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Chiesa Di Santa Lucia… La Ricostruzione E Gli Anni Difficili Del Dopoguerra

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Nonostante i danni di guerra, Magliano sceglie di ricostruire la storica Chiesa di Santa Lucia nelle sue fondamenta originali, rinnovando il legame con il passato.
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La vita della Parrocchia si riorganizza nel dopoguerra, ma la Chiesa di Santa Lucia resta danneggiata con la navata centrale distrutta e solo alcune parti rimaste. Le campane, tuttavia, continuano a suonare, segnando il flusso della vita religiosa. È solo nel 1923 che si torna a parlare della ricostruzione, con il primo progetto dell’ingegner Bastianini, esaminato dal Consiglio superiore dei Lavori Pubblici. I dibattiti sull’ubicazione del nuovo Tempio animano la comunità locale, con il supporto di monsignor Scipioni a favore della sua posizione originale per ragioni storiche e funzionali.

Dopo un intenso dibattito, si decide di ricostruire la Chiesa nelle sue fondamenta originali, nonostante l’espansione del paese. Questa scelta è vista come una preservazione del legame storico con il passato, mentre il tempio continua a rappresentare il cuore di Magliano. Infatti, la sua presenza contribuisce a mantenere un fascino unico sulla comunità che vi si ritrova, specialmente durante le solennità religiose, dove è palpabile un senso di continuità con le generazioni passate.

La ricostruzione del Convento di San Martino e le tensioni tra i frati Francescani e il Vescovo Bagnoli indicano le sfide durante il periodo di rinascita. Il ritorno dei frati in Magliano, dopo anni di assenza, sottolinea l’importanza del Francescanesimo per la comunità, nonostante il contrasto con le nuove autorità ecclesiastiche. Un episodio cruciale è rappresentato dalla ribellione dei fedeli contro le decisioni del Vescovo, culminata in una mediazione efficace da parte di Padre Vincenzo di Lorenzo.

Nel contesto del Fascismo, la vita religiosa affronta ulteriori sfide, ma don Luigi Moro emerge come figura chiave nell’educazione dei giovani, promuovendo l’Azione Cattolica. Nonostante le pressioni esterne, il suo operato porta a successi, con i giovani che partecipano attivamente a competizioni catechistiche. Parallelamente, si avvia la ricostruzione di altre chiese, come quella di San Rocco, simbolo di gratitudine verso i caduti di guerra.

Verso la fine degli anni ’30, il processo di ricostruzione della Chiesa di Santa Lucia si intensifica con nuovi progetti, anche se il confronto tra la visione di monsignor Scipioni e le decisioni pratiche rimane prevalente. La tensione tra l’ideale di un’architettura sacra e le necessità funzionali segna profondamente gli interventi, portando a una revisione dei piani originali e una continua ricerca di armonia tra il passato e le esigenze attuali.

Riferimento autore: Prof. Giuseppe Di Girolamo.

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La vita della Parrocchia intanto si riorganizza. Dopo la Grande Guerra, riprende l’opera di ricostruzione, ma la Chiesa di Santa Lucia doveva ancora rimanere lì, con la navata centrale sfondata e la navatella di destra inesistente. Le uniche parti rimaste erano la navatella di sinistra con le arcate e le finestre, ma spiombata ed impegnata di lesioni fino all’abside, la cupola, il campanile e la parte inferiore della facciata. Il campanile adempiva ancora alle sue funzioni; le campane erano ancora sul posto a far sentire la loro voce solenne. Anche l’orologio fu posto sul campanile e il quadrante fu collocato sotto il finestrone centrale. Le ore che dall’alto della grande torre seguitavano a segnare i diversi momenti del giorno volevano indicare che nella vita della cittadina, sia sotto il profilo religioso che civico, non ci doveva essere interruzione fra prima e dopo il terremoto. Bisognerà attendere l’anno 1923 per sentir riparlare della ricostruzione della Chiesa. Il primo progetto, infatti, fu quello dell’ingegner Bastianini, che fu esaminato dal Consiglio superiore dei Lavori Pubblici in data 18 settembre 1923. Il progetto prevedeva la ricostruzione della facciata così come doveva essere nel secolo XVI, ma non se ne fece niente fino al 1929, quando la progettazione fu affidata all’ingegner Sabatini.

