Storia ed evoluzione del matrimonio



Condividi su facebook
Condividi
Condividi su whatsapp
INVIA
Condividi su telegram
Telegram
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su email
Email
Condividi su print
Stampa

In questo periodo si sente parlare solo di unioni di fatto e poco di matrimonio. Senza nulla togliere alle idee personali ed evitando qualsiasi tipo di polemica al riguardo credo sia importante saperne di più. Il matrimonio è una delle più grandi istituzioni che, nonostante il trascorrere dei secoli, non perde di resistenza e solidità: ma da dove viene, com’è nato, perché continua a resistere dopo millenni? Sul vocabolario il matrimonio viene definito “un’ unione volontaria, solenne e duratura, di un uomo e di una donna al fine di creare una famiglia”.

Il matrimonio fu un’ istituzione sociale che, prescindendo in genere dalle implicazioni affettivo-sentimentali, ebbe per scopo la procreazione di figli legittimi e la continuità della famiglia e, in quanto fondato comunemente sul principio della monogamia, venne considerato uno degli elementi di distinzione dai Barbari. Le leggi intervenivano spesso per renderlo obbligatorio e indurre i cittadini a rinunciare al celibato, che rimase pur sempre largamente diffuso, soprattutto alla fine dell’età ellenistica.

Le forme e reti del matrimonio variarono secondo i tempi e le città. Nel mondo omerico avveniva per ratto o per compera, peraltro con procedura meno dura rispetto a quella dei tempi primitivi: il ratto implicava il consenso del padre e la spesa della compera (bestiame ed oggetti di valore) era controbilanciata dal ricco corredo che accompagnava la sposa. Per quanto risulta, non esisteva in età storica nessun particolare divieto di connubio, fuorchè tra discendenti ed ascendenti, come appare dall’orrore per il mitico incesto di Giocasta con il figlio Edipo.

A Sparta il matrimonio era un atto essenzialmente politico: secondo una concezione che posponeva allo Stato la famiglia, per legge e per dovere verso la comunità ogni cittadino che possedesse una porzione di terra era tenuto a sposarsi e qualora non lo facesse, pur potendo, era colpito da una specie di atimia (privazione dei diritti politici e civili). Nozze legittime erano considerate soltanto quelle tra persone che godevano del pieno diritto di cittadinanza, mentre il divorzio, in caso di sterilità, non solo era facile, ma anche imposto dallo stato. Proibita, almeno nei primi tempi, ogni forma di dote, anche la cerimonia nuziale, in conformità al consumo tradizionale restio alle manifestazioni private, doveva essere assai semplice.

In Atene il matrimonio legittimo era stabilito con un contratto formale (engyesis) stipulato tra il padre o il tutore della donna ed il futuro sposo e, nel caso particolare fosse unica ereditiera, mediante un’aggiudicazione con la quale per legge veniva fatta sposare al parente più prossimo. Il matrimonio di un cittadino con uno straniero o viceversa era considerato alla pari di un concubinato ed i figli che ne nascevano venivano ritenuti per legge illegittimi. Tale trattamento, che rientrava nello spirito di un acceso razzismo, subì però molte eccezioni nel corso dei secoli. La cerimonia nuziale (gemelia) aveva carattere spiccatamente religioso e familiare e conservava antichi riti tribali, come la presentazione della novella sposa ai membri della famiglia del marito. Si celebrava di solito nel mese di gamlione (gennaio-febbraio) e si svolgeva in tre tempi: il primo nella casa paterna della sposa, la quale assisteva ai sacrifici propiziatori agli dei, offrendo i giocattoli della sua fanciullezza; poi faceva il bagno con l’acqua ritenuta fecondatrice della fonte Calliroe, appositamente attinta da giovinetti e giovinette della più stretta parentela; quindi indossava gli abiti a festa intervenendo ad un banchetto, cui prendevano parte anche le donne. Il secondo tempo comprendeva l’accompagnamento, verso l’ora del tramonto, della sposa alla casa dello sposo. Il corteo che percorreva le vie a lume delle fiaccole, tra grida di gioia, suoni di flauti ed il canto malizioso dell’imeneo. Seguiva infine l’ingresso della sposa nella sua nuova dimora, tutta adorna di fronde, dove essa era accolta dallo sposo con l’offerta di regali, tra i quali una mela cotogna, simbolo di fecondità. Nel banchetto che concludeva la cerimonia venivano distribuite focacce di sesamo quale augurio di un intenso amore coniugale. Da ultimi gli sposi si appartavano nel talamo, davanti al quale un coro di giovani e fanciulle intonavano l’epitalamo.

La storia del matrimonio romano, invece, è molto complessa e discussa.
Nella fase arcaica fu probabilmente considerato un istituto estraneo al sistema del diritto, e rilevante solo sul piano sociale e religioso. Veniva celebrato nel corso di una cerimonia particolarmente solenne, la confarreatio, seguita dalla deductio uxoris in domum mariti, consistente nella sottrazione della donna alla sua comunità familiare, celebrata attraverso atti di simbolica violenza(retaggio del ratto con cui gli uomini in antico si procuravano le donne tra genti straniere). Il tutto veniva accompagnato da riti propiziatori della fertilità e da pratiche magiche e religiose.
L’ingresso della donna nella famiglia del marito, e quindi il suo passaggio sotto la potestà di quest’uomo o del suo pater familias, requisito essenziale per la legittimità della futura prole, avveniva attraverso un distinto atto giuridico: la conventium in manum, realizzabile o con la coemptio (cioè un atto di trasferimento del potere sulla donna concordato tra i patres delle due famiglie) o attraverso l’applicazione dell’usus (diritto di usare per se una cosa altrui. Poiché, però, in molti casi, da un punto di vista economico, non era conveniente il distacco completo della donna dalla sua famiglia di origine, in quanto ella perdeva tutti i diritti che aveva in essa e prima fra tutti quello a succedere a suo padre, si sentì l’esigenza di assicurare sia la legittimità della discendenza, sia i diritti della donna. Così si escogitò uno stratagemma: ogni anno per tre notti la donna tornava nella sua casa paterna interrompendo così l’anno consecutivo che le avrebbe fatto perdere ogni diritto. Questo tipo di matrimonio fu detto sine manu e, per i vantaggi pratici che offriva, divenne ben presto l’unico praticato.
I principi che ressero il matrimonio romano furono:

