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Chiesa S. M. In Valle Porclaneta: L’Ambone

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Riscopri i segreti dell’arte marsicana: tra mostri marini e danze regali, l’antico ambone di Santa Maria in Valle Porclaneta rivela storie incise nella pietra.

L’ambone situato accanto al secondo pilone di sinistra della nave centrale è realizzato in pietra calcarea, rivestito di stucco, e presenta capitelli e archivolti trilobati decorati con rilievi fantasiosi simili a quelli del ciborio adiacente. Due leggii in pietra sporgono dall’ambone; uno di essi, rivolto verso l’ingresso, ha perso gran parte del rilievo, mentre l’altro conserva dettagli decorativi, tra cui un mostro alato e due bassorilievi che rappresentano un diacono durante rituali liturgici. I parapetti dell’ambone contano due rilievi quasi intatti: uno raffigura un uomo che combatte con un orso, l’altro, una danzatrice davanti a un re, probabilmente Salornè di fronte a Erode.

La parte alta della scala è decorata con pannelli che raccontano la storia di Giona, un tema comune in amboni antichi; un pannello mostra il profeta gettato nella gola di un mostro marino, mentre nell’altro viene rigettato dalla balena, circondato da una vegetazione lussureggiante. I bordi del parapetto presentano un’iscrizione in caratteri onciali, indicante il nome degli artefici e una data che sembra riferirsi al mese di ottobre del centenario.

L’ambone di Santa Maria in Valle Porclaneta, per le sue caratteristiche stilistiche, è attribuito agli stessi artisti del ciborio di San Clemente al Vomano. Roberto, menzionato nell’iscrizione dell’ambone, è identificato con lo scultore che ha firmato il ciborio, mentre Nicodemo, il cui legame di parentela con Roberto è incerto, appartiene comunque alla stessa scuola. Dopo aver lavorato all’ambone di Santa Maria in Valle, Nicodemo eseguì amboni in altre chiese, come Santa Maria in Lago, di cui è conservato un rilievo completato che include rappresentazioni della storia di Giona.

Questa scuola artistica si espande nei territori della Marsica e ha un linguaggio stilistico unificato tra le opere datate tra il 1150 e il 1166. Il confronto tra le opere di Nicodemo e le decorazioni di Santa Maria in Cellis suggerisce una continuità nella tradizione artistica, nonostante la scuola di Ruggiero e Roberto sembri cessare bruscamente la propria attività, lasciando un puzzle di influenze stilistiche diverse provenienti da tradizioni regionali ed orientali.

All’interno della chiesa sono presenti affreschi del Quattrocento, di cui rimangono solo tracce. In particolare, un’iscrizione gnostica si trova graffita su un pilone. Un edicola a muro funge da sepolcro per l’artefice Nicolò, e sua opera è testimoniata da un sarcofago ornato, che presenta caratteristiche decorative affini allo stile dell’epoca. Tra i rilievi, uno rappresenta la Vergine in trono con il Figlio, evidenziando influenze bizantine ed armene che caratterizzano l’arte di Santa Maria in Valle Porclaneta.

Riferimento autore: Prof. Pierluigi Romeo.

L’ambone, situato a ridosso del secondo pilone di sinistra della nave centrale, presenta una struttura realizzata in pietra calcarea rivestita di stucco. I capitelli delle colonnine e gli archivolti trilobati dell’ambone sono decorati con rilievi capricciosi e irregolari, simili a quelli che adornano il vicino ciborio. Dall’ambone sporgono due leggii, sempre in pietra, di forma semicilindrica. Quello rivolto verso l’ingresso ha completamente perso ogni rilievo, mentre l’altro, posto lateralmente, conserva la maggior parte della decorazione: un mostro alato che mostra il suo busto decapitato e sostiene il leggio, accompagnato da due bassorilievi che raffigurano un diacono in atteggiamenti rituali. In un’immagine, egli legge il Vangelo; nell’altra, agita l’incensiere.

Dei rilievi che decorano i parapetti dell’ambone, solo due sono rimasti quasi intatti. Il primo rappresenta un uomo in lotta con un orso, mentre il secondo mostra una danzatrice che agita una sciarpa davanti a un re, senza dubbio Salornè di fronte a Erode. Il parapetto che protegge la parte superiore della scala è decorato con due pannelli che raccontano la storia di Giona, un tema frequentemente rappresentato negli amboni più antichi della regione campana.