Intanto, vivacissime erano le polemiche sorte su dove dovesse sorgere il nuovo Tempio. C’era chi, tenendo conto che il paese nel frattempo si era espanso verso il piano, avrebbe voluto che la nuova Chiesa sorgesse nei pressi dell’attuale piazza della Repubblica, dove meglio avrebbe potuto assolvere al suo compito. Altri, invece, sostenevano che dovesse risorgere nel posto primitivo, sulle stesse fondamenta, sia per ragioni storiche sia per opportunità e funzionalità. Scrive monsignor Scipioni, fautore di quest’ultima tesi: “ebbene, a proposito, essendo esso il centro del paese, che gli si svolge intorno a guisa di raggera e su cui tutti possono accedere con facilità. Qualunque spostamento agevolava una parte dei cittadini, danneggiava altri”.

Vinsero questi ultimi, ed è bene che sia stato così. Anche se nel frattempo l’abitato si era maggiormente distanziato dal tempio, una diversa ubicazione non avrebbe giovato alla funzionalità. Infatti, il paese si era espanso in molteplici direzioni, piuttosto disordinatamente ed in modo imprevisto. Con le numerose abitazioni poste agli estremi del paese, si va dalla strada per Rosciolo ai confini col Comune di Massa, e lungo la strada per Avezzano, a contatto con le abitazioni di Cappelle.

Avrebbe inoltre rotto quel filo conduttore che ci lega al passato di cui siamo orgogliosi, ed avremmo perduto l’unico posto veramente suggestivo di Magliano, che costituisce l’ammirazione per il forestiero. Proviamo infatti ad immaginare l’attuale Chiesa in altro luogo. Perderebbe gran parte del suo fascino e lo stesso panorama di Magliano, senza la Chiesa ed il campanile “che gli fan corona”, si ridurrebbe ad un panorama piatto, come tanti altri, senza una propria fisionomia. Quando saliamo alla Chiesa di Santa Lucia, per pregare e comunicare con Dio, sembra quasi che la nostra preghiera si unisca a quella delle molteplici generazioni che ci hanno preceduto; è come il ritrovamento della patria perduta.

Pensiamo alle solenni cerimonie delle più grandi Feste dell’anno, quando, in attesa di entrare in Chiesa, sostiamo nella piazzetta di Santa Lucia. Sembra allora di ritornare come una volta, quando il paese era più unito, il vivere sociale più sentito; non c’era ancora il dramma della solitudine esistenziale, che rende la vita odierna così squallida, così assurda. Abbiamo detto che all’indomani del conflitto mondiale riprendeva febbrile l’opera di ricostruzione. Il Sindaco ed i pochi superstiti del Consiglio Comunale si erano dimessi ad un mese dal terremoto. Dato il momento eccezionale, era stato nominato Delegato Speciale il Rag. Mario Alonzo, che rimase in carica fino al novembre del 1920. Accanto alla ricostruzione materiale si andava riorganizzando anche la vita civica e religiosa.

Ma questo nuovo risveglio non doveva essere senza contrasti. Il terremoto, oltre a distruggere il centro abitato, aveva anche gravemente danneggiato la Chiesa ed il Convento di San Martino. Qui esercitavano il sacro Ministero i Frati Francescani fin dal 1608, sebbene tale attività fosse stata interrotta prima dalle leggi napoleoniche poi dalle cosiddette leggi eversive del 1866. Vi erano tornati i frati per interessamento del Comune. La popolazione maglianese ha sempre tenuto in grande considerazione i figli di San Francesco. Nella Chiesa di San Martino si recavano spesso i fedeli, anche se il convento distava circa tre chilometri dall’abitato. Nelle tradizionali visite ai Sepolcri, lunghe file di devoti si snodavano lungo la Via Solara, per recarsi in quella Chiesa.

