Notifica
Notifica

La I° Guerra Mondiale

Aggiungi qui il testo del titolo

La Marsica tra guerre e rinascita: come il sacrificio e la resilienza hanno plasmato la storia e l’identità di una comunità ferita.

Un nuovo dramma, che andava ben oltre la Marsica, turbava le speranze di rinascita delle comunità: la Prima Guerra Mondiale. Se nel 1914 l’Italia si era mostrata neutrale, nel maggio 1915 dichiarava guerra all’Austria, alimentando le correnti interventiste che trovavano sostegno in diversi ambienti. La popolazione marsicana, già provata da un recente terremoto, si trovò a perdere i giovani in età di leva, costretti a lasciare i propri cari per l’imminente conflitto. La dolorosa testimonianza di un quindicenne di Pescina, il futuro Ignazio Silone, riflette l’angoscia di quei tempi: “Ogni disgrazia è seguita da disgrazie!” scriveva, evidenziando l’incertezza del suo avvenire.

Nell’eroico sacrificio dei soldati marsicani, si trovò una testimonianza di valore che a Magliano si tradusse in un Tempio Votivo, dedicato ai caduti della guerra. Sulle rovine della chiesa di San Rocco, il nuovo edificio fu inaugurato il 20 ottobre 1932, come espressione di amore e riconoscenza. Nel frattempo, però, nuove sventure colpirono la comunità: l’epidemia di influenza spagnola aggiunse disagi a un panorama già drammatico, eppure la fede e la speranza nella rinascita alimentarono la resilienza della popolazione.

Gli anni successivi al conflitto furono caratterizzati da un’attività febbrile di ricostruzione e iniziativa sociale. A Magliano, il ritorno alla vita economica si manifestò con la riapertura degli stabilimenti e la bonifica dei campi Palentini. Le classi popolari cominciarono a prendere coscienza dei propri diritti, contribuendo alla nascita di nuovi movimenti politici, mentre l’amministrazione comunale faticava a stabilizzarsi di fronte a cambiamenti repentini e alla crescente influenza fascista.

Il terremoto aveva danneggiato gravemente non solo le abitazioni, ma anche i luoghi di culto, come il Convento di San Martino. La rivalità tra Francescani e Domenicani per l’assegnazione di spazi portò a conflitti locali che, fortunatamente, si risolsero attraverso l’intervento di figure di mediazione. Questo periodo segnò il riemergere di un fervore comunitario tra i cittadini, che cercavano di ricostruire non solo fisicamente, ma anche spiritualmente la propria identità.

Quando l’ingegner Oliviero Colmignoli si trasferì a Magliano nel 1915, la sua imposizione di un piano di ricostruzione mostrava la determinazione di una popolazione che aspettava con speranza. Entro il 1929, il municipio venne completato e nuove abitazioni sorsero come segno di una nuova vita. Tuttavia, l’ombra del fascismo si allungava, e i cambiamenti politici culminarono nella formazione di un governo autoritario che alterò la vita amministrativa e sociale di Magliano e dell’intera Marsica.

Riferimento autore: Prof. Giuseppe Di Girolamo.

(Testi a cura del Prof. Giuseppe Di Girolamo)

Non si aveva ancora il tempo di riprendersi dallo smarrimento che un nuovo dramma, non più circoscritto alla Marsica, ma esteso all’Italia intera e al mondo civile, sconvolgeva i piani di rinascita delle nostre popolazioni: la Prima Guerra Mondiale. Scoppiata nell’anno precedente, l’Italia per il momento si era mostrata neutrale. Ma correnti interventiste divennero sempre più numerose e violente, trovando appoggi in ambienti industriali e militari. Gli irredentisti giuliani e trentini fecero sì che le correnti interventiste trovassero un comune denominatore nella guerra contro l’Austria, nonostante l’Italia facesse parte della triplice alleanza con l’Austria e la Germania. Tali forze, sebbene trovassero in parlamento forti ostacoli da parte dello schieramento neutralista formato da cattolici, liberali di sinistra e parte dei socialisti, alla fine ebbero il sopravvento.

