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I grani antichi, il mare giallo d’Abruzzo

La storia del grano coincide con la storia dell’uomo. E infatti inizia in Mesopotamia, regione considerata la “culla della civiltà” per la sua straordinaria importanza nella storia del genere umano dal Neolitico all’Età del bronzo e del ferro.

È lì, nella cosiddetta “mezzaluna fertile”, che i primi agricoltori iniziano a domesticare specie vegetali di farro selvatico, nelle valli fra i fiumi Tigri ed Eufrate, oltre 10.000 anni fa. Ed è sempre in questa zona che nel 5.000 a.C. fiorisce la civiltà dei Sumeri, il primo popolo stanziale della storia. In questo periodo, il primo grano usato dall’uomo per la coltivazione è il Triticum monococcum (detto anche ”farro monococco”), che viene poi sostituito dal Tirticum dicoccum (conosciuto come “farro coltivato”, il grano usato anche dai faraoni e dagli antichi romani) e quindi da altre varietà, fra cui per noi italiani la più importante sarà il Triticum durum, ovvero il “grano duro”.

Ma naturalmente, in natura, quella del grano è una storia molto più antica: basta pensare che il grano duro con cui si realizza la pasta, così come il grano tenero con cui si produce il pane e ogni altro tipo di frumento, appartengono tutti a un unico albero genealogico e sono frutto di una evoluzione genetica della specie Triticum, iniziata circa 300.000 anni fa.

In ogni caso è con l’età dei metalli (dal 5.000 a.C.) che coincide l’inizio dell’agricoltura. Le prime colture sono il frumento, l’orzo, la vite, l’ulivo con le quali l’uomo inizia a fare il pane, le zuppe, la birra, il vino e l’olio che costituiscono, insieme a latte, formaggio, carne e al miele delle api, il cibo dell’epoca. Sempre in questo periodo l’uomo inizia ad addomesticare gli animali e pian piano smette di cacciare per occuparsi sempre più di coltivazioni e allevamenti. In tutto l’Abruzzo interno, quando si parla di grano, si fa riferimento alla varietà solina.

Esistono detti popolari che testimoniano la stretta connessione tra questa varietà e la vita della gente abruzzese. Si dice, ad esempio, “quella di solina aggiusta tutte le farine”, oppure “se il contadino vuole andare al mulino, deve seminare la solina”. Un tempo era apprezzata soprattutto per la costanza produttiva, che garantiva la sopravvivenza delle famiglie contadine. Si tratta di una varietà di frumento tenero molto antica: fonti storiche testimoniano la sua coltivazione in Abruzzo all’inizio del XVI secolo.

Agli inizi del XX secolo è stata utilizzata dal famoso genetista italiano Nazareno Strampelli per alcuni esperimenti e incroci con altre varietà locali. È un grano caratteristico delle zone montane e marginali del Gran Sasso, specie la parte interna del massiccio sul versante aquilano, dove il freddo e le quote elevate permettono di ottenere un risultato qualitativo eccellente. In grado di resistere a lungo sotto la neve e al freddo intenso, può essere coltivato dai 600 ai 1400 metri e oltre. Anzi, maggiore è l’altitudine, migliore è la qualità: nella parte del massiccio che si affaccia su Pescara e Teramo, che gode di un clima più mite per l’influsso del mare Adriatico, la coltivazione non scende mai sotto i 750 metri. La semina è esclusivamente autunnale: da metà-fine settembre per i terreni più alti, alla seconda-terza decade di ottobre per le vallate interne, poste a quote più basse. Molto rustica, si adatta bene ai terreni poveri e ricchi di scheletro, tipici delle zone più alte.

Dal grano di Solina si ricava una farina poco tenace e adatta alle lavorazioni manuali. Da sottolineare anche il grano Saragolla (Triticum Turgidum Durum,) è una varietà di grano Khorasan, (della stessa famiglia di quello a marchio Kamut) originaria dell’area mediterranea nella Valle di Pruno in Cilento attualmente coltivata soprattutto in Abruzzo; è un cereale che si può considerare tra i capostipiti dei più moderni grani duri. Senatore Cappelli è una varietà di grano duro ottenuta nel 1915 da Nazzareno Strimpelli per selezione genealogica della varietà nordafricana Jenah Rhetifah.

Il nome è un omaggio al Senatore Raffaele Cappelli e fu una delle varietà protagoniste della “battaglia del grano” del periodo fascista. Rimane nel nostro paese una delle più coltivate per i decenni successivi in tutto il centro-sud, poi venne abbandonata rapidamente con l’avvento delle varietà moderne più produttive. Negli anni c’è stato un ritorno a questi cereali antichi e dall’Abruzzo al sud del nostro paese in tanti sono tornati a produrlo.

Ebbe grande successo in Italia grazie alla sua larga adattabilità (nel trentennio dagli anni ’20 agli anni ’50 costituì fino al 60% della superficie nazionale) e si diffuse in seguito anche in altri paesi del Mediterraneo. Dagli inizi del secolo scorso fino agli anni ’60 ha rappresentato la base del miglioramento genetico del frumento duro ed è infatti presente nel patrimonio genetico di quasi tutte le varietà di grano duro oggi coltivate in Italia e di numerose altre internazionali. Ancora coltivato dopo quasi un secolo, in particolare nel meridione d’Italia (Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia, Sardegna) è utilizzato per la produzione di pasta di qualità superiore, pane e pizza biologici. La riscoperta di questi semi ha riportato in auge una qualità che si era persa nel tempo a discapito del progresso ed un sapore antico che si credeva perduto per sempre.

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