Stato del fiume Liri, intervista al professore Pietro De Paulis



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Professore, Lei è stato nello stesso tempo e per molto tempo sindaco, presidente della Comunità Montana e presidente del Consorzio di Bonifica. Per quest’ultimo ente in particolare, non meno comunque che per gli altri due, le dovrebbero essere noti e arcinoti i problemi del fiume Liri, di cui molto si è parlato e si continua a parlare in questi giorni. Per cui le chiedo come vede il problema, quali sono le soluzioni e come valuta le iniziative e i ruoli che stanno giocando i vari Enti responsabili.

– Ritengo che gli Enti che lei ha citato, a cui per competenza ne aggiungerei altri due, abbiano fatto o stiano facendo quanto è necessario per l’eliminazione degli inconvenienti che vengono lamentati.

Tutto qui? Mi scusi professore, comprendo ma non condivido la cautela della sua risposta. Il fiume Liri è troppo importante per la Vallata per essere liquidato in quattro parole. I comuni tutti sono interessati e da sempre, oltre ai benefici, il Liri è portatore di problemi, peraltro non risolti, che riguardano la vita dell’intera comunità valligiana. Le riunioni continue di Sindaci e politici stanno lì a dimostrarlo.

– Ma vede, per il parere che lei mi chiede bastano due parole, anziché quattro: il fiume è inquinato? Ricerca, cioè conta e analisi delle immissioni e, in conseguenza, eliminazione dei fattori inquinanti. Con le buone se possibile, con le cattive se necessario. Tutto qui. Riunioni, assemblee, convegni, cenacoli, agapi fraterne vanno bene, benissimo, ma poi bisogna agire. Altrimenti sono lustrini e paillettes di passerelle, nella migliore delle ipotesi, inutili. Se poi restando sul fiume, ma voltando pagina, lei mi chiede se ci sono o ci siano stati vicende e problemi legati al suo millenario cammino, le posso garantire che il Liri di vicende, anche interessanti, è pieno, e i problemi, anche gravi non se li è fatti mancare. Le genti aborigene vi pescavano le lamprede, i Romani vi hanno combattuto, i barbari lo hanno attraversato, i Saraceni lo hanno risalito, i briganti ci sono caduti, i tedeschi ecc.. ecc.. Persino il suo nome s’è messo in discussione, s’è chiamato sempre Liri o anche Verde, è affluente del fiume Rapido o è vero il contrario, modifica il suo nome o lo perde in Garigliano? Personalmente sono con quanti sostengono che Verde ce lo vedeva Dante per il riflesso delle sue acque; che sia il Rapido ad unirci le sue acque gelide e che Garigliano sia la contrazione di Gariliriano, in forza della legge fonetica, imperante in linguistica, del minimo sforzo.

Professore, torniamo al Liri di oggi.

– Tornando al Liri di oggi, a parte l’inquinamento, per il quale le ho dato una risposta cauta, secondo lei, completa ed unica, secondo me, le posso dire che c’è, o meglio c’era, e comunque non c’è più un altro discorso da fare, che s’era iniziato alla fine degli anni ottanta: la valorizzazione turistica del fiume Liri, con accordi con  l’Enel ed ingenti investimenti sul suo tracciato e sul territorio circostante.

Perché professore questo discorso non c’è più?

– Non c’è più da quando la Comunità Montana non c’è più. La perdita di questo Ente rappresenta il danno più grave che la Valle potesse avere dal dopoguerra ad oggi. Lasciamo stare se funzionasse al meglio o al peggio, ma il fatto che i 7 comuni, tra loro legati per motivi geografici (il sistema oroidrografico è identico) e storici (nel 1789 contro l’invasore transalpino, la Valle Roveto, mobilitata nelle chiese “pro aris et focis” mise su una sola “massa” ed elesse un solo comandante) il fatto, dicevo, che i magnifici 7 potessero contare su un punto di riferimento istituzionale era di fondamentale importanza. Basta riandare, per comprenderlo, alle estenuanti fatiche dei 7 Sindaci dagli anni ’50 in poi per la creazione, mai riuscita, del Consiglio di Valle. Ora che, per fortuna nostra, ci aveva pensato lo Stato con la costituzione della Comunità Montana, ce la siamo fatta sfilare senza battere ciglio, anzi battendo le mani, o quasi. Ma la Valle senza la Comunità Montana è bella che spacciata, è menomata o, come avrebbe detto il poeta del “Pineto”, è “mutilata”. Ma tant’è. Tant’è che l’intervista che doveva parlare di Rocche e di montagne è finita, per colpa mia s’intende, per discutere di valle orba e fiume amaro. Di montagna e della storia di Roccavivi ahimè, “percossa e inaridita”, della slavina del 1600, ripeto del 1600, delle origini del nome, quello vero, che non è né “Rocca Vivorum” né “Rocca dei vivi” né di altre Rocche più o meno fantasiose, parleremo in altra occasione. Se ci sarà. A meno che altri, e ce ne sono o ce ne dovrebbero essere, sospinti da sacro furore avito, non intervengano per evitare che le radici loro, dei loro figli e delle future generazioni finiscano per essere avvitate su dati storici palesemente infondati.



Redazione Contenuti

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