Il governo Salandra cominciò a spostarsi dal suo neutralismo iniziale verso l’interventismo con la connivenza del Re e degli ambienti di corte. Le masse popolari, assenti dalla lotta politica fra interventisti e neutralisti, si mostrarono renitenti davanti a una guerra che li avrebbe strappati dalle proprie famiglie e dal proprio ambiente, senza la prospettiva di un benché minimo vantaggio. Tali sentimenti erano maggiormente accentuati nelle zone del terremoto. Il potere, insensibile dinanzi al dramma della Marsica, si preoccupò subito, fin dal 22 gennaio, ad inviare nelle terre terremotate una richiesta tesa all’accertamento delle condizioni degli archivi di leva nei comuni. “Di un eventuale esonero dalla prestazione del servizio militare per gli scampati del disastro non si parla”.

Il 24 maggio, l’Italia dichiarava guerra all’Austria. Così, nella Marsica martoriata, i giovani in grado di portare le armi vennero strappati dai focolari che tentavano invano di ricostruire. Molti non torneranno più, lasciando nel dolore genitori, spose e figli. Per comprendere quale fosse il disagio delle nostre popolazioni in quei momenti terribili basta leggere il brano di una lettera che il quindicenne Secondino Tranquilli, il futuro Ignazio Silone, scrisse al fratello da Pescina il 25 maggio 1915: “Ogni disgrazia è seguita da disgrazie! E il terremoto ha voluto dietro di sé la guerra e la guerra vorrà ancora!…chi sa cosa vorrà. Ed io per la guerra sono dovuto tornare a Pescina, che il Seminario di Chieti lo ha requisito il Governo come ospedale militare…”

In questa lettera si evidenziano la sofferenza e la precarietà della vita in un contesto di guerra e devastazione. Nonostante tante sofferenze, i soldati marsicani compirono fino al sacrificio supremo il proprio dovere, mantenendo alto il senso dell’onore e della Patria. In memoria dei suoi caduti, Magliano non innalzerà uno dei soliti monumenti che ornano le piazze d’Italia, ma un Tempio Votivo. Sulle rovine della chiesa già di San Rocco e dedicata al Nome di Maria, fu innalzato un nuovo edificio quale voto di amore e di riconoscenza di Magliano ai suoi figli caduti da eroi sui campi di battaglia per l’onore della Patria.

Il Sacrario venne inaugurato con solenne cerimonia il 20 ottobre 1932, alla presenza di tutto il popolo e di numerose personalità, fra cui l’Ordinario militare, monsignor Angelo Bartolommasi. L’interno fu decorato con arte e passione dall’illustre pittore maglianese Oreste Amiconi, coadiuvato dal decoratore Giovanni Amicucci. In un secondo tempo, lo stesso Amiconi volle dotare il tempio di un’opera pregevolissima, La Pietà, a significare come il dolore non fosse un invito all’odio e alla guerra, ma alla pace e alla fratellanza fra i popoli.

Non bastando i tristi eventi del terremoto e della guerra, venne ad aggiungersi una grave epidemia, la Spagnola, che doveva mietere altre vittime. Sembrava che sul nostro paese martoriato incombesse un’antica maledizione. Ma il popolo non si lasciò vincere. Il dolore alimentò la fede e, nel ricordo dei propri cari, sorse la forza per la rinascita. Gli anni del dopoguerra furono anni di attività febbrile. Fu rimesso in funzione lo stabilimento laterizi. La sirena dell’opificio tornò a far sentire la sua voce per annunciare l’inizio e la fine dei lavori.

Furono riprese le opere della bonifica dei campi Palentini, ma ripresero anche le lotte della lega dei contadini, allo scopo di ottenere migliori condizioni di vita con contratti meno iniqui. L’esperienza della guerra aveva reso le classi subalterne consapevoli delle loro potenzialità e dell’importanza del lavoro per lo sviluppo della società civile. Si incominciò a parlare più spesso di socialismo, mentre il nuovo partito popolare di don Sturzo prendeva sempre più piede. L’immediato post-terremoto non permise una ordinaria attività amministrativa, per cui, dimessosi nel febbraio 1915 il sindaco Nicola Di Clemente, fu nominato dal Prefetto dell’Aquila un commissario speciale nella persona di Alonzo Mario, che rimase in carica fino al 1920.

