t1

Comune di Celano

t2

Testi del prof. Vittoriano Eposito maggiori info autore
Tommaso Da Celano..Le sequenze. Cenni critici

La produzione letteraria di Fra Tommaso da Celano, come si e gia detto, si riassume sotto pochi titoli: Legenda prima S. Francisci Assisiensis, Legenda eiusdem ad usum Chori (1229), Legenda secunda S. Francisci Assisiensis (1244), Tractatus de miraculis S. Fr. Assisiensis (1247), Legenda S. Clarae Virginis (1256), tre “Sequentiae” o Inni sacri (1260 circa).
Dalle date, indicate con qualche approssimazione, si comprende agevolmente che siamo agli albori della letteratura italiana; dalle singole opere, poi, si puo dedurre che la personalità tommasiana presenta due aspetti tra se complementari, quello del prosatore e biografo e quello del poeta, l’uno e l’altro strettamente connessi con le sorti del primo francescanesimo.

Qui non ci occuperemo delle biografie, se non per dire di passaggio che esse rappresentano il momento culminante dell’agiografia cristiana medievale, con il loro costante sforzo di perseguire validità di documento storico senza rinnegare l’intento educativo: il fine encomiastico e quello apologetico conferiscono alla narrazione una struttura saldamente morale, ma non trascinano mai l’autore a tradire la verità con gonfiezze di concetti e di parole.

Anzi, si avverte in ogni pagina il senso di una misura umana che non si lascia soffocare dal bisogno ascetico, che pure e vivissimo, a tutto vantaggio di quella giusta proporzione tra la terra e il cielo che non puo mancare ad un sano misticismo. Misura e proporzione sono da rilevare anche nello stile, tanto che a molti e parso doveroso definirlo un po’ freddo, quasi manierato, da retore; e invece bisogna dire che l'”ars dictandi”, che Tommaso dovette conoscere perfettamente, obbligando all’esercizio delle clausole ritmiche, finisce per conferire quasi sempre al periodo sintattico una musicalita e un decoro eccezionali, che sono l’unica luce che l’arte puo emanare in quei tempi per essa ancora molto oscuri.
Ma che Tommaso da Celano non avesse la stoffa d’un retore pedestre, e chiaramente dimostrato anche dalle sue tre Sequenze: Sanctitatis nova signa, Fregit victor virtualis e Dies irae, dies illa, con cui 1’innografia religiosa del tardo medioevo raggiunse le sue vette piu alte.

La parola Sequenza, com’e noto, deriva dalla definizione “sequentia cum prosa” con cui s’indicava un inno liturgico latino, composto per lo piu di versetti senza un preciso schema metrico, ma con delle semplici assonanze con 1’a finale dell'”Alleluja”, dopo del quale veniva cantato nella messa solenne, prima che 1’officiante desse inizio alla lettura del Vangelo.
Sorta nella Chiesa bizantina, la Sequenza si affermo in Occidente tra il 700 e 1’800 soprattutto nei monasteri di Limoges e di S. Gallo, e nel giro di qualche secolo ebbe una tale fioritura tra il popolo dei fedeli che se ne contarono circa 5000, in massima parte anonime. Di una produzione cosi sterminata solo cinque composizioni vennero poi a far parte della liturgia romana, e tra queste c’e il Dies irae, dies illa di Tommaso da Celano (1).

Assai tormentata e stata la vicenda critica di questo inno, come del resto quella di moltissimi altri inni della nostra letteratura religiosa, a cominciare da quelli ambrosiani. Divulgatosi ben presto senz’alcuna indicazione di paternita ed entrato come tale perfino nei messali, col passare del tempo divenne sempre piu noto non solo nell’area popolare, ma anche nella sfera dei critici e degli storici della letteratura; e quando si volle dargli un nome d’autore in considerazione del suo valore artistico, si fecero di volta in volta le ipotesi piu disparate: il Wion lo attribui a Gregorio Magno, il Proystino a S. Bernardo, 1’Ozanam a Innocenzo III, il Passevino ad Agostino di Biella, Benedetto. Gonomo a S. Bonaventura, Leandro Alberto al predicatore Umberto Orsini, Guglielmo da Siena a S. Tommaso d’Aquino. Solo in seguito agli studi dell’Ermini nei primi anni del nostro secolo (2) si e potuto rivendicarne la paternita a Tommaso da Celano, del che oggi nessuno osa piu nutrire seri dubbi.

