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Aquiloniam, Cominium, Velia, Palumbinum ed Herculaneum: dove si trovavano le località citate da Tito Livio?
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Aspetti della giurisdizione delegata nella Marsica durante il viceregno spagnolo e austriaco

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NECROLOGI MARSICA

Necrologi Marsica Anna Berardi
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Necrologi Marsica Dino Zaghini
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Non è facile svolgere un’analisi sistematica e comparata che possa aiutarci ad arricchire e precisare il giudizio, a volte ancora troppo generico, sul dominio dei Colonna nel territorio marsicano durante il viceregno spagnolo e austriaco. D’altra parte è possibile individuare solo le direttive di lungo periodo e registrarne i mutamenti, mostrando i continui contrasti di orientamento tra il governo vicereale e baroni, già possessori dei feudi in questione. In generale, stando ai dati d’archivio, vedremo come il significato politico nel quadro complessivo e nella realtà delle province periferiche, rimase per tutto il Seicento molto incerto e approssimativo, proteso, però, a raggiungere un equilibrio tra la Corona e le forze del baronaggio locale, per ridurre il potere sociale e politico degli stessi feudatari.

Mentre nel resto d’Italia e d’Europa i sovrani erano ben decisi a strappare alla feudalità poteri e funzioni, nel regno di Napoli sembrava quasi impossibile, poiché la giurisdizione feudale si era rafforzata nel tempo, diventando quasi una prassi costante molto agguerrita. Per procedere, quindi, nei meandri del feudo seicentesco, sarà opportuno illustrare la situazione reale della Marsica, dove certamente i baroni erano «procuratores Domini» delegati a esercitare soltanto «in rem propriam» e non già prevalenti sulla giurisdizione del regno, avendo una competenza limitata perché non nominati dal sovrano. 

Considerando che agli inizi del Cinquecento i baroni risultavano cinquantuno, alla metà del secolo successivo erano aumentati fino a un migliaio: «divisi da un’incredibile varietà di situazioni giuridiche e da un’imbarazzante inflazione di titoli di nobiltà. In pratica civili e togati avevano sommerso l’antico patriziato» (1).  

Nel nostro caso, quando il 3 febbraio 1499, i Colonna divennero padroni assoluti delle contee di Tagliacozzo e Albe, con le baronie di Valleroveto e Carsoli, la genealogia dei potenti feudatari e «Gran Contestabili del Regno» di Napoli, seguì una forzata successione con i nomi di Lorenzo Onofrio (conte di Albe dal 1419 su nomina della regina Giovanna d’Aragona); Odoardo (conte di Celano, Albe e dei Marsi, nel 1427 su nomina del papa Martino V); Fabrizio I (conte di Tagliacozzo); Ascanio, Marcantonio I, Fabrizio, Filippo I, Marcantonio II, Lorenzo Onofrio, Filippo II, Fabrizio II, Lorenzo e Filippo che fu l’ultimo feudatario prima dell’eversione feudale (1806). 

Filippo I e Marcantonio I Colonna signori delle contee di Tagliacozzo e Albe
Filippo I e Marcantonio I Colonna signori delle contee di Tagliacozzo e Albe

Tuttavia, nel periodo trattato, anche se le corti baronali erano divenute agli ordini e sotto le dipendenze dei Colonna e dei conti di Celano, i giudici di prima istanza per la maggioranza degli abitanti dei paesi marsicani, spesso entravano in conflitto di competenze colle magistrature regie residenti nelle province e con le stesse supreme magistrature della capitale (Napoli). Oltretutto, le corti locali, in competizione con commissari governativi delegati o subdelegati della «Gran Corte della Vicaria» o delle «Udienze» provinciali, fecero aumentare in tutto il territorio, contrasti e confusione anche per concessioni di «patenti» rilasciate dalle autorità ecclesiastiche o laiche a loro piacimento. Infatti, il cosiddetto «patentato» fu di solito esentato dalla giurisdizione ordinaria, laddove ogni governatore e ogni vescovo poteva accordare attestati con il pretesto di un rapporto di servizio con il beneficiario. Di contro, la gran corte della Vicaria tentò sempre di giudicare reati frequentissimi avvenuti sulle strade di campagna e lungo i tratturi, come: furti, omicidi, ricatti, estorsioni, legati quasi tutti a una dilagante anarchia e banditismo. Tra l’altro, troppo facilmente i colpevoli rimanevano impuniti, protetti dai privilegi del foro e dalle numerose immunità, proprio a causa del numero altissimo di patentati favoriti anche dal tribunale di Foggia (vedi tutti i locati di Gioia dei Marsi, Pescasseroli, Collelongo, ecc.) (2).