Distrutto il palazzo municipale, il comune fu trasferito in una costruzione provvisoria in via Cicolana, ove attualmente c’è il palazzo delle Poste, ed allora sorgeva il baraccamento, che portava il nome di Vicenza, dalla città che ne aveva finanziato la costruzione. Questo periodo dal lato amministrativo fu molto travagliato, tanto che nel giro di cinque anni si susseguirono a capo del comune tre sindaci e tre commissari prefettizi, fino al giorno in cui Mussolini, preso definitivamente il potere, instaurando la dittatura, sciolse tutte le Amministrazioni Comunali e a loro posto mise un Podestà di nomina governativa.

L’ultimo sindaco fu l’avvocato Pietro Tavani, che, insediatosi ai primi di marzo del 1924, nonostante con delibera consiliare avesse espresso la devozione dell’Amministrazione al Duce del Fascismo, fu costretto a dimettersi nel maggio successivo. Dopo alcuni commissari prefettizi, fu nominato nel giugno 1926 il primo podestà, nella persona di Alfredo Tomassetti. A questi succedette nel 1929 Vincenzo Pietrangeli.

Il terremoto, oltre a distruggere il centro abitato di Magliano, danneggiò gravemente anche la chiesa e il convento di San Martino, tanto da renderlo inagibile. I padri francescani si trasferirono nel Casale di Cotecorno, di proprietà Di Clemente. Nel frattempo si era reso libero il convento di San Domenico, essendosi i Domenicani trasferiti altrove. Il padre guardiano dei Francescani, padre Giuseppe Ciavattoni, pose le mire sul vasto complesso e iniziò le pratiche con il generale dei Domenicani. Molti maglianesi erano favorevoli a tale traslazione, ma la cosa non piacque al vescovo dei Marsi, monsignor Bagnoli, che pose il suo veto. Il parroco, don Vincenzo Giusti, non poteva che seguire il suo vescovo.

Il fatto suscitò una vasta reazione da parte di molti cittadini. Si giunse al punto che alcuni sprangarono le porte della chiesa di Santa Maria di Loreto, che fungeva allora da parrocchia, per impedire al parroco di celebrare i sacri riti. I frati, forti del favore popolare, entrarono in San Domenico. Invano, la forza pubblica cercò di riportare l’ordine. Il Vescovo minacciò l’interdetto, ma i frati insisterono nel loro proposito. Si trattava di una vera ribellione all’autorità ecclesiastica. Per fortuna, prima che si degenerasse in una vera ribellione con spargimento di sangue, intervenne il maglianese padre Vincenzo Di Lorenzo, una personalità nel campo ecclesiastico e ben addentro nel Vaticano.

Un inviato della Curia Romana consigliò monsignor Bagnoli a cedere, mentre i frati avrebbero dovuto chiedere pubblico perdono al vescovo. Questo avvenne nella pubblica piazza alla presenza della cittadinanza e delle autorità civili: tornò la pace. Don Vincenzo Giusti venne trasferito ad Avezzano, nella parrocchia di San Giuseppe, in attesa di divenire parroco della cattedrale non appena questa fosse terminata.

Nell’immediato dopoguerra, sebbene a Magliano la lotta politica non avesse mai preso quei toni accesi che sono caratteristica dei paesi del territorio fucense, tuttavia, come già accennato, episodi che vivacizzavano l’ambiente cittadino non mancarono. Ciò accadeva specialmente durante le feste patronali; la richiesta alle bande di eseguire l’inno dei lavoratori, la marcia reale o qualche inno fascista, creava tafferugli che i carabinieri riuscivano presto a sedare. I proprietari terrieri fin dal primo momento avevano aderito al fascismo, così come i diseredati senza arte né parte, sperando nei sussidi governativi, mentre i contadini aderenti alla lega e gli artigiani si dividevano: alcuni parte aderirono al socialismo, altri al nuovo partito popolare di don Sturzo.

Frattanto, lo stato si trasformava sempre più in uno stato autoritario ed era evidente l’identificazione dello stato col fascismo. A Magliano, la lega contadina fu sciolta, mentre la sua bandiera verde andò ad adornare i trofei dei vincitori. L’opposizione, a poco a poco, scomparve; solo pochissimi seguitavano a dimostrare la loro contrarietà, ma nel segreto delle loro famiglie. Uno andò in esilio in Francia. Fu questo un periodo di relativa calma; sembrava che tutti i problemi fossero scomparsi all’incanto. Parate paramilitari, manifestazioni patriottiche e giuochi ginnici distoglievano l’opinione pubblica dai gravi problemi.

