Un libro di Fulvio D’Amore sui cantanti e i complessi beat abruzzesi degli anni 1960-1970

di Domic Ricciardi, imprenditore e critico musicale di Dallas (Texas)

 E’ uscito il libro Cantanti e complessi musicali “beat” in abruzzo (1960-1970), scritto e autopubblicato su amazon dallo scrittore storico e saggista Fulvio D’Amore, una ricerca attenta e analitica dei cantanti e gruppi abruzzesi in voga negli anni 60 e 70. 353 complessi e  115 cantanti abruzzesi che salirono alla ribalta delle cronache tra il 1960 e il 1970.
Questo libro è un invito a ritrovarsi nelle fotografie e negli articoli di giornale, per ricordare quei momenti magici passati nell’impegno e nella spensieratezza della musica beat.

Una dedica molto significativa che troviamo nel libro di Fulvio D’Amore: «Ai ragazzi di allora che vissero gli anni felici della musica beat con attiva partecipazione», precede i quindici capitoli di una lunga e faticosa ricerca durata tre anni. 

Occorre subito precisare che l’indagine a tutto campo non ha inteso proporre un elenco conclusivo dei cantanti e dei complessi ma solo ricognitivo di quanto differenti fonti (quotidiani nazionali e locali), hanno permesso all’autore di enunciare. 

L’autore ha voluto lanciare un appello ai giovani di allora (oggi quasi tutti settantenni), per ritrovarsi nelle pagine di questo libro; un omaggio, un ricordo che lo scrittore, protagonista anche lui di quei momenti, ha voluto realizzare per tutti quei musicisti abruzzesi che condivisero con lui le stesse emozioni in diversi luoghi della regione (Avezzano, L’Aquila, Sulmona, Chieti, Pescara, Vasto, Lanciano, ecc.), giovani con le identiche speranze per giungere magari al successo. In realtà, per alcuni di loro la metà presto fu raggiunta; per altri, invece, bastò rimanere a suonare nelle piazze, nei club locali, nelle gare regionali, nel Cantabruzzo, nel Giringiro, o altre manifestazioni importanti che tentarono di lanciare volti nuovi della canzone.

Il noto saggista Fulvio D’Amore, ha citato complessi saliti in qualche modo alla ribalta delle cronache giornalistiche, evitando di nominare migliaia di ragazzi che, pur partecipando in quei magici momenti alla corsa per formare piccoli nuclei musicali, riuscirono solo a provare per alcuni mesi negli scantinati.

Questa indagine ha tentato, tuttavia, di rievocare i ragazzi della “beat generation” abruzzese, che li vide protagonisti in tempo reale di eventi locali, provinciali o regionali. Insomma, leggendo il libro si entra in una sorta di viaggio retrospettivo nei luoghi di incontro dei giovani musicisti degli anni ’60-’70, laddove i capelli lunghi, le minigonne, le divise militari, le camicie a fiori, i pantaloni a tubo e gli stivaletti, erano sicuramente: «esibizioni-simbolo di volontà di rompere gli schemi della convenzione sociale bacchettona e retriva, ed erano nati da un impulso assolutamente autonomo e fortemente legato all’impatto esplosivo della nuova musica, che resterà l’elemento trainante di tutto il processo». Queste furono anche le premesse oggettive per far emergere quella che i sociologi americani chiamarono più tardi «la condizione giovanile». Si trattò di: «Un crinale, un punto di svolta tra due versanti ben distinti, della musica ma non solo: anche del costume, delle tendenze ideologiche; soprattutto, una svolta decisiva per la storia dell’identità giovanile, del suo formarsi». L’impulso trasmesso dal beat in quell’epoca, generò, sicuramente, una percezione d’identità collettiva, che ben presto avrebbe trovato elementi comuni tra molti adolescenti, esternati sin dall’inizio con fatti di costume. insomma, un modo di apparire che raccoglieva talvolta la polemica irriverente e la secessione dal quel “perbenismo di provincia”, tanto diffuso anche in Abruzzo, caratterizzato da simboli ormai logori. In circostanze tipiche della loro epoca e della loro esperienza musicale, sono stati rilevati circa 353 complessi e 115 cantanti, alle prese con spettacoli, gare e manifestazioni varie. Molti si esibirono nelle riviste studentesche; altri si affrontarono fino “all’ultima nota” nel famoso torneo Italiabeat Davoli nei capoluoghi di provincia tra il 1966 e il 1969; il resto suonò nei club zonali, nelle piazze, sui locali di villeggiatura della costa adriatica o nelle piscine adibite a pista da ballo durante le serate danzanti. Pochi varcarono i confini italiani e qualcuno approdò addirittura al festival di San Remo o apparve in note trasmissioni televisive. Altri proseguirono i loro studi musicali diplomandosi al conservatorio.