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Dal Secolo Xvi Alla Fine Del ‘700

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Guerra, saccheggi e rinascita: le lotte di potere in Marsica segnano una storia di distruzione e rinascita culturale tra famiglie nobili e interventi papali.
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Il territorio della Pescina, entrato nel Ducato di Tagliacozzo, subì le conseguenze delle lotte tra le famiglie Colonna e Orsini, ciascuna schierata per preservare o riconquistare il potere in un’Italia scossa dalle guerre di predominio tra Francia e Spagna. La riconciliazione delle due famiglie avvenne nel 1511 grazie a Papa Giulio II, il quale fece coniare una medaglia col motto Pax Romana. Tuttavia, il 1528 si rivelò un anno drammatico: l’alleanza tra l’Impero di Carlo V e i Colonna sfociò in saccheggi a Roma e culminò in una guerra che avrebbe segnato la Marsica e l’Italia.

La Lega di Cognac, formata da Clemente VII e diversi Stati italiani, in risposta all’accresciuta potenza di Carlo V, non riuscì a resistere agli interessi regionali. I Colonna, supportati da Ugo di Moncada, saccheggiarono il Vaticano, provocando la presa di posizione di Clemente VII, costretto a negoziare a causa della crescente minaccia turca. Questo evento rappresentò solo un’anticipazione di ciò che attendeva Roma, visto che l’azione dei Lanzichenecchi nel 1527 sfociò in un saccheggio inaudito, col Papa bloccato a Castel Sant’Angelo e costretto addirittura a fuggire ad Orvieto per salvare la vita.

Le tensioni non si placarono. L’anno seguente, Clemente VII ordinò una campagna contro la famiglia rivale dei Colonna, portando a battaglie sanguinose e alla devastazione delle terre della Marsica, inclusa la distruzione del borgo accanto a Santa Maria ad Nives. Da quel momento, gli abitanti superstiti si rifugiarono nel nuovo borgo, il castrum novum, mentre le fortificazioni iniziate nel Cinquecento segnavano un tentativo di ricostruzione e protezione.

Il Seicento portò non solo distruzioni, ma anche un certo risveglio culturale. La Chiesa di Santa Lucia, fulcro della vita religiosa, divenne parrocchia nel 1571, mentre nel 1588 le confraternite locali fondarono uno dei primi Monti di pietà. Durante i conflitti per il potere spagnolo, il paese visse saccheggi e devastazioni, come nel 1646, con Magliano frequentemente coinvolto in alterne fortune. Anche se assediato da pestilenze e carestie, il Settecento vide una ripresa demografica e l’esemplare produzione di zafferano, elemento chiave dell’economia locale.

Le riforme del governo borbonico all’inizio dell’Ottocento portano a rapidi cambiamenti: dall’abolizione del feudalesimo a una nuova organizzazione amministrativa. Anche se la borghesia emergente si affermava attraverso acquisti e riforme, la popolazione contadina subiva il peso di una transizione scoordinata. Le tensioni politiche infine sfociarono nella guerra con la Francia, mettendo in discussione l’equilibrio di potere e il destino della comunità maglianese.

Riferimento autore: Prof. Giuseppe Di Girolamo.

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(Testi a cura del Prof. Giuseppe Di Girolamo)

Entrato il nostro territorio nel Ducato di Tagliacozzo, ne doveva subire tutte le conseguenze, liete e tristi. Assistette alle lotte fra Colonna e Orsini, che nel più ampio quadro delle guerre di predominio tra Francia e Spagna, si gettarono chi da una parte, chi dall’altra, allo scopo di salvaguardare o riconquistare il potere. Per opera di Giulio II nel 1511, le due famiglie rivali si riconciliarono. Il Papa, per l’occasione, fece coniare una medaglia col motto Pax Romana. Ma l’accordo non doveva durare a lungo. Un anno particolarmente drammatico per il nostro territorio fu il 1528. Per comprenderne l’importanza e valutarne le conseguenze, è necessario tracciare un quadro generale dei gravi eventi che funestarono l’Italia, in modo particolare Roma, con pesanti ripercussioni per le nostre zone.

