Nel discorso programmatico del 12 giugno 1906 per il suo terzo Ministero, Giolitti fece riferimento all’inchiesta parlamentare per accertare le condizioni di vita dei contadini meridionali, considerandole una priorità sociale che travagliava l’intero paese. Il 21 giugno fu proposto il relativo disegno di legge puntualizzando ulteriormente natura e compiti, per sottolineare con forza che non si trattava di un’inchiesta sull’agricoltura, bensì su chi lavorava nelle campagne. Il disegno di legge, non discusso alla Camera e con un solo intervento al Senato, fu approvato il 19 luglio 1906.
A marzo del 1907, la Giunta nominò i delegati tecnici: Cesare Jarach fu incaricato per l’Abruzzo e Molise. Così, ben trent’anni dopo l’indagine condotta da Stefano Jacini, il delegato tecnico ed economista denunciò, dati alla mano, uno spaventoso indebitamento delle popolazioni rurali del territorio preso in considerazione rispetto al ceto dei proprietari, con queste parole: «A parte il latifondo Torlonia, che meriterebbe un discorso a sé, la Marsica si caratterizzava per la presenza di possessi non molto estesi ma anche accorpati: si andava dai 30-40 ai 200-250 e persino 600 ettari». Per esempio, a Magliano dei Marsi, Jarach rilevò che una quindicina di grossi proprietari giungesse ad occupare due terzi dell’intera zona coltivabile. Il ricco Giuseppe Di Clemente rappresentava, proprio nel settore individuato da delegato, il medio e grande affittuario (già consigliere provinciale).
Sotto la sua «pesante ferula», centinaia di contadini furono costretti a intraprendere l’emigrazione transoceanica, sperando di avere nuovi sbocchi di lavoro, visto che sul territorio preso in considerazione le prospettive risultavano negative. Situazioni analoghe si riscontravano in altri territori marsicani, dove pochi proprietari, avevano in mano la maggior parte dei fondi sparsi in vari comuni. A fronte di un analfabetismo diffuso (consideriamo anche gli alloggi umidi e fatiscenti), esistevano pochissimi «squarci di modernità», come tentativi di un progresso addivenire, rappresentato anche dalle fornaci «Offmann del barone Gregorio Masciarelli», un moderno stabilimento per la costruzione dei laterizi che occupava sessanta persone. Tutte le osservazioni di Jarach e i richiami confermavano un’assetto fondiario disorganico che, ovviamente, si rifletteva sui rapporti sociali e sull’attività produttiva dell’intero comprensorio. Per l’economista esisteva, in base alle sue stime, il problema dell’estensione della proprietà, con riscontro di valori molto elevati nelle nostre zone: «Era dunque evidente il rapporto di interdipendenza tra dimensioni della proprietà e sua capacità di ammodernamento. Ma questo richiamo al peso che la consistenza quantitativa e i caratteri strutturali delle grandi ricchezze agrarie avevano sull’evoluzione dell’economia regionale, metteva in gioco anche le capacità soggettive del ceto che ne disponeva. Sugli agrari ha pesato a lungo, come si sa, il marchio di assenteismo con cui li ha bollati il meridionalismo classico». Uno dei maggiori problemi riscontrati nell’inchiesta fu individuato anche dall’esigua presenza di forza motrice, rappresentata dalle caldaie a vapore, impiegata soprattutto nella macinazione dei cereali e nei frantoi. Ad eccezione del latifondo Torlonia, tutta la Marsica era rimasta ancora legata a elementi tradizionali come l’acqua, la legna, la fatica dell’uomo e delle bestie (1).
Tuttavia, qualche altra iniziativa privata era stata intrapresa il 2 febbraio 1902 dal possidente Rodolfo De Giorgio, che presentò al comune di Scurcola Marsicana un progetto per: «licenza di attraversamento di strada comunale con pali di conduttura elettrica per animare il mulino costruito nella frazione di Cappelle». In seguito il municipio rilasciò un permesso al benestante per trent’anni dell’impianto idraulico alla ditta incaricata, dietro elargizione di lire 1.500 annue e, tra le clausole contrattuali, fece stabilire la sua potenzialità, che doveva: «essere tale da corrispondere ai bisogni della illuminazione pubblica e privata, e far fronte alle possibili richieste di energia per scopo industriale». Inoltre, si contemplava l’illuminazione del palazzo comunale per mezzo di apposite lampade adibite a «dar luce pubblica» (2). In altra zona, il grande impianto elettrico di Pescocanale serviva all’illuminazione ma anche e soprattutto a potenziare i lavori agricoli di Torlonia.
Nel 1907, anche il municipio avezzanese, presieduto dal sindaco Francesco Amorosi, riuscì a installare impianti di luce elettrica per rischiarare almeno le maggiori strade cittadine (3).
Intanto, negli anni dell’inchiesta, le elezioni generali nella Marsica, avevano determinato nuovi scenari con la candidatura di personaggi venuti da altre regioni a competere nei collegi socialisti, monarchici, clericali e democratici della zona. Giovanni Torlonia, deputato di Avezzano, si presentò nella fila dell’opposizione conservatrice e, nonostante le precedenti e continue tensioni significative, sbaraglierà la schiera dei contendenti, laddove i cattolici nel giornale Il Piccolo Marsicano lo definiranno: «cavaliere senza macchia e senza paura» (4).
NOTE
- Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle provincie meridionali e nella Sicilia, vol.II: Abruzzi e Molise, Roma 1909, Tomo I: Relazione del delegato tecnico dott. Cesare Jarach; Tomo II: relazione della Sotto-Giunta parlamentare, p.252; cfr., R.Colapietra, Fucino Ieri 1878-1951, Ente Fucino, Stabilimento roto-litografico Abruzzo-Press, L’Aquila, ottobre 1998, pp. 69-81.
- F.D’Amore, Scurcola Marsicana dalla Signoria feudale all’emigrazione transoceanica, Comune di Scurcola Marsicana, Multigraf, Isola del Liri (FR), 2005, pp.458-459.
- Archivio di Stato di L’Aquila, Prefettura, Serie II, Affari Generali dei Comuni, VIII Versamento (1918-1921), Avezzano 1906-1921, Relazione Comunale degli Amministratori scaduti del paese.
- R.Colapietra, cit., pp.72-73.