La stessa festa di S. Antonio, di cui abbiamo parlato in precedenza, che si celebrò negli anni 1848-1850, e quella a ricordo del XX ottobre 1860, testimoniano l’influenza esercitata dal Francescanesimo sulla popolazione di Magliano e la collaborazione fra l’attività della parrocchia e quella dei Francescani, ad eccezione di qualche lieve contrasto. Reso inabitabile il convento, i Padri si trasferirono nel caseggiato agricolo del Signor Nicola Di Clemente a Cotecorno, messo da questi gentilmente a loro disposizione. Qui i Padri esercitarono il loro ministero fino al 1922. Da anni il Convento dei Padri Domenicani, che sorge nel rione che da esso prende il nome, non era più abitato, se non in qualche periodo dell’anno e sempre più raramente. In precedenza il Vescovo monsignor Giacci aveva preso contatti col Padre Generale dell’Ordine Domenicano per poter acquistare l’immobile per adibirlo a ritiro di seminaristi.

In realtà poi non se ne era fatto nulla, essendoci state nel frattempo le dimissioni di monsignor Giacci. A questo grande complesso pose la mira il Padre Guardiano Padre Giuseppe Ciavattoni, iniziando le trattative con i Padri Domenicani. L’ubicazione del Convento ed una chiesa bella e vasta costituivano una valida premessa per un’efficace azione pastorale. Molti cittadini, specialmente quelli abitanti in Via Fonte Nuova, Aia Caparro e Via Poggio Filippo, vedevano con entusiasmo una tale soluzione. Ma il Vescovo Bagnoli, venuto a conoscenza delle intenzioni dei Frati, timoroso che la situazione, che si sarebbe venuta a creare, avrebbe nuociuto all’unità dell’azione pastorale svolta dalla Parrocchia di Santa Lucia, pose il veto.

Il parroco don Vincenzo Giusti non poteva che seguire il suo Vescovo. L’operato del Vescovo suscitava una violenta reazione da parte del popolo. Infatti, la cittadinanza si era divisa in due fazioni: quelli che volevano i Frati, e quelli che desideravano invece che venissero rispettati gli ordini del Vescovo. I primi erano però più decisi e, mentre incitavano i frati a prendere possesso di San Domenico, sprangarono le porte di Santa Maria di Loreto, che fungeva da parrocchia, per impedire al parroco di celebrare le Sacre Funzioni.

Invano si tentò di ricorrere alla forza pubblica per ripristinare l’ordine. La situazione rischiava di diventare sempre più incandescente, anche perché il Vescovo aveva minacciato l’interdetto alla Chiesa di San Domenico. Fortunatamente giunse l’opera mediatrice di Padre Vincenzo di Lorenzo, il quale, per la sua alta carica di organizzatore dei Congressi Eucaristici, era molto sentito in Vaticano. Un inviato della Curia consigliò monsignor Bagnoli a cedere, patteggiando con i Padri Francescani, che avrebbero dovuto chiedere perdono pubblico al Vescovo. Ciò avvenne nella pubblica piazza di Magliano alla presenza delle autorità civili e della cittadinanza.

Don Vincenzo Giusti fu trasferito ad Avezzano, dove ebbe la Parrocchia di San Giuseppe, in attesa di divenir parroco della Cattedrale, non appena questa fosse costruita. Tale trasferimento dispiacque a quanti, liberi da faziosità, avevano avuto modo di ammirare la bontà, l’equilibrio e la fede di questo figlio di Magliano. Intanto, prima che venisse eletto il nuovo Parroco, ebbe l’incarico di economo curato don Ferdinando Petricca. Durante la sua reggenza, venne, per la sua seconda visita pastorale, il Vescovo Bagnoli, che esortò il Sacerdote ad istituire l’Azione Cattolica. Nel 1923 prendeva, intanto, possesso della Parrocchia di Santa Lucia don Luigi Moro, di Ortona dei Marsi.