Gli stati italiani, allarmati della crescente potenza imperiale di Carlo V, che con la vittoria su Francesco I a Pavia e il conseguente trattato di pace di Madrid, era divenuto di fatto l’arbitro delle sorti italiane, accolsero l’invito di Clemente VII di unirsi in una lega. Costui aveva già preso contatto con Francesco I, il quale si espresse favorevole e si dichiarò disposto a farne parte per rifarsi dell’umiliazione subita a Pavia. Così sorse la Lega di Cognac tra Clemente VII, Francesco I, Venezia, Francesco Sforza, Firenze, e Genova, con la sua poderosa flotta comandata da Andrea Doria. La lega si presentava agli italiani come un grande sforzo verso la liberazione della penisola da ogni soggezione straniera, suscitando anche il plauso di Machiavelli.

Purtroppo, come spesso avverrà in Italia, interessi particolari urtarono contro l’unità necessaria a combattere un avversario formidabile. I Colonna, inclusi Ascanio Colonna, duca di Tagliacozzo, nel settembre del 1526, d’accordo con Ugo di Moncada, rappresentante dell’impero a Roma, marciarono contro il Vaticano con 5000 uomini. Saccheggiarono i Palazzi papali, incendiarono il quartiere di Borgo e si ritirarono il 22 settembre a Grottaferrata con un pesante bottino. Il Papa, preoccupato anche della notizia che l’esercito ungherese era stato sconfitto dai Turchi, che minacciavano l’Europa, fu costretto dal rappresentante imperiale a venire a patti e concedere l’amnistia ai Colonna.

L’invasione del Vaticano da parte dei Colonna fu come un breve preludio per il diluvio che, l’anno dopo, avrebbe travolto la città eterna. Le vicende della Lega, mancando un coordinamento delle diverse forze, non andavano affatto bene. Le cose precipitarono quando, in aiuto di Carlo V, intervenne dalla Germania una compagnia di Lanzichenecchi guidati dal celebre condottiero luterano Giorgio di Frundsberg. La compagnia, composta da oltre diecimila uomini vogliosi di viaggiare e fare bottino, iniziò la sua marcia dal Tirolo Meridionale attraversando le contrade italiane, incontrando solo sporadiche resistenze. Tuttavia, il condottiero perì a causa di una sedizione scoppiata fra i suoi soldati affamati.

La marcia verso Roma proseguì agli ordini di Carlo duca di Borbone. A Roma c’era la peste e la carestia, e si apprese con spavento la notizia dell’avanzata dell’esercito luterano da una parte e dall’altra quella del viceré di Napoli, che si avvicinava con la flotta dalla parte del mare. Il 6 maggio, l’esercito imperiale assalì Roma. La mattina del giorno successivo, la città offriva uno spettacolo miserando. I Lanzichenecchi, privati del loro capo, il Borbone, colpito da un colpo di archibugio proveniente da Castel Sant’Angelo, si dettero a un saccheggio indiscriminato, commettendo le azioni più nefande. Le donne, i bambini e i vecchi non vennero risparmiati. Il Papa, rinchiuso a Castel Sant’Angelo, tentava tutte le vie diplomatiche per uscire da simile situazione.

Nella notte fra il 6 e il 7 dicembre, abbandonò Castel Sant’Angelo e si rifugiò a Orvieto. La Lega di Cognac di fatto si sciolse. L’anno successivo, Clemente VII, riappacificatosi con l’imperatore, non solo comminò la scomunica alla famiglia rivale dei Colonna, ma diede incarico a Renzo di Ceri, Paolo Vitelli e all’abate Napoleone Orsini di scacciarla dai propri domini. L’Orsini invase e devastò le terre e i castelli dei Colonna. Per la via di Arsoli entrò nel ducato di Tagliacozzo e, non incontrando resistenza, giunse a porre il campo nei pressi di Magliano, secondo la tradizione, nella zona delle Forche, a ridosso di Santa Maria ad Nives. Non tardò a giungervi Scipione Colonna, Vescovo di Rieti. Si scatenò una lunga e sanguinosa battaglia, nella quale rimase ucciso quest’ultimo. Perirono 400 colonnesi, mentre circa 800 furono presi prigionieri. Il cardinale Colonna fu seppellito a Magliano.