La causa principale di tanta discordanza e da ricercare nel fatto che il motivo ispiratore del Dies irae e presente lungo tutta la tradizione sequenziale e piu d’una volta ha assunto forme’ e moduli assai vicini alla redazione tommasiana. Percio-Remy De Gourmont, dopo aver analizzato parecchi antecedenti di questo inno, pote scrivere che esso e da considerarsi piuttosto come un prodotto anonimo di anime tremanti e adoranti, “lentement cristallise pendant les siecles” (3).
Orbene, che intorno al motivo del “giudizio universale” ci fosse una materia cristallizzata, e vero; ma il grande merito di Tommaso da Celano e proprio quello di aver ridato senso e moto ad un corpo inerte, il calore dell’anima e la sincerita del sentimento, prerogative essenziali della vita intima.
Lo ha dovuto riconoscere perfino un lettore esigentissimo come Benedetto Croce, quando ha parlato di “gran maestria”, di un “graduale ascendere del pathos”, di un “tono eguale e pur vivo e forte”, anche se poi ha polemizzato con coloro che hanno voluto vedervi “una lirica sublime”, convinto com’era che si trattasse essenzialmente di “un atto di preghiera”, capace di entrare “nel dominio della poesia… solamente come oggetto o materia”(4).

Chi purtuttavia, come noi, non ama erigere frontiere invalicabili tra “ethos” e “pathos”, tra volonta morale e purezza lirica, puo anche credere con l’abate Bremond (5) che poesia e preghiera non sono inconciliabili tra loro, almeno quando prorompono dall’anima con eguale intensita di passione.
Di esempi probanti e ricca ogni letteratura e ogni religione; e l’esempio del Dies irae, dies illa non e da meno a nessun altro.
Ma spesso si dimentica che Tommaso da Celano e anche autore di altri due inni, che possono ampiamente suffragare la nostra tesi.
Infatti, il Sanctitatis nova signa e il Fregit victor virtualis, anche se muovono da un’asserzione di fede tutta francescana e da un bisogno di universale redenzione, finiscono per rivestire il motivo ispiratore con immagini poeticamente vive, distribuite in brevissimi periodi con ritmo incalzante.
La figura di S. Francesco domina in entrambi, sia pure con diverso risalto.

Il Sanctitatis nova signa s’inizia con uno sfondo arioso, illuminato dalla presenza dei nuovi astri di santità: sono appunto i seguaci del “nuovo gregge” che, per bocca del loro pastore, rinnovano la parola di Cristo; ed e come il segno tangibile della vita che ricomincia nel buio del tempo: Novus ordo, nova vita /Mundo surgit inaudita. Nella corruzione dilagante dentro e fuori della Chiesa, e davvero insolito il richiamo ad un apostolato da compiere nell’amore e nella poverti estrema, di cui il ruvido saio e il piede scalzo vogliono essere i simboli piu eloquenti: Chorda rudis, vestis dura /Cingit, tegit sine cura; /Panis datur m mensura, /Calceus abicitur.

Si potrebbe quasi dire che come la mensa francescana e parca di pane, cosi la poesia tommasiana si fa parca di parole, raggiungendo una stringatezza espressiva molto efficace e riuscendo, con dei tocchi incisivi, a darci del Poverello un ritratto disadorno, ma vivo e vero.
Ci par di vederlo appunto, come in una sequenza filmica, in cerca di madonna Poverta, col cuore amareggiato (“cor amarum”) per il tempo prezioso perduto tra i vani piaceri del mondo, per cui si rinchiude in una grotta (la Verna), dove col pianto e la preghiera si rasserena l’anima: e come in un ergastolo in quell’antro rupestre, eppure si sente libero e si innalza fino a Dio; e solo con se stesso, eppure possiede tutto ormai perche, nell’estasi della penitenza, la comunione col Cristo diventa perfetta, al punto che il suo stesso corpo viene piagato nelle mani e nei piedi, trafitto al fianco destro e tutto insanguinato.

E qui, istantanea, una scena impressionante: Patent statim miri clavi, / F’oris nigri, intus flavi; / Pungit dolor, poena gravi /Cruciant aculei.
Appaiono, dunque, dei chiodi strani ma veri, stillanti di sangue, e conficcandosi nelle carni, producono piaghe dolorose che la scienza medica non potrà guarire, perche non sono causate ne da natura ne da martello.
E con questi segni della croce che porta vivi nel suo corpo, frate Francesco si avvia alla conquista del mondo, sicuro di conseguire uno splendido trionfo. Fu un trionfo pagato ad altissimo prezzo di dolore: un uomo solo, impegnato contro tutto il male del mondo, in una battaglia spirituale in apparenza disperata come quella gia sostenuta da Cristo.

