visita all’interno.
Con quali intenzioni solo loro sapevano. Scesero dal mezzo e forzarono il cancello, quindi entrarono nell’interno del fabbricato. Il paese era quasi vuoto, sfollato nelle campagne e sopra i monti, ma c’erano il Podestà, il Segretario Comunale, le guardie e altri. Si disse che i vicini udirono grida provenienti da lì e ci fu chi andò a riferire ciò che stava succedendo.
Arrivarono le autorità e altra gente; i tedeschi, vistisi scoperti e smascherati, uscirono. Ai rimbrotti del Podestà, all’epoca Bruschi, il capo tirò fuori la pistola e rifilò dei calci a lui, che reagì mostrando i pugni; partì subito un colpo, mirato a terra. Il proiettile sibilò vicino al gruppo; poi subito un altro. Tutti allora tacquero e presero le strade più disparate, temendo, trovandosi di fronte a gente armata e decisa, di provocare una strage. Partiti i tedeschi e giunti gli Alleati, ci furono altri morti.
Mori sul greto del fiume Salto il pescatore Francuccio, il cui cadavere nessuno volle prelevare per paura delle mine e fu divorato dagli animali. Alcuni giorni dopo, il maggiore in S.P.E. dell’artiglieria alpina Filippo Zuccarini si recò dove era il campo minato per recuperare quella terra alla coltivazione. Una delle ultime mine esplose e gli fece a brandelli una gamba.
Chi dalla strada lo guardava andò nelle case di Piedi Marano a chiedere una vettura e gli fu consegnato un asino con carretto, dove fu caricato e, dopo oltre due ore, giunse nell’ospedale di Avezzano. Si salvò, ma perse la gamba ed interruppe la carriera. Passò il resto della sua vita a Milano, dando lezioni di matematica. Dovette la vita alla sua grande forza d’animo; passò per Magliano, mentre si teneva la gamba, stringendo con le mani le arterie.
Altra mina privò anche il contadino Capritto della gamba sinistra. Al Signor Camminacasa, che batteva, ingenuamente, su un proiettile di mitragliera a mo’ di scalpello, l’esplosione squarciò il ventre. Al contadino ventenne Santucci, che maneggiava un ordigno, l’esplosione asportò la mano sinistra. Fu costretto a cambiare mestiere: fu lo scrivente che lo avviò agli studi e, in scarsi due anni, superò il corso inferiore. Attualmente è in pensione.
Riferimento autore: Radar-Abruzzo, Testi a cura di Guido Amiconi.