Uomo di eccezionale bontà, è rimasto nel cuore di quanti ebbero la fortuna di conoscerlo. Pur essendo per natura portato alla meditazione ed al raccoglimento più che all’azione, tuttavia fu lui a dare realmente inizio all’Azione Cattolica, curando in modo particolare il settore ragazzi e quello giovani. I maschi si riunivano in casa del Parroco, mentre le femmine presso le Suore del Preziosissimo Sangue. La vita di gruppo era molto sentita e non era cosa facile per quei tempi. Ci troviamo ancora negli anni del dopoguerra, con tutte le tensioni che sono proprie di tali epoche.

Il Fascismo, arrivato da poco al potere, pur dimostrandosi ben disposto verso il Vaticano per motivi puramente strumentali, tendeva a trasformarsi in regime. Pertanto, pretendeva sempre di più di essere l’unico depositario per l’educazione delle nuove generazioni, e mal sopportava che altre organizzazioni, anche a sfondo religioso, ostacolassero questo suo piano. La situazione divenne incandescente nel 1931. Sebbene nel 1929 ci fosse stato il Concordato, vennero occupate le sedi dell’associazione e compiuti atti intimidatori. Ma il carattere fermo di Papa Pio XI infine prevalse, sebbene la bandiera bianca dell’Azione cattolica italiana fosse sostituita con quella tricolore.

Il 20 ottobre 1926, in occasione della celebrazione della tradizionale festa, venne organizzata una grande Giornata Antiblasfema, nel tentativo, purtroppo riuscito vano, di estirpare quel brutto vizio, che è la bestemmia, gravissima offesa a Dio e segno di grande inciviltà. Per ricordare a tutti il proprio dovere, furono affisse nelle porte delle case delle speciali tabelle antiblasfeme. Cura particolare Don Luigi Moro pone nell’educazione religiosa. L’insegnamento del Catechismo è svolto personalmente da lui per gran parte dell’anno. Molti ragazzi e giovani partecipano alle gare catechistiche, che si tengono ad Avezzano. Nell’anno 1932, ben quattordici, appartenenti all’Azione Cattolica, partecipano ad una gara di cultura religiosa con risultati lusinghieri.

Durante questi anni si provvedeva pure a ricostruire la Chiesa di S. Rocco, dedicata al Nome di Maria. Veniva ricostruita a spese del popolo, che intendeva con questo Tempio onorare i Caduti di tutte le guerre. “Con l’erezione di questo Tempio”, scrive Mons. Scipioni, “che avvicina a Dio e consegna all’immortalità i Caduti per la Patria, la cittadinanza maglianese ha sciolto il voto di amore e di riconoscenza, di venerazione agli eroi, che caddero da prodi nel campo di battaglia”. La chiesa venne inaugurata con solenne cerimonia il 20 ottobre 1932. Fra le autorità intervenute ci fu l’Ordinario Militare Mons. Angelo Bartolommasi.

L’interno fu decorato con arte e passione dal pittore maglianese Oreste Amiconi, coadiuvato dal decoratore Giovanni Amícucci. In un secondo tempo, lo stesso artista Amiconi dotò la Chiesa di una sua pregevolissima opera: la Pietà, che posta al centro dell’abside, dà a tutto il complesso un significato profondamente religioso: il dolore come strumento di purificazione e di salvezza. Le due visite pastorali di Bagnoli, quella del 14 aprile 1932 e quella dell’aprile 1937, al di là della somministrazione del sacramento della Cresima, non rivestono particolari novità. La vita si svolge nell’ordine e nella pietà.