Il miracolo si rinnova nell’ampiezza del suo significato umano e divino. E questo il motivo, non meno religioso che lirico, del Fregit victor virtualis, il quale si svolge quasi per intero con un procedimento dialogato d’effetto sicuro, che prelude alla tecnica iterativa di certe laude jacoponiche e alla semplicita schematica delle prime sacre rappresentazioni.
Nelle strofette iniziali si ha come un preludio all’esaltazione del sacrificio e della vittoria di S. Francesco, l’uno e l’altra indispensabili per la rigenerazione della Chiesa. Poi, “ex abrupto”, una domanda corale: Dicas nobis, o Francisce, /Cur affixus sis in cruce?, domanda che si ripetera quattro volte, costringendo il Santo a intervenire con altrettante risposte:
Egli volle dice – contemplare la croce, imitarne tutta la passione abdicando al mondo; infiammato dall’amore di Cristo, ne assorbi talmente in cuore la dolcezza che fini per averne una estatica visione.
E che cosa fece dopo aver visto Gesù? chiede ancora il Coro. Egli risponde: bruciando d’amore per il volto divino, ma oppresso dal dolore per le cinque piaghe, egli non ebbe piu parole e senti rinnovarsi nell’intimo.
Ma che cosa, veramente insiste il Coro vide contemplando le piaghe di Cristo? L’anima gli ardeva in modo strano e il suo corpo prendeva le sembianze dello stesso Gesù: rinnovandosi la passione della croce, il servo di Cristo si mutava nella Sua stessa effigie.

Il Coro, a questo punto, potrebbe essere pago di scorgere realmente, come dice, nel Santo i segni divini; e tuttavia vuol sapere ancora di piu: – Chi, che cosa vide, Francesco, sulla croce? E la risposta e pronta e sicura: Filium Dei viventis /Crucifixum amore gentis. /… Christum c1avis conclavatum /Ac caput spinis coronatum.
D’ora in poi, dunque, conclude il poeta, solo gli stolti potranno dubitare: da un testimone oculare cosi degno di fede quale e S. Francesco, sappiamo che Cristo sopporto la morte su una croce ve’ra per amore dell’umanita peccatrice, e ai fedeli non resta che invocare la misericordia di Lui, se aspirano a salvarsi in eterno.
Questa, in succinto, la materia essenziale delle due Sequenze meno celebrate di Tommaso da Celano.
Non diremo che si tratti di liriche sublimi, ma neppure che siano semplici atti di preghiera: sono poesia, solenne e profonda quale puo riuscire, nei momenti migliori, la poesia d’ispirazione religiosa anche quando assume inflessioni e modi popolareggianti.

Certo, al centro v’e un atto di fede e tutt’intorno un’atmosfera di devozione, ma alle radici vi opera una fantasia commossa, che non si avvale di motivi piu o meno gia elaborati, come nel Dies irae, ma e capace finalmente di creare situazioni e figure di notevole originalita.
Si può affermare, per finire, che Tommaso da Celano, sia quando rielabora e ravviva dei motivi cristallizzati dalla tradizione, sia quando inventa dei motivi nuovi, ben radicati nella profondità della sua coscienza cristiana, si rivela dotato di una sua propria personalità e in tutto degno di essere considerato tra gli esponenti maggiori della poesia religiosa del ‘200.

Note
(1)Le altre sono: Victimae paschali laudes di Wipone (m. nel 1050), cappellano e storico di Corrado Il e di Enrico III; Veni, Sancte Spiritus di papa Innocenzo III; Lauda Sion Salvatorem di S. Tommaso d’Aquino; e Stabat Mater dolorosa di Iacopone di Todi. Bisogna aggiungere, tuttavia, che Sequenze d’un qualche pregio scrissero anche Notkero Balbulo (sec. IX), Ekkerardo I di S. Gallo (sec. X), Ermanno Contratto e Gottschalk di Limburgo (sec. XI), e specialmente Adamo di San Vittore (sec. XiI). Anche tra le anonime ve ne sono di piacevoli e interessanti soprattutto per uno strano miscuglio di motivi sacri e profani. Addirittura intorno al 1000 si scrissero Sequenze prettamente profane e scherzose (cfr. Carmina burana). 2 Cfr. Il Dies irae e I’Innologia ascetica del secolo XIII, Roma 1903, e Il Dies irae, Geneve 1924.
(2) Cfr. Le latin mystique, Cr6s, Paris, 1922 (pp. 319-41), citato anche dal Croce in Poesia ntica e moderna. Cfr. Il Dies irae in Poesia antica e moderna, Bari 1941, riprodotto parzialmente in La letteratura italiana (per saggi storicamente disposti a cura di M.ansone), Bari 190, pp. 3-6, Val. I. Cfr. Priere et poesie, ed. Grasset, Paris 1926.
(3) Cfr. Le latin Mystique, citato anche dal croce in Poesia Antica e Moderna
(4) Il Dies Irae in Poesia antica e Modermna, Bari 1941.
(5) Prìère et Poesie, ed. Grasset, paris, 1926.

Tratto da Poeti, Storici, Giuristi Celanesi (dal Duecento al primo Novecento)

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