t1

Comune di San Vincenzo valle Roveto

t2

Tutti i roccavivesi, sanno che Roccavecchia fu distrutta da una valanga e che il paese fu in seguito costruito ove sorge tuttora, tanti sono i racconti popolari che descrivono l’accaduto, cosi come tante sono state le versioni sulla data, alcuni documenti ci permettono ora di stabilire la data della sciagura e conoscere con precisione alcuni fatti fino ad oggi ignorati. Nel Brogliardo Giovannelli, conservato presso l’archivio della Curia Vescovile di Sora, troviamo la bolla di nomina a parroco di Roccavivi di don Donato Canna di Sora, nominato il 6 agosto 1616 al posto di don Camillo Di Fede deceduto nella distruzione del paese a seguito della slavina dell’8 febbraio 1616. Il vescovo Piccardi nella relazione della sua Visita Pastorale fatta nel 1663 scrive che il vecchio paese fu distrutto 47 anni prima.

In una lettera indirizzata dal contestabile Colonna al vescovo di Sora Girolamo Giovannelli il 20 dicembre 1621 vennero descritti alcuni particolari intorno alla costruzione della nuova chiesa parrocchiale di Roccavivi. Il duca 34 anni prima aveva stanziato 150 ducati per la fabbrica del nuovo edificio sacro e si era proposto di far affiggere una lapide nella chiesa a ricordo di quella elargizione. Egli aveva impartito ordine al suo governatore che risiedeva a Civitella Roveto di amministrare il denaro che doveva essere versato dall’erario di Trasacco e aveva disposto che i massari di Roccavivi addetti all’amministrazione del comune, s’impegnassero a provvedere la manodopera per portare a termine la fabbrica. Dalla lettera si desume che la costruzione della nuova chiesa era cominciata intorno al 1617, ma che nel 1621 non era ancora conclusa.

Le notizie che risalgono al mese di ottobre 1677 si collegano ad una indagine promossa dal vescovo di Sora Marco Antonio Pisanello per accertare il diritto dei Colonna alla nomina dell’abate di Roccavivi. In seguito alla morte dell’abate don Biagio Cacciaglia, avvenuta nel 1669, il vescovo Maurizio Piccardi aveva nominato abate don Alessandro Cecchinelli senza la presentazione dei Colonna che vantavano quel diritto. Le loro rimostranze in difesa dei propri diritti, avanzati dal duca Lorenzo Onofrio Colonna Goeni, costrinsero il vescovo Pisanello, successore del vescovo Piccardi, ad esaminare la veridicità dei fatti sulla base di precise testimonianze. Il 1 ottobre 1677 fu convocato nella curia vescovile di Sora, Francesco Saporiti di 65 anni di Roccavivi per deporre intorno al diritto di patronato dei Colonna sulla chiesa parrocchiale.

Egli dichiaro d’aver sempre sentito dire che i Colonna godevano del diritto di nomina dell’abate e aggiunse che “essendo stata diruta dalla neve e pietre la Rocca de Vivi vecchia nell’anno 1616 e propriamente agli 8 di febbraio fu poi fra pochi anni, discosto da detta vecchia circa un miglio, più al piano fatta la nuova con il medesimo titolo di Rocca de Vivi e cosi fu fatta in detta terra nuova la chiesa nuova con l’istesso titolo di Santa Maria e per mantenersi maggiormente il suo jus il Signor Contestabile di quel tempo don Filippo Colonna ci pose per la fabbrica di detta chiesa ducati cento e cinquanta ce ne mise la sua Signora moglie come il tutto fu et e notorio a tutti della terra ed io me ne ricordo benissimo che di questa spesa di ducati 150 se ne discorre sempre e sempre se ne discorre. Sopra la porta della medesima chiesa poi ci fu fatta l’arma di Casa Colonna. dove fin al presente vi é. Di più mi ricordo che al tempo fu fatto abbate di detta chiesa un certo Donato Antonio.