Mancando una Chiesa sufficiente a contenere i devoti, furono tenute due missioni nella Chiesa di San Domenico: precisamente nel 1930 e nel 1936. A ricordo della prima fu innalzata la croce nei pressi del convento, a ricordo della seconda, quella in Via Scurcola, che sostituiva un’altra croce in legno di una missione precedente. Intanto, si torna a parlare della ricostruzione della Chiesa di Santa Lucia. Il parroco don Luigi Moro ed il podestà dell’epoca, prof. Vincenzo Pietrangeli, premono continuamente presso gli organi competenti.

Nel 1929 viene redatto un nuovo progetto ad opera dell’ingegner Cesare Sabatini. Questi, a proposito della facciata, si propose di ripristinarla così come era prima del terremoto, con tutte le aggiunte posteriori al secolo XVI. Certamente, non tutti furono d’accordo con questa soluzione. Mons. Scipioni, studioso di arte, avrebbe voluto che si tornasse alla “primitiva purezza della facciata”. Proponeva, quindi, che si tornasse ad insistere presso le Autorità Superiori per l’abolizione della finestra, perché, concludeva, “è una vera stonatura!”. L’interno della Chiesa era previsto, fatte le debite proporzioni, come quello della Chiesa di San Nicola di Cappelle. Fortunatamente, la realizzazione non fu quella prevista dal progetto.

Riferimento autore: “La chiesa di Santa Lucia in Magliano dei Marsi” (Testi a cura del Prof. Giuseppe Di Girolamo).

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La vita della Parrocchia intanto si riorganizza. Dopo la Grande Guerra, riprende l’opera di ricostruzione, ma la Chiesa di Santa Lucia doveva ancora rimanere lì, con la navata centrale sfondata e la navatella di destra inesistente. Le uniche parti rimaste erano la navatella di sinistra con le arcate e le finestre, ma spiombata ed impegnata di lesioni fino all’abside, la cupola, il campanile e la parte inferiore della facciata. Il campanile adempiva ancora alle sue funzioni; le campane erano ancora sul posto a far sentire la loro voce solenne. Anche l’orologio fu posto sul campanile e il quadrante fu collocato sotto il finestrone centrale. Le ore che dall’alto della grande torre seguitavano a segnare i diversi momenti del giorno volevano indicare che nella vita della cittadina, sia sotto il profilo religioso che civico, non ci doveva essere interruzione fra prima e dopo il terremoto. Bisognerà attendere l’anno 1923 per sentir riparlare della ricostruzione della Chiesa. Il primo progetto, infatti, fu quello dell’ingegner Bastianini, che fu esaminato dal Consiglio superiore dei Lavori Pubblici in data 18 settembre 1923. Il progetto prevedeva la ricostruzione della facciata così come doveva essere nel secolo XVI, ma non se ne fece niente fino al 1929, quando la progettazione fu affidata all’ingegner Sabatini.

Intanto, vivacissime erano le polemiche sorte su dove dovesse sorgere il nuovo Tempio. C’era chi, tenendo conto che il paese nel frattempo si era espanso verso il piano, avrebbe voluto che la nuova Chiesa sorgesse nei pressi dell’attuale piazza della Repubblica, dove meglio avrebbe potuto assolvere al suo compito. Altri, invece, sostenevano che dovesse risorgere nel posto primitivo, sulle stesse fondamenta, sia per ragioni storiche sia per opportunità e funzionalità. Scrive monsignor Scipioni, fautore di quest’ultima tesi: “ebbene, a proposito, essendo esso il centro del paese, che gli si svolge intorno a guisa di raggera e su cui tutti possono accedere con facilità. Qualunque spostamento agevolava una parte dei cittadini, danneggiava altri”.

