Nella vita di Mea, emerge un’analogia con la pastorella del “Cantico dei Cantici”, detta “Sulamite”, che rappresenta la nazione israelita in esilio. La pastorella simboleggia la propria fedeltà al Dio, definito “Diletto”, mentre anela al ritorno alla Terra Promessa. Questo amore viene rappresentato con il riconoscimento della sua condizione: “bruna” e “disprezzata” dai suoi confratelli, segno di una scarsa accettazione da parte dei popoli confinanti, che disprezzano Israele per la sua lealtà a Jahvè.
Il colore bruno della sua pelle suggerisce l’esilio, assorbito dal sole delle sofferenze. Nonostante le seduzioni del “seduttore”, la pastorella rifiuta le lusinghe di una vita agiata, preferendo la compagnia del “Diletto” anche in una misera dimora di frasche. Qui, si paragona ai fiorellini di campo, simboli di umiltà e purezza.
In questa narrazione, anche Mea riveste il ruolo di pastorella, simile a un piccolo fiore caduto dal Cielo in una “valle di pianto”, illuminando e profumando la terra d’esilio laddove vive. Si identifica con la pastorella abbronzata non solo dal sole, ma soprattutto dalle sue sofferenze e dall’indigenza. Sdegnata dai “fratelli” e dai paesani che non comprendono il suo amore per il Pastore delle anime, non cede alle chiacchiere e continua a immaginare Gesù vicino a sé.
Come la pastorella, Mea si considera un fiorellino del campo, ricco di umiltà e purezza, con aspirazioni altissime e sublimi. E la certezza che Gesù verrà a farla Sua sposa per sempre riempie il suo cuore di speranza.
Riferimento autore: D. Gaetano Meaolo.