La scuola fascistizzata cercava di formare le nuove generazioni non a sentimenti di libertà e giustizia sociale, ma all’amore quasi feticistico della Patria, che veniva a coincidere col grande capo, il Duce. Alcune grandi opere pubbliche, come il prosciugamento delle Paludi Pontine per la messa a coltura, crearono entusiasmi che divennero parossistici quando sui colli fatali di Roma tornò a splendere l’Impero. Le campane delle chiese suonarono a festa. A Magliano, le campane di Santa Lucia, in attesa di essere ricollocate nel campanile appena ricostruito, erano ancora collocate su una impalcatura di travi di legno e i ragazzi un po’ grandicelli si alternavano a suonarle, agitando il battaglio da una parte all’altra.

Facevano eco a queste le campane di San Domenico. Grandi fuochi furono accesi nei diversi rioni del paese, e la banda cittadina girava per le vie suonando “Giovinezza”. Fu un bel sogno, ma come tutti i sogni, destinato a svanire nel nulla. Il boom edilizio, che aveva caratterizzato gli anni della ricostruzione, già dagli inizi degli anni trenta andava rallentando. Durante la ricostruzione, un Ufficio del genio civile era stato distaccato a Magliano per l’attuazione di un piano di interventi in ordine al ricovero delle popolazioni dei comuni di Magliano e Massa D’Albe. Lo presiedeva l’ingegner Oliviero Colmignoli, inviato il 17 gennaio 1915.

Stabilitosi a Magliano, doveva provvedere a dieci paesi terremotati. Per Magliano progettò e diresse la costruzione delle Scuole Elementari, provvide alla sistemazione dei fiumi Imele e Raffia, progettò e diresse la costruzione della strada per Marano. Aveva in programma la ristrutturazione e il recupero del vecchio centro storico, quando nel dicembre del 1922 lasciò Magliano. Non si conoscono i motivi di tale abbandono, forse dovuto a beghe locali ed a rivalità professionali, secondo il racconto dei nostri padri. Nell’attività esplicata nella Marsica, l’ingegner Colmignoli, per la laboriosità, il fervore con cui assumeva ogni iniziativa, la preparazione professionale e l’assoluta indipendenza di giudizio, si conquistò il rispetto e la stima di tutta la popolazione.

Nel 1922, erano stati ricostruiti gli edifici scolastici delle Scuole Elementari; nel 1929 venne completato il municipio, opera senz’altro degna di rilievo, sebbene eclettica. Per la maestà del prospetto, per l’ampia aula consiliare, si ergeva simbolo della nuova Magliano. Fu opera dignitosa, sebbene eclettica, dell’ingegner Francesco Pietrangeli. Le case private, con i contributi del terremoto, erano ormai quasi tutte costruite; molte case popolari realizzate in questo periodo andavano sostituendo i primi baraccamenti provvisori, costruiti per lo più con tavole. Nel 1934 iniziarono i lavori per la ricostruzione della chiesa di Santa Lucia.

Fu inaugurata il 20 dicembre 1937 con grande concorso di popolo, dal vescovo dei Marsi, monsignor Marcello Bagnoli. Il bel campanile, ricostruito ab imis fundamentis, tornò a svettare nel cielo, segno di un popolo risorto dalle macerie. La voce delle sue campane riprese ad echeggiare nell’ampia piana dei Palentini. Negli stessi anni veniva costruito l’edificio dell’Asilo Infantile.

Riferimento autore: Prof. Giuseppe Di Girolamo.

Aggiungi qui il testo del titolo

Ospitalità e servizi

(Testi a cura del Prof. Giuseppe Di Girolamo)

Non si aveva ancora il tempo di riprendersi dallo smarrimento che un nuovo dramma, non più circoscritto alla Marsica, ma esteso all’Italia intera e al mondo civile, sconvolgeva i piani di rinascita delle nostre popolazioni: la Prima Guerra Mondiale. Scoppiata nell’anno precedente, l’Italia per il momento si era mostrata neutrale. Ma correnti interventiste divennero sempre più numerose e violente, trovando appoggi in ambienti industriali e militari. Gli irredentisti giuliani e trentini fecero sì che le correnti interventiste trovassero un comune denominatore nella guerra contro l’Austria, nonostante l’Italia facesse parte della triplice alleanza con l’Austria e la Germania. Tali forze, sebbene trovassero in parlamento forti ostacoli da parte dello schieramento neutralista formato da cattolici, liberali di sinistra e parte dei socialisti, alla fine ebbero il sopravvento.

