La chiesa, per la sua architettura originaria, si riallaccia alla tradizione delle chiese benedettine della fine dell’XI e degli inizi del XII secolo, che imitarono nella pianta gli schemi dei grandi monumenti della regione campana. La pianta di questa chiesa è di tipo basilicale a tre navate con nartece e una sola abside centrale semicircolare. Si richiama più da vicino allo schema delle chiese pleocristiane, mantenendo ben chiara, mediante un dislivello di quota, la distinzione tra aula e presbiterio. Tuttavia, ne differisce sostanzialmente per l’assenza del recinto che delimita il coro e la presenza quasi nella medesima posizione dell’iconostasi, separazione della zona presbiteriale, riservata al clero, dall’aula, riservata ai fedeli. La chiesa è preceduta da un nartece.
Sul pilastro a sinistra di chi entra è scolpita un’iscrizione con il nome del fondatore o donatoré, il conte Berardo, figlio di Berardo. Tale iscrizione dice: HIVIS ECCLESIAE PRIOR EST VE RAS ATQUE LARGITOR IPSE QVI ES PROBVS OMO SIBI AVGEATUR ONOR BERARDVS B. NOMINE.
Nel pilastro a destra dell’ingresso un’altra epigrafe esalta l’artefice, di nome Nicolò, che sembra edificasse la chiesa: OC OPUS EST CLARI MANIBUS FACTUM NICOLAI CUI LAUS VIVENTI, CUI SIT REQUIES MORIENTI. VIVUS ONORETUR, MORIENS SUPER ASTRA LOCETUR. VOS QUOQUE PRESENTE$ ET FACTUM TALE VIDENTES. IUGITER ORETIS QUOI) REGNET IN ARCE QUIETIS.
Sull’atrio si apre la porta della chiesa, ad arco acuto, nella cui lunetta è dipinta la Vergine col bambino, seduta su una ricca sedia, fra due angeli in adorazione. I colori sono ancora abbastanza bene conservati: è pittura probabilmente del secolo XV. L’organismo della chiesa benedettina ha la struttura dell’undicesimo secolo, derivante direttamente dalla basilica romana, con presbiterio rialzato di alcuni gradini e soprastante a una piccola cripta rettangolare.
Il pronao è coperto da due falde di tetto con accesso da un solo arcone. La copertura presenta capriate lignee in vista all’interno, mentre le navate, di diversa altezza, sono separate da due file di pilastri quadrati, che riposano su basi quadrate. I pilastri quadrati e rettangolari sono adottati dai benedettini come principio generale fino al dodicesimo secolo, quando comincia ad ammettersi qualche variante.
Sui pilastri si innestano archi a tutto sesto, costruiti con conci di pietra squadrata, tramite rudimentali capitelli, quasi cimase, differenti tra loro per la foggia e la decorazione. Alcuni hanno scolpiti dentelli, ovoli, tortiglioni e risalti a treccia, intagliati in forma grossolana, di chiara ispirazione classico-campana. Nell’abaco del capitello che corona il pilone a sinistra dell’altare, con caratteri latini incisi e scritti a rovescio, è presente questa invocazione: GRATA DNI NOSTRI IHI.
Negli altri capitelli, pure sagomati a tronconi piramide, appaiono i primi elementi di quell’arte che verrà poi definita romanica e che non ha riferimenti in epoche anteriori. Essi abbandonano gradualmente la tradizione classica e, seppur con forme rozze e incerte, introducono in germe quella caratteristica della personalità dell’arte che distinguerà tutta l’arte medioevale.
Sulle facce trapezoidali dei capitelli va scomparendo gradualmente l’abaco e la decorazione classica, basata su schemi geometrici, si fa via via più incerta, mentre prende sempre di più il posto di queste, la decorazione irregolare di figure floreali, foglie frastagliate, rudimentali palmette in bassorilievo. In un capitello compare anche una figura umana scolpita rozzamente, non solamente “tagliata” nella pietra, ma ricavata dall’abbassamento del piano di contorno.
Al’abbandono dello schema classico della decorazione architettonica fa riscontro la ricerca della tecnica del bassorilievo. La scuola che modella queste nuove forme, sotto gli evidenti influssi di Montecassino, fa capo ad un maestro, il quale esegue nella stessa chiesa alcuni rilievi, che, pur conservando gli stessi caratteri e benché primitivi, denunciano una maggiore capacità artistica e finezza di esecuzione.
Ad esempio, i rilievi del quarto capitello di destra presentano lo stesso motivo di arbusti intorcigliati a larghe onde che racchiudono alcuni fiori a stella disposti simmetricamente. Si ritiene che il maestro che guida questa scuola di Rosciolo sia proprio Nicolò, citato nella lapide del nartece, il quale, venuto per i lavori della chiesa, porta con sé nuovi elementi decorativi probabilmente appresi a Montecassino.
La costruzione della chiesa presenta un corpo a lato del pronao e l’abside, unica, internamente a forma semicircolare, larga esattamente quanto la nave centrale. Questa è stata ricostruita uno o due secoli dopo la fondazione della chiesa, forse nel sec. XIII, assumendo all’esterno forma poligonale e motivi architettonici di palese ispirazione lombarda. Una scaletta, presso il presbiterio, scende dalla nave laterale destra a una piccola cripta, voltata, che conserva la pianta primitiva dell’abside.
Questa è cerchiata da tre ordini sovrapposti di cornici e colonnette, simili a quelle di S. Giusta di Bazzano e di S. Pelino presso Pentima. Sei di queste colonnette poggiano sul dorso di altrettanti piccoli leoni disposti di fianco e rivolti nello stesso verso. Le colonnette, distaccate davanti alla parete, portano, nell’ordine superiore, degli archivolti sporgenti formati da archetti tilobati e rotondi, con una cornice di coronamento.
Questa disposizione “a loggia” richiama alla mente i colonnati che formano galleria nella parte alta delle absidi di San Fedele di Corno, della Cattedrale di Parma o del Duomo di Murano, ed evidenzia i rapporti dell’architettura d’Abruzzo con quella dell’Italia del Nord in questo periodo.
Riferimento autore: Prof. Pierluigi Romeo.