Questo si disse sempre fu fatto per presentazione del Contestabile e ugualmente avvenne col successore abbate Vezzi”. Pure il 1 ottobre fu chiamato a deporre Bernardino de Fede di anni 70, sopravvissuto alla catastrofe del 1616. Ai particolari gia noti egli aggiunse che i Colonna avevano fatto venire da Roma un architetto e che il loro stemma era stato posto “sopra la porta alla parte di fuori della chiesa”. Egli fece pure i nomi degli abati don Camillo Di Fede di Roccavivi, don Donato Antonio Cagnaccio di Sora, don Benedetto Vezzi e don Biagio Cacciaglia che a sua memoria si erano succeduti nel governo della chiesa. L’ultimo testimone fu un certo Pietro di Roccavivi, di anni 52, che fu convocato il 3 ottobre. Egli confermo le dichiarazioni precedenti e aggiunse che l’antica chiesa della Rocca era rimasta intatta e che alcuni anni più tardi era stato posto un eremita a custodia di essa. Dopo le dichiarazioni dei testimoni il vescovo Marco Antonio Pisanello riconobbe il diritto di patronato dei Colonna. Altre notizie ce le fornisce l’abate don Ermenegildo De Paulis nel 1763 che in una relazione in vista della Visita Pastorale, definisce i fatti della Valanga “vera e costante tradizione” e vi aggiunse delle notizie che avevano rappresentato l’oscuro presagio della catastrofe.

La narrazione prende l’avvio da una lite di confini sorta in quell’anno tra Roccavivi e Balsorano. Per poter giungere alla conoscenza della verità e derimre la questione il vescovo Girolamo Giovannelli aveva lanciato la scomunica contro tutti coloro che erano a conoscenza dei veri confini e si rifiutavano di dichiararli. L’abate del tempo Camillo di Fede durante la celebrazione delle messe festive aveva comunicato al popolo il provvedimento del vescovo, ma quell’annuncio era stato accolto con disprezzo; l’abate definisce il comportamento della popolazione: “Sprevit et despectui habuit excommunicationis fulmen” (Disprezzo e non fece alcun conto del fulmine della scomunica). I fatti che seguirono furono come un avvertimento dell’imminente catastrofe. La mattina del 7 febbraio, vigilia della distruzione del paese, mentre l’abate celebrava la messa un “orribile maiale” entro in chiesa e alla presenza dei fedeli prima lacero il paliotto dell’altare, poi strinse con i denti la fune della campana e comincio a farla suonare, quindi si dileguo lasciando la gente inorridita.

Un altro preannuncio aveva prospettato la prossima sciagura. Un vecchio del luogo, Tommaso Liberatore, era stato avvertito in sogno dell’imminente rovina del paese, ma nessuno aveva prestato fede alle sue parole. Egli pero per salvarsi dal disastro si era rifugiato con i familiari in un altro luogo. Nella notte seguente si scateno un uragano con tuoni, pioggia e neve e il paese resto sepolto da una valanga precipitata dal monte. Cadde anche la chiesa, di cui rimase in piedi solo la parete alla quale era addossato l’altare che custodiva l’Eucarestia. Molte persone avevano trovato rifugio nella chiesa, ma dalle rovine furono estratti ottanta cadaveri. In un angolo, protetta dalle travi, fu trovata viva solo una donna di nome Altesia che aveva affermato di essere rimasta incolume perchè aveva invocato San Carlo Borromeo, patrono del Paese. L’abate don Camillo Di Fede fu trovato morto sotto le macerie della sua casa col breviario in mano. L’abate don Ermenegildo De Paulis concludeva la narrazione ricordando che ogni anno il 7 febbraio veniva celebrato un anniversario in suffragio delle vittime dell’immane catastrofe e ammoniva i fedeli ad aver paura della scomunica, fulmine più terribile di tutti gli altri.

Testi tratti dal libro Roccavecchia

Testi a cura di Don Rocco Bifolchi

avezzano t2

avezzano t4

La valanga dell'8 febbraio 1616

t3

avezzano t4

t5