Il governo Salandra cominciò a spostarsi dal suo neutralismo iniziale verso l’interventismo con la connivenza del Re e degli ambienti di corte. Le masse popolari, assenti dalla lotta politica fra interventisti e neutralisti, si mostrarono renitenti davanti a una guerra che li avrebbe strappati dalle proprie famiglie e dal proprio ambiente, senza la prospettiva di un benché minimo vantaggio. Tali sentimenti erano maggiormente accentuati nelle zone del terremoto. Il potere, insensibile dinanzi al dramma della Marsica, si preoccupò subito, fin dal 22 gennaio, ad inviare nelle terre terremotate una richiesta tesa all’accertamento delle condizioni degli archivi di leva nei comuni. “Di un eventuale esonero dalla prestazione del servizio militare per gli scampati del disastro non si parla”.

Il 24 maggio, l’Italia dichiarava guerra all’Austria. Così, nella Marsica martoriata, i giovani in grado di portare le armi vennero strappati dai focolari che tentavano invano di ricostruire. Molti non torneranno più, lasciando nel dolore genitori, spose e figli. Per comprendere quale fosse il disagio delle nostre popolazioni in quei momenti terribili basta leggere il brano di una lettera che il quindicenne Secondino Tranquilli, il futuro Ignazio Silone, scrisse al fratello da Pescina il 25 maggio 1915: “Ogni disgrazia è seguita da disgrazie! E il terremoto ha voluto dietro di sé la guerra e la guerra vorrà ancora!…chi sa cosa vorrà. Ed io per la guerra sono dovuto tornare a Pescina, che il Seminario di Chieti lo ha requisito il Governo come ospedale militare…”

In questa lettera si evidenziano la sofferenza e la precarietà della vita in un contesto di guerra e devastazione. Nonostante tante sofferenze, i soldati marsicani compirono fino al sacrificio supremo il proprio dovere, mantenendo alto il senso dell’onore e della Patria. In memoria dei suoi caduti, Magliano non innalzerà uno dei soliti monumenti che ornano le piazze d’Italia, ma un Tempio Votivo. Sulle rovine della chiesa già di San Rocco e dedicata al Nome di Maria, fu innalzato un nuovo edificio quale voto di amore e di riconoscenza di Magliano ai suoi figli caduti da eroi sui campi di battaglia per l’onore della Patria.

Il Sacrario venne inaugurato con solenne cerimonia il 20 ottobre 1932, alla presenza di tutto il popolo e di numerose personalità, fra cui l’Ordinario militare, monsignor Angelo Bartolommasi. L’interno fu decorato con arte e passione dall’illustre pittore maglianese Oreste Amiconi, coadiuvato dal decoratore Giovanni Amicucci. In un secondo tempo, lo stesso Amiconi volle dotare il tempio di un’opera pregevolissima, La Pietà, a significare come il dolore non fosse un invito all’odio e alla guerra, ma alla pace e alla fratellanza fra i popoli.

Non bastando i tristi eventi del terremoto e della guerra, venne ad aggiungersi una grave epidemia, la Spagnola, che doveva mietere altre vittime. Sembrava che sul nostro paese martoriato incombesse un’antica maledizione. Ma il popolo non si lasciò vincere. Il dolore alimentò la fede e, nel ricordo dei propri cari, sorse la forza per la rinascita. Gli anni del dopoguerra furono anni di attività febbrile. Fu rimesso in funzione lo stabilimento laterizi. La sirena dell’opificio tornò a far sentire la sua voce per annunciare l’inizio e la fine dei lavori.

Furono riprese le opere della bonifica dei campi Palentini, ma ripresero anche le lotte della lega dei contadini, allo scopo di ottenere migliori condizioni di vita con contratti meno iniqui. L’esperienza della guerra aveva reso le classi subalterne consapevoli delle loro potenzialità e dell’importanza del lavoro per lo sviluppo della società civile. Si incominciò a parlare più spesso di socialismo, mentre il nuovo partito popolare di don Sturzo prendeva sempre più piede. L’immediato post-terremoto non permise una ordinaria attività amministrativa, per cui, dimessosi nel febbraio 1915 il sindaco Nicola Di Clemente, fu nominato dal Prefetto dell’Aquila un commissario speciale nella persona di Alonzo Mario, che rimase in carica fino al 1920.