  1.  L’esogamia;
  2. La monogamia;
  3. La persistenza della volontà coniugale;
  4. La capacità matrimoniale dei coniugi.

La capacità matrimoniale doveva essere sia naturale che giuridica. Circa la capacità naturale, era necessario che i coniugi fossero puberi e di sesso diverso (problemi sorsero per gli ermafroditi ed i castrati o eunuchi). Circa la capacità giuridica variò a seconda delle epoche. In origine i plebei non potevano sposare donne patrizie; gli schiavi non potevano contrarre alcun matrimonio, nemmeno tra loro. Lo scioglimento del matrimonio avveniva per divorzio, per ripudio, per la morte di uno dei coniugi o per il venir meno di uno dei presupposti iniziali. La cerimonia nuziale era molto solenne.
Prologo necessario erano gli sponsalia (fidanzamento) in cui alla presenza di testimoni e con un patto scritto, si prometteva al pretendente la mano della futura moglie, che riceveva in pegno l’anello di fidanzamento. La cerimonia, che si svolgeva in giugno, era molto simile a quella greca; incominciava sotto la guida pronuba, il mattino nella casa della sposa. Presi gli auspici e sacrificato a Giove, Giunone e Venere, la sposa con il capo ornato di bende e fiori, indossava una tunica stretta in vita da una cintura che solo il marito poteva sciogliere nel letto nuziale, e copriva il volto con un ampio velo arancione.
Terminato il banchetto, con la finzione di un ratto dal grembo della madre, essa veniva condotta alla casa dello sposo. Procedeva nel mezzo del corteo portando il fuso e la cornacchia, simbolo della nuova attività che l’attendeva. Tre giovinetti paraninfi intonavano il carme nuziale ed uno di essi portava una fiaccola di biancospino accesa sul focolare della casa paterna.
Seguivano parenti ed amici con doni. Giunta alla porta della nuova dimora, la sposa copriva gli stipiti con nastro e lana, ungendoli con lardo ed olio per allontanare il malocchio. Quindi accolta dallo sposo rispondeva alla domanda chi fosse, con la formula ubi tu Gaius, ego Gaia, a significare la sua volontà di seguire ovunque il marito. Veniva quindi portata in casa in braccio e quindi riceveva come padrona le chiavi e l’offerta dell’acqua e del fuoco. Concludeva la cerimonia con un banchetto.

Nell’età di mezzo, invece, il matrimonio si presentò principalmente in due forme: quella germanica e quella romana. Il matrimonio germanico, introdotto in Italia dai Longobardi, era fondato sull’assoluta potestà del marito. Si compiva mediante due atti: la desponsatio, parola latina indicante la formula della promessa matrimoniale. Seguiva poi, un trapasso simbolico della donna al futuro marito. Nel giorno conveuto veniva letta una charta, contenenti le disposizioni patrimoniali. Circa l’età degli sposi una legge stabiliva che l’uomo doveva avere almeno 14 anni e la donna 12 anni. A poco a poco questo tipo di matrimonio subì l’influenza di quello romano. Il matrimonio romano, praticato dal medioevo all’unità d’Italia, si basava sulla parità tra marito e moglie, sul conferimento della dote da parte di parenti della sposa e su un contributo patrimoniale da parte dello sposo. La celebrazione avveniva alla presenza di semplici testimoni senza autorità. Successivamente il rito fu svolto alla presenza di un notaio o giudice.

Nel XII secolo il contenuto etico del matrimonio passò sotto la disciplina della Chiesa che con il concilio di Trento, ne diede una completa regolamentazione soprattutto circa l’unità e l’indissolubilità. Il Codice napoletano nel 1804 ne dettò una completa disciplina legale. Dall’unificazione dell’Italia fino al 1929 il regime del matrimonio in Italia era regolato dalla legge civile che non riconosceva a quello religioso alcun effetto. Parallelamente la Chiesa non riconosceva alcuna unione se non quello sancito da Essa. Ed arriviamo ai giorni nostri dove si può stipulare il matrimonio indifferentemente solo il matrimonio civile (valido per la legge) e quello religioso (valido per la Chiesa), o entrambi.

Naturalmente la cerimonia si è molto semplificata, anche se lo sforzo, in sostanza ,è rimasto identico. C’è stato un periodo nella nostra storia attuale in cui il matrimonio aveva perso un po’ di lucentezza sostituito dalla convivenza sancita solo da regole morali e non legali, ma negli ultimi anni si è riscoperto il valore di questa istituzione.

In questi giorni sono state approvate nuove leggi a tutela dei conviventi, delle coppie di fatto anche di sesso diverso. Ma io personalmente, pur non avendo pregiudizi, ritengo che il matrimonio abbia sempre il suo fascino e leghi due anime per l’eternità. Quindi, a tutti coloro che si apprestano a fare questo passo voglio ricordare di indossare qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di prestato e qualcosa di azzurro e. . .Buona fortuna sotto una pioggia di riso.




Lascia un commento