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Briganti

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Marsica segnata dal sangue: tra vendette e rivolte, i briganti che scrissero la storia della lotta contro l’oppressione nell’Italia postunitaria.

Il fenomeno del brigantaggio rappresentava un forte disagio sociale, esprimendo la rivolta di diseredati, contadini e braccianti contro l’ordine costituito e le ingiustizie dei potenti. Nella Marsica, il territorio di Rosciolo divenne meta di bande brigantesche dopo l’Unità d’Italia, accomunate da brutalità e violenza. Tra i briganti più noti emerse la figura di Giovanni Colajuda di Tornimparte, affiancato da figure come Salvatore Sottocarao, noto come Zeppetella, e Berardino Viola di Tejeto, ricercato per una serie di crimini.

Questi gruppi armati comprendevano anche nomi temibili come Ferdinando Evangelisti di Lucoli e Giuseppe Nicolai, detto “Colonnitto”, di Rosciolo, braccio destro di un altro brigante famoso, Giuseppe Luce di S. Anatolia. In questo contesto, accadevano eventi efferati. Nella notte del 13 Agosto 1866, nei pressi del Lago della Duchessa, furono sgozzate 1217 pecore in un atto vendicativo contro il possidente Domenico Vulpiani, un evento che trasformò le acque del lago in un torrente rosso di sangue.

Il 18 e 19 Maggio 1863, l’attenzione si concentrò su un altro atto di violenza che coinvolse Giuseppe Luce. La sua banda assaltò il Mulino di Torano, sequestrando il Capitano della Guardia Nazionale, Alessandro Panei. Costretto a scrivere un biglietto di riscatto alla famiglia, il capitano venne poi ucciso, e il suo corpo fu ritrovato in un luogo remoto. Giuseppe Nicolai “Colonnitto” fu identificato come esecutore materiale dell’omicidio e, nonostante una condanna a morte, la pena fu commutata in lavori forzati a vita.

I segni di questo periodo turbolento permangono nel territorio, con toponimi come “la Valle dei Briganti” e “la Selletta dei Briganti” che testimoniano il passaggio di questi fuorilegge nella nostra zona.

Riferimento autore: Sandro di Carlo.

(Testi a cura di Sandro di Carlo)

Il fenomeno del brigantaggio espresse il disagio e la rivolta di diseredati, contadini e braccianti contro l’ordine costituito, gli eccessivi pesi fiscali, le angherie e i soprusi dei potenti. Le azioni di saccheggio godevano quasi sempre della solidarietà e della simpatia delle classi umili, che spesso esaltavano il brigante come un eroe che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

Dopo l’Unità d’Italia, l’impervio territorio di Rosciolo, già posto ai confini di due Regni, divenne meta preferita di alcune famigerate bande di estrema ferocia.

Tra i capi briganti spicca Giovanni Colajuda di Tornimparte, descritto come alto di statura, di costituzione possente, con barba nera e colorito bruno. Un altro noto brigante era Salvatore Sottocarao, detto Zeppetella, giovane di età e riconoscibile per la mancanza di un dente incisivo. Vi era anche Berardino Viola di Tejeto, noto per i suoi crimini di estorsione violenta, grassazione e omicidio volontario, era piazzato ai primi posti nella lista nera dei fuorilegge da eliminare a qualsiasi costo.

Altri temibili componenti di questi gruppi armati includevano Ferdinando Evangelisti di Lucoli, Carmine Marcelli di Grotti, Vincenzo Sartori (ex gendarme borbonico) di Poggiovalle, Giuseppe Luce di S. Anatolia, Fiore Salvatore di Torano, e Giuseppe Nicolai di Rosciolo, noto come “Colonnitto”, braccio destro di Luce. Non si possono dimenticare Albino Ruscitti di Castelnuovo e Bonifacio Blasetti di Corona.

Avvenimenti talvolta efferati accadevano non lontano da Rosciolo. Nella notte del 13 Agosto 1866, vicino al Lago della Duchessa, ignoti sgozzarono 1217 pecore per vendetta contro il possidente noto armentario Domenico Vulpiani. Si racconta che il lago diventò rosso per la grande quantità di sangue versato.

Inoltre, dagli Atti del Tribunale dell’Aquila si rileva che nella notte tra il 18 e il 19 Maggio 1863, la banda guidata dal brigante esperto Giuseppe Luce di S. Anatolia si recò verso il Mulino di Torano. Mentre tutti dormivano, i briganti entrarono con i fucili spianati e le baionette innestate, sequestrando il Capitano della Guardia Nazionale Alessandro Panei.