Nel pannello superiore è raffigurato il battello dal quale il profeta Giona viene gettato nella bocca del mostro marino; in quello inferiore, Giona è rigettato dalla bocca della balena. Nell’angolo inferiore si vede Giona seduto vicino a un albero, i cui rami sono ricchi di foglie a ventaglio e frutti allungati. Sui due bordi del parapetto è incisa un’iscrizione in caratteri onciali, netti e fini, databile all’età primitiva cristiana. Essa tramanda la data e i nomi degli artefici dell’ambone, recitando: INGENII CERTUS VARII MULTIQUE ROBERTUS HOC LEVITARUM NICODEMUS ATQUE …. …. ANNUS CENTENUS QUINQUIE DENUS CUM FUIT HOC FACTUM FLUXIT …. …. VI MENSE OCTUBER.

L’ambone e il ciborio di S. Maria in Valle Porclaneta, per le loro caratteristiche stilistiche, possono essere considerati opere dei medesimi artisti. Roberto, il cui nome è inciso sull’ambone, è lo scultore che, insieme a suo padre Ruggiero, ha firmato il ciborio di S. Clemente al Vomano. Nicodemo, il quale appare sull’ambone di S. Maria in Valle Porclaneta, non sappiamo se fosse parente di Roberto, ma è certo che appartenesse alla stessa scuola. Dopo aver realizzato l’ambone di S. Maria in Valle, decorò autonomamente gli amboni di S. Maria in Lago presso Moscufo e di S. Clemente al Vomano, che si sono conservati pressoché intatti.

Un confronto tra l’ambone di S. Maria in Valle e quello di S. Maria in Lago mette in evidenza la loro somiglianza per forma e dettaglio decorativo. I capitelli e gli archivolti sono arricchiti dai medesimi arabeschi e la storia di Giona è ripetuta negli stessi episodi; tuttavia, sull’ambone di S. Maria in Lago ogni rilievo è completo su tutti i parapetti. Quest’opera presenta un’iscrizione con la data del 1159 e il nome del donatore, l’abate Rainaldo, insieme a quello dello scultore, maestro Nicodemo. Da questa identità stilistica riscontrata nei tre amboni, datati rispettivamente 1150, 1159 e 1166, e nelle due opere in stucco di S. Maria in Valle e di S. Clemente al Vomano, si deduce l’esistenza di una scuola unitaria operante in Abruzzo nel XII secolo.

Tra i maestri di questa scuola troviamo Ruggiero con suo figlio Roberto e Nicodemo, di cui non conosciamo la patria. Le opere similari a quelle di questa scuola non si riscontrano in altre regioni italiane, insinuando che essa abbia affondato le proprie radici in Abruzzo e, mescolandosi con l’arte delle regioni vicine e con quella importata per mezzo di Masticassimo dal vicino Oriente, abbia creato uno stile decorativo unico.

Gli artefici del ciborio di S. Maria in Valle hanno modificato l’architettura originale dei cibori romani, introducendo elementi orientaleggianti. La forma degli amboni di maestro Nicodemo non segue quella dei marmorari romani, trovando invece risonanza tra i rotoli degli Exultet miniati in Campania e alcune chiese pugliesi della fine dell’XI secolo. La decorazione degli amboni di maestro Nicodemo trae spunto da diverse fonti, ma lo stucco friabile ha sostituito la tenera pietra leccese.

La disponibilità limitata di materia naturale per gli scultori abruzzesi ostacola l’espressione del loro virtuosismo artistico, inducendoli a creare uno stucco che possa assomigliare a una scultura a coltello. A Roma, in Campania e in Puglia, l’unico animale frequentemente rappresentato come supporto al pergamo di pietra o marmo è l’aquila, simbolo di San Giovanni evangelista. Gli artisti abruzzesi, invece, decorano i loro amboni con altre figure animali; solo in alcuni amboni del Nord Italia compaiono i quattro simboli degli Evangelisti, come quello raffigurato da Nicodemo in S. Maria del Lago a Moscufo.

Due motivi caratteristici presenti nella decorazione dei tre amboni di S. Maria in Valle, S. Maria del Lago e Cugnoli sono una corona di piccoli fiori a foglie aguzze e una fascia di palmette. Bertaux ha messo a confronto tali elementi con quelli della porta in legno scolpito della chiesa di S. Maria in Cellis a Carsoli, datata al 1132. Questo confronto suggerisce che la scuola che ha scolpito in stucco la serie di amboni possa essere il seguito di quella che ha realizzato la porta di Carsoli e l’iconostasi di Rosciolo. Questa scuola, avviata da Ruggiero, ha operato per circa venti anni, interrompendosi bruscamente; le decorazioni religiose successive presentano infatti stili decorativi decisamente differenti.