Il vecchio borgo, accanto a Santa Maria ad Nives, fu orrendamente saccheggiato e da allora, quasi sicuramente, gli abitanti superstiti abbandonarono le loro case per rifugiarsi nel castrum novum, sul colle di Santa Lucia, insieme ai vecchi abitanti di San Martino. La Chiesa di Santa Maria ad Nives rimase isolata, sebbene seguitasse a conservare il titolo di parrocchia. Nel settembre di quello stesso anno, Ascanio Colonna fu riconfermato nei propri domini e nominato governatore degli Abruzzi per un triennio. Dopo tali fatti, i Colonna provvidero a circondare il nuovo borgo di mura.

Il Febonio, che compose la sua storia verso la metà del milleseicento, così scrisse: “Illius structura moderno lapide ornata, altero pene saeculo in esse deductum signat: muro in universum cingitur”. La struttura guarnita di pietra recente sta a significare che esso è stato fondato nell’altro secolo: è cinto tutt’intorno di mura. Il testo del Febonio sta a testimoniare che la costruzione delle fortificazioni non va al di là dell’inizio del secolo XVI. Non possiamo concordare con lui tuttavia riguardo all’origine di Magliano. Questa, in base ai documenti citati, va anticipata almeno di tre secoli per Magliano vecchio, e di due per il novum castrum.

Il cinquecento segna anche per il nuovo borgo la definitiva indipendenza dal lato ecclesiastico. La Chiesa di Santa Lucia, ove da tempo si svolgevano tutte le funzioni religiose, ricevette il titolo di parrocchia. Negli ultimi tempi lo stesso San Martino non veniva più nominato San Martino di Carce, ma San Martino di Magliano. Di Carce, agli inizi del cinquecento, non si hanno più notizie.

Tra i documenti d’archivio, il più antico tra quelli che espressamente e inequivocabilmente fanno menzione di Santa Lucia, è un compromesso del 1536 tra le famiglie Capone e Gatti riguardante il iuspatronato di una cappella sita nella Ecclesia de Santa Lucia di Magliano.

Dal 1571, la Chiesa di Santa Lucia, quindi, oltre a svolgere tutte le funzioni religiose, è anche sede degli uffici parrocchiali, dove vengono redatti e conservati in appositi registri tutti gli atti della vita parrocchiale. Il primo Abate è Don Angelo Antonio Ruscio. Segue Don Giovanni Menicucci, che viene investito della cura parrocchiale di Magliano il 16 luglio 1597 dal Vescovo Bartolomeo Peretti. Santa Lucia è Chiesa collegiata, una delle otto della diocesi create, nel giro di pochi decenni, dai vescovi Milanesi e Colli.

L’abate era coadiuvato da ben 6 canonici, oltre ad altri 3 sacerdoti e un accolito.

Nel 1588, le Confraternite del Santissimo e della Misericordia fondano uno dei primi Monti di pietà nella Marsica. Tali istituti di credito erano stati creati con Decreto del Concilio Lateranense (1512-1517) e avevano lo scopo di proteggere i bisognosi dall’usura. Le stesse confraternite gestiscono anche un Hospitale per accogliere poveri e pellegrini. Posto fuori le mura, adiacente alla Chiesa di Sant’Antonio Abate, serviva, fra l’altro, anche ad accogliere per trascorrervi la notte quanti, giunti da altri paesi, non trovassero ospitalità in locande del centro abitato o fossero giunti a ora tarda quando le porte del borgo erano chiuse. Questa istituzione ebbe termine all’indomani dell’unità d’Italia, quando i locali vennero adibiti a Municipio e a Scuole Elementari.

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Ospitalità e servizi

(Testi a cura del Prof. Giuseppe Di Girolamo)

Entrato il nostro territorio nel Ducato di Tagliacozzo, ne doveva subire tutte le conseguenze, liete e tristi. Assistette alle lotte fra Colonna e Orsini, che nel più ampio quadro delle guerre di predominio tra Francia e Spagna, si gettarono chi da una parte, chi dall’altra, allo scopo di salvaguardare o riconquistare il potere. Per opera di Giulio II nel 1511, le due famiglie rivali si riconciliarono. Il Papa, per l’occasione, fece coniare una medaglia col motto Pax Romana. Ma l’accordo non doveva durare a lungo. Un anno particolarmente drammatico per il nostro territorio fu il 1528. Per comprenderne l’importanza e valutarne le conseguenze, è necessario tracciare un quadro generale dei gravi eventi che funestarono l’Italia, in modo particolare Roma, con pesanti ripercussioni per le nostre zone.