I fuorilegge portarono il sequestrato sulla Montagna di Corvaro e costrinsero il Capitano a scrivere un biglietto di riscatto alla sua famiglia per scudi 1102, pena la vita. Tuttavia, la sorte del disgraziato milite era già segnata; infatti, il suo cadavere venne ritrovato in località Giaccio delle Capre, “…tra due sassi e coperto da un ramo di ginepro”.

L’esecutore materiale della morte di Panei fu ritenuto Giuseppe Nicolai “Colonnitto” di Rosciolo, che venne arrestato nel 1870 e condannato a morte. In seguito, il tribunale commutò la pena in lavori forzati a vita.

Nomi come “la Valle dei Briganti“, “la Rotte deglio Bannito“, e “la Selletta dei Briganti” testimoniano, ancora oggi, il passaggio di questi fuorilegge nella nostra zona.

Riferimento autore: Sandro di Carlo.

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(Testi a cura di Sandro di Carlo)

Il fenomeno del brigantaggio espresse il disagio e la rivolta di diseredati, contadini e braccianti contro l’ordine costituito, gli eccessivi pesi fiscali, le angherie e i soprusi dei potenti. Le azioni di saccheggio godevano quasi sempre della solidarietà e della simpatia delle classi umili, che spesso esaltavano il brigante come un eroe che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

Dopo l’Unità d’Italia, l’impervio territorio di Rosciolo, già posto ai confini di due Regni, divenne meta preferita di alcune famigerate bande di estrema ferocia.

Tra i capi briganti spicca Giovanni Colajuda di Tornimparte, descritto come alto di statura, di costituzione possente, con barba nera e colorito bruno. Un altro noto brigante era Salvatore Sottocarao, detto Zeppetella, giovane di età e riconoscibile per la mancanza di un dente incisivo. Vi era anche Berardino Viola di Tejeto, noto per i suoi crimini di estorsione violenta, grassazione e omicidio volontario, era piazzato ai primi posti nella lista nera dei fuorilegge da eliminare a qualsiasi costo.

Altri temibili componenti di questi gruppi armati includevano Ferdinando Evangelisti di Lucoli, Carmine Marcelli di Grotti, Vincenzo Sartori (ex gendarme borbonico) di Poggiovalle, Giuseppe Luce di S. Anatolia, Fiore Salvatore di Torano, e Giuseppe Nicolai di Rosciolo, noto come “Colonnitto”, braccio destro di Luce. Non si possono dimenticare Albino Ruscitti di Castelnuovo e Bonifacio Blasetti di Corona.

Avvenimenti talvolta efferati accadevano non lontano da Rosciolo. Nella notte del 13 Agosto 1866, vicino al Lago della Duchessa, ignoti sgozzarono 1217 pecore per vendetta contro il possidente noto armentario Domenico Vulpiani. Si racconta che il lago diventò rosso per la grande quantità di sangue versato.

Inoltre, dagli Atti del Tribunale dell’Aquila si rileva che nella notte tra il 18 e il 19 Maggio 1863, la banda guidata dal brigante esperto Giuseppe Luce di S. Anatolia si recò verso il Mulino di Torano. Mentre tutti dormivano, i briganti entrarono con i fucili spianati e le baionette innestate, sequestrando il Capitano della Guardia Nazionale Alessandro Panei.

I fuorilegge portarono il sequestrato sulla Montagna di Corvaro e costrinsero il Capitano a scrivere un biglietto di riscatto alla sua famiglia per scudi 1102, pena la vita. Tuttavia, la sorte del disgraziato milite era già segnata; infatti, il suo cadavere venne ritrovato in località Giaccio delle Capre, “…tra due sassi e coperto da un ramo di ginepro”.

L’esecutore materiale della morte di Panei fu ritenuto Giuseppe Nicolai “Colonnitto” di Rosciolo, che venne arrestato nel 1870 e condannato a morte. In seguito, il tribunale commutò la pena in lavori forzati a vita.

Nomi come “la Valle dei Briganti“, “la Rotte deglio Bannito“, e “la Selletta dei Briganti” testimoniano, ancora oggi, il passaggio di questi fuorilegge nella nostra zona.

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