All’interno della chiesa, si possono notare affreschi del ‘400 che decorano alcune pareti, oggi in gran parte deteriorati. Sulla faccia di un pilone della nave centrale si legge l’iscrizione: “1444 die ventesimo secundo oct. Ds Leon de Neapoli tam (quam) persona regis possessi h eccl cuius…” Nella nave laterale destra, vicino all’ingresso, si trova un’edicola a muro che funge da sepolcro per l’artefice Nicolò, come attesta l’epigrafe incisa sul listello che circoscrive il pannello frontale: “OPUS EST FATVM NICOLAVS Q IACET HIC”.

Il sepolcro, risalente al quattrocento, presenta analogie con quello della romanica S. Maria della Strada presso Matrice. Esso ha un arco ogivale sorretto da colonnine tortili, sormontante un sarcofago ornato da una lastra graffita, su cui spicca un pannello centrale decorato da rilievi figurati. Il pannello frontale, composto di tre lastre, mostra la stessa tecnica decorativa adottata da Nicolò per l’architettura interna; i rilievi sembrano rivelare le diverse fasi della lavorazione della scuola di Nicolò.

Sul prospetto laterale della chiesa, una formella rettangolare scolpita in bassorilievo ritrae la Vergine, Regina, in trono con il Figlio in atto di benedire. Presenta caratteristiche decorative simili a quelle dei rilievi del sepolcro interno. Gavini suggerisce che questa formella fosse considerata un’opera bizantina, sostenendo che “non è che un’altra prova dello stesso artista”. Tuttavia, è fondamentale notare che, pur condividendo alcune visioni con Gavini, non si possono escludere le influenze stilistiche bizantine e, soprattutto, armene in questi rilievi.

Riferimento autore: Santa Maria in Valle Porclaneta, Prof. Pierluigi Romeo.

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L’ambone, situato a ridosso del secondo pilone di sinistra della nave centrale, presenta una struttura realizzata in pietra calcarea rivestita di stucco. I capitelli delle colonnine e gli archivolti trilobati dell’ambone sono decorati con rilievi capricciosi e irregolari, simili a quelli che adornano il vicino ciborio. Dall’ambone sporgono due leggii, sempre in pietra, di forma semicilindrica. Quello rivolto verso l’ingresso ha completamente perso ogni rilievo, mentre l’altro, posto lateralmente, conserva la maggior parte della decorazione: un mostro alato che mostra il suo busto decapitato e sostiene il leggio, accompagnato da due bassorilievi che raffigurano un diacono in atteggiamenti rituali. In un’immagine, egli legge il Vangelo; nell’altra, agita l’incensiere.

Dei rilievi che decorano i parapetti dell’ambone, solo due sono rimasti quasi intatti. Il primo rappresenta un uomo in lotta con un orso, mentre il secondo mostra una danzatrice che agita una sciarpa davanti a un re, senza dubbio Salornè di fronte a Erode. Il parapetto che protegge la parte superiore della scala è decorato con due pannelli che raccontano la storia di Giona, un tema frequentemente rappresentato negli amboni più antichi della regione campana.

Nel pannello superiore è raffigurato il battello dal quale il profeta Giona viene gettato nella bocca del mostro marino; in quello inferiore, Giona è rigettato dalla bocca della balena. Nell’angolo inferiore si vede Giona seduto vicino a un albero, i cui rami sono ricchi di foglie a ventaglio e frutti allungati. Sui due bordi del parapetto è incisa un’iscrizione in caratteri onciali, netti e fini, databile all’età primitiva cristiana. Essa tramanda la data e i nomi degli artefici dell’ambone, recitando: INGENII CERTUS VARII MULTIQUE ROBERTUS HOC LEVITARUM NICODEMUS ATQUE …. …. ANNUS CENTENUS QUINQUIE DENUS CUM FUIT HOC FACTUM FLUXIT …. …. VI MENSE OCTUBER.

L’ambone e il ciborio di S. Maria in Valle Porclaneta, per le loro caratteristiche stilistiche, possono essere considerati opere dei medesimi artisti. Roberto, il cui nome è inciso sull’ambone, è lo scultore che, insieme a suo padre Ruggiero, ha firmato il ciborio di S. Clemente al Vomano. Nicodemo, il quale appare sull’ambone di S. Maria in Valle Porclaneta, non sappiamo se fosse parente di Roberto, ma è certo che appartenesse alla stessa scuola. Dopo aver realizzato l’ambone di S. Maria in Valle, decorò autonomamente gli amboni di S. Maria in Lago presso Moscufo e di S. Clemente al Vomano, che si sono conservati pressoché intatti.