Gli stati italiani, allarmati della crescente potenza imperiale di Carlo V, che con la vittoria su Francesco I a Pavia e il conseguente trattato di pace di Madrid, era divenuto di fatto l’arbitro delle sorti italiane, accolsero l’invito di Clemente VII di unirsi in una lega. Costui aveva già preso contatto con Francesco I, il quale si espresse favorevole e si dichiarò disposto a farne parte per rifarsi dell’umiliazione subita a Pavia. Così sorse la Lega di Cognac tra Clemente VII, Francesco I, Venezia, Francesco Sforza, Firenze, e Genova, con la sua poderosa flotta comandata da Andrea Doria. La lega si presentava agli italiani come un grande sforzo verso la liberazione della penisola da ogni soggezione straniera, suscitando anche il plauso di Machiavelli.

Purtroppo, come spesso avverrà in Italia, interessi particolari urtarono contro l’unità necessaria a combattere un avversario formidabile. I Colonna, inclusi Ascanio Colonna, duca di Tagliacozzo, nel settembre del 1526, d’accordo con Ugo di Moncada, rappresentante dell’impero a Roma, marciarono contro il Vaticano con 5000 uomini. Saccheggiarono i Palazzi papali, incendiarono il quartiere di Borgo e si ritirarono il 22 settembre a Grottaferrata con un pesante bottino. Il Papa, preoccupato anche della notizia che l’esercito ungherese era stato sconfitto dai Turchi, che minacciavano l’Europa, fu costretto dal rappresentante imperiale a venire a patti e concedere l’amnistia ai Colonna.

L’invasione del Vaticano da parte dei Colonna fu come un breve preludio per il diluvio che, l’anno dopo, avrebbe travolto la città eterna. Le vicende della Lega, mancando un coordinamento delle diverse forze, non andavano affatto bene. Le cose precipitarono quando, in aiuto di Carlo V, intervenne dalla Germania una compagnia di Lanzichenecchi guidati dal celebre condottiero luterano Giorgio di Frundsberg. La compagnia, composta da oltre diecimila uomini vogliosi di viaggiare e fare bottino, iniziò la sua marcia dal Tirolo Meridionale attraversando le contrade italiane, incontrando solo sporadiche resistenze. Tuttavia, il condottiero perì a causa di una sedizione scoppiata fra i suoi soldati affamati.

La marcia verso Roma proseguì agli ordini di Carlo duca di Borbone. A Roma c’era la peste e la carestia, e si apprese con spavento la notizia dell’avanzata dell’esercito luterano da una parte e dall’altra quella del viceré di Napoli, che si avvicinava con la flotta dalla parte del mare. Il 6 maggio, l’esercito imperiale assalì Roma. La mattina del giorno successivo, la città offriva uno spettacolo miserando. I Lanzichenecchi, privati del loro capo, il Borbone, colpito da un colpo di archibugio proveniente da Castel Sant’Angelo, si dettero a un saccheggio indiscriminato, commettendo le azioni più nefande. Le donne, i bambini e i vecchi non vennero risparmiati. Il Papa, rinchiuso a Castel Sant’Angelo, tentava tutte le vie diplomatiche per uscire da simile situazione.