Uno sforzo di chiarimento tra le innumerevoli legislazioni in atto nella Marsica e in tutto il regno di Napoli, fu realizzato quando tra i membri della Gran Corte venne designato come strumento di autorità regia il «Commissario di Campagna», dopo la «Prammatica» del 1630 dal titolo: «De Offiicio Ludicis Generalis contra delinquentes» (3). Quest’ufficiale aveva anche il potere di concedere «guidatico», cioè la facoltà di accordare la licenza delle armi: «Archibusetti, schioppi piccoli a fucile di tre palmi a basso, con tutto il teniere; le spade, più di quattro palmi; giacchi, maniche di maglie, animette», più quello di concedere salvacondotti temporanei o perpetui; transazioni pecuniarie; indulti per servigi prestati dal reo come quello di presentare all’autorità preposta una o più teste di un bandito; arruolare tra i propri soldati anche i delinquenti che avessero largito favori alla Corona. 

Il «Tribunale di Campagna e le Udienze» provinciali potevano perciò procedere «non obstante quacunque fori exempione nulloque privilegio baronali». Tutto questo e altro avvenne durante tutto il secolo XVII, per frenare la lotta al banditismo di stampo baronale e più in generale per ridurre i numerosi delitti commessi in campagna. L’azione era strettamente collegata ai continui tentativi dei viceré spagnoli e austriaci di vincere la resistenza del baronaggio costringendolo a lasciarsi assimilare, sia pure come ceto privilegiato, in uno stato moderno (4). La figura del «Commissario di Campagna», che in realtà rappresentò il braccio armato dell’Udienza aquilana, era preposta al comando di una squadra addetta al dipartimento zonale tenendosi in stretta corrispondenza col tribunale e i commissari vicini. Gli studi esistenti e le fonti archivistiche disponibili, chiariscono la posizione di questo delegato, principalmente addetto all’inquisizione e all’arresto dei rei catturati di solito sui passi principali di Colli di Monte Bove, della Valle Roveto e su Forca Caruso. I rapinatori (spesso contadini dei dintorni in combutta con banditi professionisti), venivano portati in arresto nelle carceri di Celano, Tagliacozzo o di Avezzano per poi essere trasferiti all’Aquila e subire un giudizio definitivo. 

Il rappresentante governativo veniva regolarmente stipendiato, insieme con i suoi armigeri provinciali che, a loro volta, complici di corrotti subalterni, commettevano estorsioni, venalità e abusi a discapito delle università marsicane o della piccola e media aristocrazia dei togati locali, talvolta nemici dei Colonna e dei conti di Celano. Dopo aver indicato le tante difficoltà che scaturivano dall’eccessivo potere baronale (permettendo a quest’ultimi di insabbiare spesso l’amministrazione della giustizia zonale), il governo nominò sempre dei «reggenti» pronti a informarsi sul modo in cui i signori trattavano i vassalli: non poche furono le  lagnanze, gli abusi e i maltrattamenti denunciati nel territorio marsicano. Oltretutto, i reggenti potevano spedire privilegi, con il potere di riformare le investiture dei feudi e accordare persino salvacondotti ai rei: tutto ciò non migliorò certamente l’amministrazione della giustizia, rimanendo per molti secoli ancora il punto centrale dell’impegno per una costruzione di uno Stato moderno (5).

NOTE

  1. P.L. Rovito, Funzioni pubbliche e capitalismo signorile nel feudo napoletano del Seicento, in  «Bollettino del Centro Studi Vichiani», XVI, Bibliopolis, Napoli 1986, p.97.
  2. De potestate Proregis, Collateralis Consilii et Regni regimine tractatus, Neapoli, 1611, de prov., par.IV, nn.64-69, pp.32-33.
  3. A.De Sariis, Codice delle leggi del Regno di Napoli, Napoli MDCCXCVII, Libro Duodecimo, De’ Delitti Privati, e Pubblici, e delle Pene, p.372.
  4. R.Feola, Aspetti delle giurisdizione delegata nel Regno di Napoli: il Tribunale di Campagna, Estratto dell’ «Archivio Storico per le Provincie Napoletane», Terza Serie, Sec. XII (1974), pp.28-49.
  5. La maggior parte dei contrasti zonali sono ben evidenti in Archivio di Stato di L’Aquila, Regia Udienza e Doganella e in Archivio di Stato di Napoli, Consiglio Collaterale (1507-1735). Quest’ultimo carteggio rimane uno dei fondi più importanti per la storia del regno di Napoli, con provvedimenti presi dal viceré di varia natura, tra cui: «Privilegi, Memorialium, Notariorum, Officiorum viceregum, Beneficiorum, Decretorum, Processi, Risoluzioni e proposte» da cui si traggono numerose informazioni sulla Marsica.

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