Un confronto tra l’ambone di S. Maria in Valle e quello di S. Maria in Lago mette in evidenza la loro somiglianza per forma e dettaglio decorativo. I capitelli e gli archivolti sono arricchiti dai medesimi arabeschi e la storia di Giona è ripetuta negli stessi episodi; tuttavia, sull’ambone di S. Maria in Lago ogni rilievo è completo su tutti i parapetti. Quest’opera presenta un’iscrizione con la data del 1159 e il nome del donatore, l’abate Rainaldo, insieme a quello dello scultore, maestro Nicodemo. Da questa identità stilistica riscontrata nei tre amboni, datati rispettivamente 1150, 1159 e 1166, e nelle due opere in stucco di S. Maria in Valle e di S. Clemente al Vomano, si deduce l’esistenza di una scuola unitaria operante in Abruzzo nel XII secolo.

Tra i maestri di questa scuola troviamo Ruggiero con suo figlio Roberto e Nicodemo, di cui non conosciamo la patria. Le opere similari a quelle di questa scuola non si riscontrano in altre regioni italiane, insinuando che essa abbia affondato le proprie radici in Abruzzo e, mescolandosi con l’arte delle regioni vicine e con quella importata per mezzo di Masticassimo dal vicino Oriente, abbia creato uno stile decorativo unico.

Gli artefici del ciborio di S. Maria in Valle hanno modificato l’architettura originale dei cibori romani, introducendo elementi orientaleggianti. La forma degli amboni di maestro Nicodemo non segue quella dei marmorari romani, trovando invece risonanza tra i rotoli degli Exultet miniati in Campania e alcune chiese pugliesi della fine dell’XI secolo. La decorazione degli amboni di maestro Nicodemo trae spunto da diverse fonti, ma lo stucco friabile ha sostituito la tenera pietra leccese.

La disponibilità limitata di materia naturale per gli scultori abruzzesi ostacola l’espressione del loro virtuosismo artistico, inducendoli a creare uno stucco che possa assomigliare a una scultura a coltello. A Roma, in Campania e in Puglia, l’unico animale frequentemente rappresentato come supporto al pergamo di pietra o marmo è l’aquila, simbolo di San Giovanni evangelista. Gli artisti abruzzesi, invece, decorano i loro amboni con altre figure animali; solo in alcuni amboni del Nord Italia compaiono i quattro simboli degli Evangelisti, come quello raffigurato da Nicodemo in S. Maria del Lago a Moscufo.

Due motivi caratteristici presenti nella decorazione dei tre amboni di S. Maria in Valle, S. Maria del Lago e Cugnoli sono una corona di piccoli fiori a foglie aguzze e una fascia di palmette. Bertaux ha messo a confronto tali elementi con quelli della porta in legno scolpito della chiesa di S. Maria in Cellis a Carsoli, datata al 1132. Questo confronto suggerisce che la scuola che ha scolpito in stucco la serie di amboni possa essere il seguito di quella che ha realizzato la porta di Carsoli e l’iconostasi di Rosciolo. Questa scuola, avviata da Ruggiero, ha operato per circa venti anni, interrompendosi bruscamente; le decorazioni religiose successive presentano infatti stili decorativi decisamente differenti.

All’interno della chiesa, si possono notare affreschi del ‘400 che decorano alcune pareti, oggi in gran parte deteriorati. Sulla faccia di un pilone della nave centrale si legge l’iscrizione: “1444 die ventesimo secundo oct. Ds Leon de Neapoli tam (quam) persona regis possessi h eccl cuius…” Nella nave laterale destra, vicino all’ingresso, si trova un’edicola a muro che funge da sepolcro per l’artefice Nicolò, come attesta l’epigrafe incisa sul listello che circoscrive il pannello frontale: “OPUS EST FATVM NICOLAVS Q IACET HIC”.

Il sepolcro, risalente al quattrocento, presenta analogie con quello della romanica S. Maria della Strada presso Matrice. Esso ha un arco ogivale sorretto da colonnine tortili, sormontante un sarcofago ornato da una lastra graffita, su cui spicca un pannello centrale decorato da rilievi figurati. Il pannello frontale, composto di tre lastre, mostra la stessa tecnica decorativa adottata da Nicolò per l’architettura interna; i rilievi sembrano rivelare le diverse fasi della lavorazione della scuola di Nicolò.

Sul prospetto laterale della chiesa, una formella rettangolare scolpita in bassorilievo ritrae la Vergine, Regina, in trono con il Figlio in atto di benedire. Presenta caratteristiche decorative simili a quelle dei rilievi del sepolcro interno. Gavini suggerisce che questa formella fosse considerata un’opera bizantina, sostenendo che “non è che un’altra prova dello stesso artista”. Tuttavia, è fondamentale notare che, pur condividendo alcune visioni con Gavini, non si possono escludere le influenze stilistiche bizantine e, soprattutto, armene in questi rilievi.

Riferimento autore: Santa Maria in Valle Porclaneta, Prof. Pierluigi Romeo.

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