Un viaggio nel tempo nella Marsica dei nostri padri, la storia della Pangiasca



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Quando verso la  metà della primavera  volge al termine la semina del  marzólě, la semente che come  granturco, ceci, lenticchie, ervi, cicerchie, cĕcĕrchiola, in genere le leguminose,  richiede di essere interrata a partire dal periodo in cui comincia il periodo vegetativo;  quando a fine estate, terminata la raccolta del grano, ormai stipato  al sicuro, già fervono i preparativi della vendemmia con il lavare le bigonce e le botti per liberarle dai residui di feccia,   in tutto il paese si respira aria di fešta. Nei giorni precedenti l’ultimo sabato e domenica di aprile e settembre, hanno un gran daffare Ziaroscia e Margarita, fornaie di professione.  Mestiere duro quello della fěrnara, che richiede impegno fin dalle prime ore dopo la mezzanotte.  

Poiché si contano sulle dita di una mano le famiglie che possiedono una sveglia,  Ziaroscia, e Margarita vanno  a destare le  rispettive clienti gridandone il nome nel cuore della notte, mentre tutto all’intorno tace e al – Oooh! –  della risposta, a gran voce ricordano loro che è arrivato il momento di ammassare il pane.  Il pane che tutti mangiamo. Sarà per questo che mai nessuno si è lamentato di essere stato svegliato in piena notte  dagli allucchĕ ( le grida) di Ziaroscia e di Margarita. Le massaie sanno bene che le pagnotte debbono ricrescere in tempo necessario, alla giusta temperature;  insegnano alle figlie fin da piccole come si fa il pane, perché la prima cosa che la futura suocera pretenderà  dalla nuora è che sappia mettere il lievito, ammassare, spianare, fare sagnĕ;  fare la calza, il rammendo, il bucato e usar la cenere  che lascia profumata la biancheria è altrettanto importante, ma secondario.

Sfornate di buon mattino le pagnotte, che devono durare una settimana e  anche più ( per questo alla massa si aggiunge una modica quantità di patate  affinché il pane si mantenga morbido), le energiche e infaticabili fornare  riportano il forno alla giusta temperatura per cuocere i  biscotti e le ciambelle. Finalmente sono arrivati i giorni che piccoli e grandi aspettano da tempo. E’ solo alle feste difatti che si fanno i biscotti e si assaggia qualcosa di dolce. Se si eccettua la Pasqua che ha visto i maschietti ricevere il cavallo  e le femminucce la pupa,  è da  Natale,  quando si fanno  le crĕspellĕ, ricoperte con una spolverata di zucchero o, rare volte,  di miele, che non si prova il dolce. Benvenute, feštĕ!

Un viaggio nel tempo nella Marsica dei nostri padri, la storia della Pangiasca

Nel paese, intanto,  é arrivata   l’allumĕnazione.  La via principale viene addobbata con le luminarie e  in piazza montato il palco circolare, con pannelli fantasiosamente  sagomati e decorati, sul quale  salirà la banda che alla sera suonerà i “pezzi”. Ti mette allegrezza solo a vederlo.  Nello slargo più adatto fra le case   Bĕštécca, rinomato  giostraio della Marsica, allestisce  lĕ carrĕzzéllĕ, la giostra. Una frotta di ragazzi,  i quali in cuore loro  sanno che per le feste nessuno gli darà un soldo,  gli gironzolano attorno, a Bĕštecca,  e gli si offrono di salire sul soppalco per azionare la giostra a spinta di braccia. La ricompensa sarà qualche giro alle carrĕzzéllĕ.

I festaroli si attengono alla tradizione nell’organizzare i divertimenti che avranno luogo nel pomeriggio,  ché la mattina è riservata alla messa parata;  la messa solenne,  celebrata da tre preti,   cantata e accompagnata all’organo, con il predicatore che sale sul pulpito per fare il panegirico del santo.  Dopo la messa c’è la pĕrgĕssionĕ che si snoda in questo o quel quartiere, a seconda del santo che protegge questa o quella contrada; gli spari  immancabilmente li farà lo sparatore di Cerchio, rinomato in tutta la Marsica. Quindi nel pomeriggio  i divertimenti che comprendono: la corsa degli asini, la corsa   nei sacchi, la gara dello scocciapignatĕ,  svago che, per chi non lo sapesse, consiste in questo:   ad altezza d’uomo con le braccia alzate, si lega una corda  a due sostegni posti a una certa a distanza, che potrebbe essere costituita da quella che passa fra due alberi ai lati opposti nella via principale; vengono appese alla corda, distanziate l’una dall’altra,  le pignatte, ognuna delle quali contiene un premio: un salame, una salsiccia, una piccola forma di formaggio e, considerati i tempi, quel che passa il convento; in qualcuna però c’è acqua, farina, cenere, niente.  

Gli occhi bendati e dopo alcuni giri di trottola, il partecipante deve  scocciare  una pignatta con un bastone; farà suo quel che, con i cocci,  gli sarà caduto addosso. Ilarità generale se rompe la pignatta  sbagliata. Fra gli altri divertimenti c’è quello di fare a pallě fortě; vi partecipano i giovanotti e consiste nel gettare  il più lontano possibile, per una via rettilinea, nel caso di Lecce  per la via che mena a Gioia, una biglia di ferro; vince chi la manda più lontano, questo è il premio.  Nel passato però, quando c’erano tante pecore, al posto delle biglie si faceva a pallĕ fortĕ con piccole  pezze di formaggio  che il più delle volte bisognava andare a raccogliere in mezzo alle fratte  fra due querce; qui però chi era più fiacco ci rimetteva la pezza…

Ora altri motivi di attrazione sono:  guardare quelli che mani legate dietro la schiena,  staccano con la bocca una moneta, incollata con la pece,  dal fondo di una pentola annerita, penzolante da una corda legata diametralmente a due pali del palco  o quelli che, sempre sul palco, e anch’essi con le  mani legate alla la schiena, fanno a gara a chi finisce prima di mangiare un piatto  di maccaruně al sugo. Sarà premiato quello che  per primo avrà svuotato  il piatto. Ma io dico che il premio lo vincono tutti,  quei cinque sei partecipanti alla gara: è quel piatto di maccarunĕ stesso,  il premio;  perché quando  ricapiterà di mangiare un’ altra volta la pastasciutta?  