Nella notte fra il 6 e il 7 dicembre, abbandonò Castel Sant’Angelo e si rifugiò a Orvieto. La Lega di Cognac di fatto si sciolse. L’anno successivo, Clemente VII, riappacificatosi con l’imperatore, non solo comminò la scomunica alla famiglia rivale dei Colonna, ma diede incarico a Renzo di Ceri, Paolo Vitelli e all’abate Napoleone Orsini di scacciarla dai propri domini. L’Orsini invase e devastò le terre e i castelli dei Colonna. Per la via di Arsoli entrò nel ducato di Tagliacozzo e, non incontrando resistenza, giunse a porre il campo nei pressi di Magliano, secondo la tradizione, nella zona delle Forche, a ridosso di Santa Maria ad Nives. Non tardò a giungervi Scipione Colonna, Vescovo di Rieti. Si scatenò una lunga e sanguinosa battaglia, nella quale rimase ucciso quest’ultimo. Perirono 400 colonnesi, mentre circa 800 furono presi prigionieri. Il cardinale Colonna fu seppellito a Magliano.

Il vecchio borgo, accanto a Santa Maria ad Nives, fu orrendamente saccheggiato e da allora, quasi sicuramente, gli abitanti superstiti abbandonarono le loro case per rifugiarsi nel castrum novum, sul colle di Santa Lucia, insieme ai vecchi abitanti di San Martino. La Chiesa di Santa Maria ad Nives rimase isolata, sebbene seguitasse a conservare il titolo di parrocchia. Nel settembre di quello stesso anno, Ascanio Colonna fu riconfermato nei propri domini e nominato governatore degli Abruzzi per un triennio. Dopo tali fatti, i Colonna provvidero a circondare il nuovo borgo di mura.

Il Febonio, che compose la sua storia verso la metà del milleseicento, così scrisse: “Illius structura moderno lapide ornata, altero pene saeculo in esse deductum signat: muro in universum cingitur”. La struttura guarnita di pietra recente sta a significare che esso è stato fondato nell’altro secolo: è cinto tutt’intorno di mura. Il testo del Febonio sta a testimoniare che la costruzione delle fortificazioni non va al di là dell’inizio del secolo XVI. Non possiamo concordare con lui tuttavia riguardo all’origine di Magliano. Questa, in base ai documenti citati, va anticipata almeno di tre secoli per Magliano vecchio, e di due per il novum castrum.

Il cinquecento segna anche per il nuovo borgo la definitiva indipendenza dal lato ecclesiastico. La Chiesa di Santa Lucia, ove da tempo si svolgevano tutte le funzioni religiose, ricevette il titolo di parrocchia. Negli ultimi tempi lo stesso San Martino non veniva più nominato San Martino di Carce, ma San Martino di Magliano. Di Carce, agli inizi del cinquecento, non si hanno più notizie.

Tra i documenti d’archivio, il più antico tra quelli che espressamente e inequivocabilmente fanno menzione di Santa Lucia, è un compromesso del 1536 tra le famiglie Capone e Gatti riguardante il iuspatronato di una cappella sita nella Ecclesia de Santa Lucia di Magliano.

Dal 1571, la Chiesa di Santa Lucia, quindi, oltre a svolgere tutte le funzioni religiose, è anche sede degli uffici parrocchiali, dove vengono redatti e conservati in appositi registri tutti gli atti della vita parrocchiale. Il primo Abate è Don Angelo Antonio Ruscio. Segue Don Giovanni Menicucci, che viene investito della cura parrocchiale di Magliano il 16 luglio 1597 dal Vescovo Bartolomeo Peretti. Santa Lucia è Chiesa collegiata, una delle otto della diocesi create, nel giro di pochi decenni, dai vescovi Milanesi e Colli.

L’abate era coadiuvato da ben 6 canonici, oltre ad altri 3 sacerdoti e un accolito.

Nel 1588, le Confraternite del Santissimo e della Misericordia fondano uno dei primi Monti di pietà nella Marsica. Tali istituti di credito erano stati creati con Decreto del Concilio Lateranense (1512-1517) e avevano lo scopo di proteggere i bisognosi dall’usura. Le stesse confraternite gestiscono anche un Hospitale per accogliere poveri e pellegrini. Posto fuori le mura, adiacente alla Chiesa di Sant’Antonio Abate, serviva, fra l’altro, anche ad accogliere per trascorrervi la notte quanti, giunti da altri paesi, non trovassero ospitalità in locande del centro abitato o fossero giunti a ora tarda quando le porte del borgo erano chiuse. Questa istituzione ebbe termine all’indomani dell’unità d’Italia, quando i locali vennero adibiti a Municipio e a Scuole Elementari.

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