Vinsero questi ultimi, ed è bene che sia stato così. Anche se nel frattempo l’abitato si era maggiormente distanziato dal tempio, una diversa ubicazione non avrebbe giovato alla funzionalità. Infatti, il paese si era espanso in molteplici direzioni, piuttosto disordinatamente ed in modo imprevisto. Con le numerose abitazioni poste agli estremi del paese, si va dalla strada per Rosciolo ai confini col Comune di Massa, e lungo la strada per Avezzano, a contatto con le abitazioni di Cappelle.

Avrebbe inoltre rotto quel filo conduttore che ci lega al passato di cui siamo orgogliosi, ed avremmo perduto l’unico posto veramente suggestivo di Magliano, che costituisce l’ammirazione per il forestiero. Proviamo infatti ad immaginare l’attuale Chiesa in altro luogo. Perderebbe gran parte del suo fascino e lo stesso panorama di Magliano, senza la Chiesa ed il campanile “che gli fan corona”, si ridurrebbe ad un panorama piatto, come tanti altri, senza una propria fisionomia. Quando saliamo alla Chiesa di Santa Lucia, per pregare e comunicare con Dio, sembra quasi che la nostra preghiera si unisca a quella delle molteplici generazioni che ci hanno preceduto; è come il ritrovamento della patria perduta.

Pensiamo alle solenni cerimonie delle più grandi Feste dell’anno, quando, in attesa di entrare in Chiesa, sostiamo nella piazzetta di Santa Lucia. Sembra allora di ritornare come una volta, quando il paese era più unito, il vivere sociale più sentito; non c’era ancora il dramma della solitudine esistenziale, che rende la vita odierna così squallida, così assurda. Abbiamo detto che all’indomani del conflitto mondiale riprendeva febbrile l’opera di ricostruzione. Il Sindaco ed i pochi superstiti del Consiglio Comunale si erano dimessi ad un mese dal terremoto. Dato il momento eccezionale, era stato nominato Delegato Speciale il Rag. Mario Alonzo, che rimase in carica fino al novembre del 1920. Accanto alla ricostruzione materiale si andava riorganizzando anche la vita civica e religiosa.

Ma questo nuovo risveglio non doveva essere senza contrasti. Il terremoto, oltre a distruggere il centro abitato, aveva anche gravemente danneggiato la Chiesa ed il Convento di San Martino. Qui esercitavano il sacro Ministero i Frati Francescani fin dal 1608, sebbene tale attività fosse stata interrotta prima dalle leggi napoleoniche poi dalle cosiddette leggi eversive del 1866. Vi erano tornati i frati per interessamento del Comune. La popolazione maglianese ha sempre tenuto in grande considerazione i figli di San Francesco. Nella Chiesa di San Martino si recavano spesso i fedeli, anche se il convento distava circa tre chilometri dall’abitato. Nelle tradizionali visite ai Sepolcri, lunghe file di devoti si snodavano lungo la Via Solara, per recarsi in quella Chiesa.

La stessa festa di S. Antonio, di cui abbiamo parlato in precedenza, che si celebrò negli anni 1848-1850, e quella a ricordo del XX ottobre 1860, testimoniano l’influenza esercitata dal Francescanesimo sulla popolazione di Magliano e la collaborazione fra l’attività della parrocchia e quella dei Francescani, ad eccezione di qualche lieve contrasto. Reso inabitabile il convento, i Padri si trasferirono nel caseggiato agricolo del Signor Nicola Di Clemente a Cotecorno, messo da questi gentilmente a loro disposizione. Qui i Padri esercitarono il loro ministero fino al 1922. Da anni il Convento dei Padri Domenicani, che sorge nel rione che da esso prende il nome, non era più abitato, se non in qualche periodo dell’anno e sempre più raramente. In precedenza il Vescovo monsignor Giacci aveva preso contatti col Padre Generale dell’Ordine Domenicano per poter acquistare l’immobile per adibirlo a ritiro di seminaristi.