Distrutto il palazzo municipale, il comune fu trasferito in una costruzione provvisoria in via Cicolana, ove attualmente c’è il palazzo delle Poste, ed allora sorgeva il baraccamento, che portava il nome di Vicenza, dalla città che ne aveva finanziato la costruzione. Questo periodo dal lato amministrativo fu molto travagliato, tanto che nel giro di cinque anni si susseguirono a capo del comune tre sindaci e tre commissari prefettizi, fino al giorno in cui Mussolini, preso definitivamente il potere, instaurando la dittatura, sciolse tutte le Amministrazioni Comunali e a loro posto mise un Podestà di nomina governativa.

L’ultimo sindaco fu l’avvocato Pietro Tavani, che, insediatosi ai primi di marzo del 1924, nonostante con delibera consiliare avesse espresso la devozione dell’Amministrazione al Duce del Fascismo, fu costretto a dimettersi nel maggio successivo. Dopo alcuni commissari prefettizi, fu nominato nel giugno 1926 il primo podestà, nella persona di Alfredo Tomassetti. A questi succedette nel 1929 Vincenzo Pietrangeli.

Il terremoto, oltre a distruggere il centro abitato di Magliano, danneggiò gravemente anche la chiesa e il convento di San Martino, tanto da renderlo inagibile. I padri francescani si trasferirono nel Casale di Cotecorno, di proprietà Di Clemente. Nel frattempo si era reso libero il convento di San Domenico, essendosi i Domenicani trasferiti altrove. Il padre guardiano dei Francescani, padre Giuseppe Ciavattoni, pose le mire sul vasto complesso e iniziò le pratiche con il generale dei Domenicani. Molti maglianesi erano favorevoli a tale traslazione, ma la cosa non piacque al vescovo dei Marsi, monsignor Bagnoli, che pose il suo veto. Il parroco, don Vincenzo Giusti, non poteva che seguire il suo vescovo.

Il fatto suscitò una vasta reazione da parte di molti cittadini. Si giunse al punto che alcuni sprangarono le porte della chiesa di Santa Maria di Loreto, che fungeva allora da parrocchia, per impedire al parroco di celebrare i sacri riti. I frati, forti del favore popolare, entrarono in San Domenico. Invano, la forza pubblica cercò di riportare l’ordine. Il Vescovo minacciò l’interdetto, ma i frati insisterono nel loro proposito. Si trattava di una vera ribellione all’autorità ecclesiastica. Per fortuna, prima che si degenerasse in una vera ribellione con spargimento di sangue, intervenne il maglianese padre Vincenzo Di Lorenzo, una personalità nel campo ecclesiastico e ben addentro nel Vaticano.

Un inviato della Curia Romana consigliò monsignor Bagnoli a cedere, mentre i frati avrebbero dovuto chiedere pubblico perdono al vescovo. Questo avvenne nella pubblica piazza alla presenza della cittadinanza e delle autorità civili: tornò la pace. Don Vincenzo Giusti venne trasferito ad Avezzano, nella parrocchia di San Giuseppe, in attesa di divenire parroco della cattedrale non appena questa fosse terminata.

Nell’immediato dopoguerra, sebbene a Magliano la lotta politica non avesse mai preso quei toni accesi che sono caratteristica dei paesi del territorio fucense, tuttavia, come già accennato, episodi che vivacizzavano l’ambiente cittadino non mancarono. Ciò accadeva specialmente durante le feste patronali; la richiesta alle bande di eseguire l’inno dei lavoratori, la marcia reale o qualche inno fascista, creava tafferugli che i carabinieri riuscivano presto a sedare. I proprietari terrieri fin dal primo momento avevano aderito al fascismo, così come i diseredati senza arte né parte, sperando nei sussidi governativi, mentre i contadini aderenti alla lega e gli artigiani si dividevano: alcuni parte aderirono al socialismo, altri al nuovo partito popolare di don Sturzo.

Frattanto, lo stato si trasformava sempre più in uno stato autoritario ed era evidente l’identificazione dello stato col fascismo. A Magliano, la lega contadina fu sciolta, mentre la sua bandiera verde andò ad adornare i trofei dei vincitori. L’opposizione, a poco a poco, scomparve; solo pochissimi seguitavano a dimostrare la loro contrarietà, ma nel segreto delle loro famiglie. Uno andò in esilio in Francia. Fu questo un periodo di relativa calma; sembrava che tutti i problemi fossero scomparsi all’incanto. Parate paramilitari, manifestazioni patriottiche e giuochi ginnici distoglievano l’opinione pubblica dai gravi problemi.