La  fešta generale però, quella vera e propria, che vede la gran parte della  la popolazione accorrere, come sempre e dappertutto, c’è la sera, dopo cena. È curioso vedere che molte persone si recano in piazza portando con sé una  sedia; ti domandi a che serva e trovi la risposta quando vedi quelle stesse persone sedute tutte prese ad ascoltare la banda che sul palco suona pezzi celebri dalle opere di  Verdi, Rossini, Mascagni, Leoncavallo…

Quando il cornettista  si produce in un assolo prolungato più di quanto richiesto dalla nota, scrosciano gli applausi,  e un anziano, che batte le mani convinto,  si volta verso un  vicino e fa: “ Questa è  musica che mica tutti la capiscono!”.

Un viaggio nel tempo nella Marsica dei nostri padri, la storia della Pangiasca

Il secondo giorno di festa, a chiusura,  mentre gli artifizzi squarciano la notte, c’è il ballo della  Pupa, un fantoccio vuoto con  la statura e le fattezze di   donna, rivestito fin quasi a terra con involucro  di carta variopinta, le guance vistosamente imbellettate, il capo cinto da una corona di mortaretti,  i seni anch’essi con in punta un bossolo; di solito è l’estroverso Cĕcchinĕ che indossa questo  manichino;  ’št’annĕ  però,  Cĕcchinĕ nan è rĕmĕnutĕ   per le feste e  allora due aitanti giovani,  al centro della piazza,  calano il fantoccio addosso a sor Domenico dell’ Ammazzajattĕ.   Gli spettatori fanno largo intorno. Appena  con ritmo binario e tempo moderato, quattro cinque  bandisti attaccano una polacca, sor Domenico, pardon la Pupa,  si mette a ballare. Tutti gli occhi sono puntati su di lei che distribuisce inchini  a destra e a sinistra agli spettatori assiepati. A un certo momento il ritmo della polacca da binario  passa a ternario e i mortaretti, a cui dà la miccia un aiutante dello sparatore, incominciano ad esplodere in sequenza, a cominciare dalla testa.

Con l’esplosione dell’ultimo petardo cessa anche la musica e la danza; il fantoccio viene sfilato di dosso al ballerino e collocato al centro della piazza e, forse previsto dal  copione o acceso dall’ultimo mortaretto, lo sgargiante vestito va a fuoco ; della pupa non rimane che lo scheletro da cui si levano e svolazzano neri brandelli, carta bruciata,  che levandosi in alto sembrano ali di vattĕvia, pipistrelli,  mentre l’ultimo artifizzo proietta  sui tetti le ombre dei comignoli,  mentre vedi la gente che prende la via di casa, lentamente, come  stanca; par di scorgere una certa mestizia. Diman tristezza e noia recheran l’ore,  ed al travaglio usato ciascuno in suo pensier farà ritorno- direbbe il poeta di Recanati.

Il palco, la banda  i pezzi d’opera che hanno resa famosa l’Italia nel mondo,  ci hanno riportati a qualche tempo addietro; ma a luoghi e tempi lontanissimi   ci porterà la scoperta dell’origine e del perché del nome con il quale a Lecce viene chiamata la pupa, la pangiasca.

Abbiamo visto che caratteristica della  pangiasca  è l’appariscenza:  trucco, abito vistoso, la stessa danza e gli scoppi che richiamano l’attenzione; di pangiasca si parla, a Lecce, quando  una donna s’imbelletta oltremodo, si veste  con pacchianeria, si muove innaturalmente. Ebbene  nel nome pangiasca,  evidentissimo è il suffisso ligure  asco/asca che riporta ad accadico ešqu, išqu  ( pertinenza,  attinenza, parte spettante, appartenente a ); altrettanto evidente è accadico pānu,pān,  ebr. panē ( viso, faccia, parte anteriore ),  ebraico pānīm che in campo religioso fa riferimento alla “faccia travolgente di Dio”. Pangiasca, per dirla  telegraficamente:   facciata, apparenza, esteriorità.

Ritornando al suffisso ligure asco/asca, fra le tante varietà di olive ce n’è una, la taggiasca,  piccola di dimensioni  ma che sottoposta a lavorazione    ( c’è uno stabilimento che lavora le olive qui a confine con le terre marsicane,  a Carsoli, terra degli Equi, “ horrida praecipue cui gens adsuetaque multo- venatu nemorum, duris Aequicula glaebis. – Armati terram exercent semperque recentis-convectare iuvat praedas et vivere rapto.  “ Orrida gente, per le selve avvezza – cacciar le fere, adoperar la marra, – arar con l’armi in dosso, e tutti insieme – viver di cacciagione e di rapine. ( Virgilio, Eneide,  VII, 746-749,   Traduzione di Annibal Caro. )  è di sapore eccellente; tipica della Liguria, la taggiasca,  porta scritto nel nome il suo essere;  da accadico taḫû o daqqu  “ il piccolo, il fanciullo  ‘piccolo’ ”, accadico ešqu  (attinente, appartenente a );  accadico dēqu   propizio, buono.