In realtà poi non se ne era fatto nulla, essendoci state nel frattempo le dimissioni di monsignor Giacci. A questo grande complesso pose la mira il Padre Guardiano Padre Giuseppe Ciavattoni, iniziando le trattative con i Padri Domenicani. L’ubicazione del Convento ed una chiesa bella e vasta costituivano una valida premessa per un’efficace azione pastorale. Molti cittadini, specialmente quelli abitanti in Via Fonte Nuova, Aia Caparro e Via Poggio Filippo, vedevano con entusiasmo una tale soluzione. Ma il Vescovo Bagnoli, venuto a conoscenza delle intenzioni dei Frati, timoroso che la situazione, che si sarebbe venuta a creare, avrebbe nuociuto all’unità dell’azione pastorale svolta dalla Parrocchia di Santa Lucia, pose il veto.

Il parroco don Vincenzo Giusti non poteva che seguire il suo Vescovo. L’operato del Vescovo suscitava una violenta reazione da parte del popolo. Infatti, la cittadinanza si era divisa in due fazioni: quelli che volevano i Frati, e quelli che desideravano invece che venissero rispettati gli ordini del Vescovo. I primi erano però più decisi e, mentre incitavano i frati a prendere possesso di San Domenico, sprangarono le porte di Santa Maria di Loreto, che fungeva da parrocchia, per impedire al parroco di celebrare le Sacre Funzioni.

Invano si tentò di ricorrere alla forza pubblica per ripristinare l’ordine. La situazione rischiava di diventare sempre più incandescente, anche perché il Vescovo aveva minacciato l’interdetto alla Chiesa di San Domenico. Fortunatamente giunse l’opera mediatrice di Padre Vincenzo di Lorenzo, il quale, per la sua alta carica di organizzatore dei Congressi Eucaristici, era molto sentito in Vaticano. Un inviato della Curia consigliò monsignor Bagnoli a cedere, patteggiando con i Padri Francescani, che avrebbero dovuto chiedere perdono pubblico al Vescovo. Ciò avvenne nella pubblica piazza di Magliano alla presenza delle autorità civili e della cittadinanza.

Don Vincenzo Giusti fu trasferito ad Avezzano, dove ebbe la Parrocchia di San Giuseppe, in attesa di divenir parroco della Cattedrale, non appena questa fosse costruita. Tale trasferimento dispiacque a quanti, liberi da faziosità, avevano avuto modo di ammirare la bontà, l’equilibrio e la fede di questo figlio di Magliano. Intanto, prima che venisse eletto il nuovo Parroco, ebbe l’incarico di economo curato don Ferdinando Petricca. Durante la sua reggenza, venne, per la sua seconda visita pastorale, il Vescovo Bagnoli, che esortò il Sacerdote ad istituire l’Azione Cattolica. Nel 1923 prendeva, intanto, possesso della Parrocchia di Santa Lucia don Luigi Moro, di Ortona dei Marsi.

Uomo di eccezionale bontà, è rimasto nel cuore di quanti ebbero la fortuna di conoscerlo. Pur essendo per natura portato alla meditazione ed al raccoglimento più che all’azione, tuttavia fu lui a dare realmente inizio all’Azione Cattolica, curando in modo particolare il settore ragazzi e quello giovani. I maschi si riunivano in casa del Parroco, mentre le femmine presso le Suore del Preziosissimo Sangue. La vita di gruppo era molto sentita e non era cosa facile per quei tempi. Ci troviamo ancora negli anni del dopoguerra, con tutte le tensioni che sono proprie di tali epoche.

Il Fascismo, arrivato da poco al potere, pur dimostrandosi ben disposto verso il Vaticano per motivi puramente strumentali, tendeva a trasformarsi in regime. Pertanto, pretendeva sempre di più di essere l’unico depositario per l’educazione delle nuove generazioni, e mal sopportava che altre organizzazioni, anche a sfondo religioso, ostacolassero questo suo piano. La situazione divenne incandescente nel 1931. Sebbene nel 1929 ci fosse stato il Concordato, vennero occupate le sedi dell’associazione e compiuti atti intimidatori. Ma il carattere fermo di Papa Pio XI infine prevalse, sebbene la bandiera bianca dell’Azione cattolica italiana fosse sostituita con quella tricolore.