La scuola fascistizzata cercava di formare le nuove generazioni non a sentimenti di libertà e giustizia sociale, ma all’amore quasi feticistico della Patria, che veniva a coincidere col grande capo, il Duce. Alcune grandi opere pubbliche, come il prosciugamento delle Paludi Pontine per la messa a coltura, crearono entusiasmi che divennero parossistici quando sui colli fatali di Roma tornò a splendere l’Impero. Le campane delle chiese suonarono a festa. A Magliano, le campane di Santa Lucia, in attesa di essere ricollocate nel campanile appena ricostruito, erano ancora collocate su una impalcatura di travi di legno e i ragazzi un po’ grandicelli si alternavano a suonarle, agitando il battaglio da una parte all’altra.

Facevano eco a queste le campane di San Domenico. Grandi fuochi furono accesi nei diversi rioni del paese, e la banda cittadina girava per le vie suonando “Giovinezza”. Fu un bel sogno, ma come tutti i sogni, destinato a svanire nel nulla. Il boom edilizio, che aveva caratterizzato gli anni della ricostruzione, già dagli inizi degli anni trenta andava rallentando. Durante la ricostruzione, un Ufficio del genio civile era stato distaccato a Magliano per l’attuazione di un piano di interventi in ordine al ricovero delle popolazioni dei comuni di Magliano e Massa D’Albe. Lo presiedeva l’ingegner Oliviero Colmignoli, inviato il 17 gennaio 1915.

Stabilitosi a Magliano, doveva provvedere a dieci paesi terremotati. Per Magliano progettò e diresse la costruzione delle Scuole Elementari, provvide alla sistemazione dei fiumi Imele e Raffia, progettò e diresse la costruzione della strada per Marano. Aveva in programma la ristrutturazione e il recupero del vecchio centro storico, quando nel dicembre del 1922 lasciò Magliano. Non si conoscono i motivi di tale abbandono, forse dovuto a beghe locali ed a rivalità professionali, secondo il racconto dei nostri padri. Nell’attività esplicata nella Marsica, l’ingegner Colmignoli, per la laboriosità, il fervore con cui assumeva ogni iniziativa, la preparazione professionale e l’assoluta indipendenza di giudizio, si conquistò il rispetto e la stima di tutta la popolazione.

Nel 1922, erano stati ricostruiti gli edifici scolastici delle Scuole Elementari; nel 1929 venne completato il municipio, opera senz’altro degna di rilievo, sebbene eclettica. Per la maestà del prospetto, per l’ampia aula consiliare, si ergeva simbolo della nuova Magliano. Fu opera dignitosa, sebbene eclettica, dell’ingegner Francesco Pietrangeli. Le case private, con i contributi del terremoto, erano ormai quasi tutte costruite; molte case popolari realizzate in questo periodo andavano sostituendo i primi baraccamenti provvisori, costruiti per lo più con tavole. Nel 1934 iniziarono i lavori per la ricostruzione della chiesa di Santa Lucia.

Fu inaugurata il 20 dicembre 1937 con grande concorso di popolo, dal vescovo dei Marsi, monsignor Marcello Bagnoli. Il bel campanile, ricostruito ab imis fundamentis, tornò a svettare nel cielo, segno di un popolo risorto dalle macerie. La voce delle sue campane riprese ad echeggiare nell’ampia piana dei Palentini. Negli stessi anni veniva costruito l’edificio dell’Asilo Infantile.

Riferimento autore: Prof. Giuseppe Di Girolamo.

Resta connesso con Terre Marsicane

TERRE MARSICANE MEWS

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Avezzano (AQ) n.9 del 12 novembre 2008 – Editore web solutions Alter Ego S.r.l.s. – Direttore responsabile Luigi Todisco.

copyright: TERREMARSICANE Servizi e Comunicazione S.r.l.s.

Informazioni e contatto

Invia suggerimenti o materiale integrativo

Utilizza il form sottostante per segnalare delle modifiche o inesattezze e inviare del materiale utile all'ottimizzazione dei contenuti