Il 20 ottobre 1926, in occasione della celebrazione della tradizionale festa, venne organizzata una grande Giornata Antiblasfema, nel tentativo, purtroppo riuscito vano, di estirpare quel brutto vizio, che è la bestemmia, gravissima offesa a Dio e segno di grande inciviltà. Per ricordare a tutti il proprio dovere, furono affisse nelle porte delle case delle speciali tabelle antiblasfeme. Cura particolare Don Luigi Moro pone nell’educazione religiosa. L’insegnamento del Catechismo è svolto personalmente da lui per gran parte dell’anno. Molti ragazzi e giovani partecipano alle gare catechistiche, che si tengono ad Avezzano. Nell’anno 1932, ben quattordici, appartenenti all’Azione Cattolica, partecipano ad una gara di cultura religiosa con risultati lusinghieri.

Durante questi anni si provvedeva pure a ricostruire la Chiesa di S. Rocco, dedicata al Nome di Maria. Veniva ricostruita a spese del popolo, che intendeva con questo Tempio onorare i Caduti di tutte le guerre. “Con l’erezione di questo Tempio”, scrive Mons. Scipioni, “che avvicina a Dio e consegna all’immortalità i Caduti per la Patria, la cittadinanza maglianese ha sciolto il voto di amore e di riconoscenza, di venerazione agli eroi, che caddero da prodi nel campo di battaglia”. La chiesa venne inaugurata con solenne cerimonia il 20 ottobre 1932. Fra le autorità intervenute ci fu l’Ordinario Militare Mons. Angelo Bartolommasi.

L’interno fu decorato con arte e passione dal pittore maglianese Oreste Amiconi, coadiuvato dal decoratore Giovanni Amícucci. In un secondo tempo, lo stesso artista Amiconi dotò la Chiesa di una sua pregevolissima opera: la Pietà, che posta al centro dell’abside, dà a tutto il complesso un significato profondamente religioso: il dolore come strumento di purificazione e di salvezza. Le due visite pastorali di Bagnoli, quella del 14 aprile 1932 e quella dell’aprile 1937, al di là della somministrazione del sacramento della Cresima, non rivestono particolari novità. La vita si svolge nell’ordine e nella pietà.

Mancando una Chiesa sufficiente a contenere i devoti, furono tenute due missioni nella Chiesa di San Domenico: precisamente nel 1930 e nel 1936. A ricordo della prima fu innalzata la croce nei pressi del convento, a ricordo della seconda, quella in Via Scurcola, che sostituiva un’altra croce in legno di una missione precedente. Intanto, si torna a parlare della ricostruzione della Chiesa di Santa Lucia. Il parroco don Luigi Moro ed il podestà dell’epoca, prof. Vincenzo Pietrangeli, premono continuamente presso gli organi competenti.

Nel 1929 viene redatto un nuovo progetto ad opera dell’ingegner Cesare Sabatini. Questi, a proposito della facciata, si propose di ripristinarla così come era prima del terremoto, con tutte le aggiunte posteriori al secolo XVI. Certamente, non tutti furono d’accordo con questa soluzione. Mons. Scipioni, studioso di arte, avrebbe voluto che si tornasse alla “primitiva purezza della facciata”. Proponeva, quindi, che si tornasse ad insistere presso le Autorità Superiori per l’abolizione della finestra, perché, concludeva, “è una vera stonatura!”. L’interno della Chiesa era previsto, fatte le debite proporzioni, come quello della Chiesa di San Nicola di Cappelle. Fortunatamente, la realizzazione non fu quella prevista dal progetto.

Riferimento autore: “La chiesa di Santa Lucia in Magliano dei Marsi” (Testi a cura del Prof. Giuseppe Di Girolamo).

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