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Castellafiume e i sepolcri sotto la chiesa di San Nicola: quando la memoria riemerge dal sottosuolo

Michele Mariani

Fino alla metà dell’Ottocento, sotto il pavimento della chiesa parrocchiale di Chiesa di San Nicola, a Castellafiume, riposavano i defunti del paese. Nei sepolcri ricavati sotto le navate, tra pietra e silenzio, generazioni di castellitti trovarono sepoltura secondo una consuetudine diffusa per secoli: affidare alla chiesa non solo i riti spirituali, ma anche la custodia dei corpi e della memoria collettiva.

Ancora oggi, tra colonne e navate, riaffiorano lapidi consumate dal tempo, testimonianze di un’epoca in cui morte e religiosità convivevano in modo intimo e quotidiano. Quelle sepolture non custodivano soltanto resti mortali: erano scrigni di storie familiari, legami comunitari e identità profondamente radicate nella tradizione locale.

L’Editto di Saint-Cloud e la fine delle sepolture in chiesa

Con l’entrata in vigore dell’Editto di Saint-Cloud, emanato nel 1804 da Napoleone Bonaparte, anche Castellafiume dovette adeguarsi a una nuova normativa.

La legge stabiliva che le sepolture non potessero più avvenire all’interno delle città o delle chiese, ma in cimiteri collocati fuori dai centri abitati, per ragioni igienico-sanitarie. Inoltre, la gestione dei cimiteri diventava competenza civile e pubblica, non più esclusivamente ecclesiastica.

Questa disposizione si diffuse nei territori sotto dominio napoleonico, compresa gran parte dell’Italia, contribuendo alla nascita dei moderni cimiteri extraurbani. Il provvedimento ebbe anche un forte impatto culturale e ispirò la celebre riflessione di Ugo Foscolo nel carme Dei Sepolcri del 1807.

Il progetto del primo cimitero comunale

Una svolta decisiva giunse nel 1840. Nel febbraio di quell’anno fu redatto il documento intitolato Progetto del camposanto ad inumazione per il comune di Castellafiume, una preziosa fonte storica che, oltre agli aspetti tecnici, offre uno spaccato della realtà demografica e amministrativa del tempo.

Il nuovo cimitero sarebbe sorto in contrada Le Piane Sante, su un terreno vignato appartenente all’Abbadia del Comune, ritenuto adatto alla decomposizione dei cadaveri e conforme alle normative igienico-sanitarie allora vigenti. Il sito fu individuato dall’ingegnere Filippo Cappelletti, su incarico dell’Intendente provinciale, con l’assistenza dei deputati locali e l’approvazione del decurionato.

All’epoca il Comune contava 1.239 abitanti. Stimando un tasso di mortalità di 32-33 individui ogni mille, si prevedevano circa quaranta decessi annui, per un totale di circa quattrocento nell’arco di un decennio. Il camposanto, di forma rettangolare, era progettato per accogliere le sepolture di dieci anni, con due aree di inumazione, viali alberati perimetrali e una cappella collocata lungo l’asse centrale.

Si trattava di un cambiamento epocale: il passaggio dalle sepolture all’interno della chiesa a un cimitero esterno, in linea con le disposizioni che in tutta Italia andavano progressivamente imponendosi per motivi igienici e sanitari.

L’emergenza del 1849: i sepolcri sprofondati

Mentre il progetto del nuovo camposanto prendeva forma, la situazione sotto la chiesa parrocchiale divenne critica. Il 28 febbraio 1849 il sottintendente di Avezzano segnalò ai superiori un fatto allarmante: i due grandi sepolcri della chiesa erano crollati, provocando esalazioni tali da rendere necessario sospendere le funzioni religiose.

Il parroco chiese un intervento urgente. Fu redatto un verbale e si procedette allo spurgo delle sepolture, con la rimozione dei cadaveri e il loro trasferimento nel nuovo cimitero.

Una perizia firmata da Giovanni Murzilli, su incarico del sindaco, descrive nel dettaglio le operazioni eseguite e le spese sostenute. Furono ripuliti otto sepolcri colmi di cadaveri, con dieci giornate di lavoro dei becchini. Si intervenne sui telai e sul mattonato, si restaurarono stipiti danneggiati e si utilizzarono 150 quadrelli per ripristinare la pavimentazione sopra la sepoltura situata sotto il pulpito. Vennero inoltre impiegate quaranta salme di rena e diverse giornate di lavoro di fabbricanti, scalpellini, donne addette al trasporto dei materiali e operai impegnati nella preparazione della calce.

L’elenco, minuzioso e quasi contabile, restituisce con crudezza la portata dell’emergenza sanitaria e strutturale. Ma tra cifre e giornate di lavoro emerge soprattutto il segno di un passaggio definitivo: l’abbandono di un’antica consuetudine a favore di una nuova sensibilità pubblica.

Tra memoria e modernità

La vicenda dei sepolcri sprofondati rappresenta un momento cruciale nella storia di Castellafiume. Il superamento delle sepolture ecclesiastiche e la nascita del cimitero comunale segnano l’ingresso del paese nella modernità amministrativa e sanitaria dell’Ottocento.

Oggi quelle lapidi consumate non sono soltanto reperti materiali: sono frammenti di memoria collettiva. Raccontano di una comunità che ha vissuto il rapporto con la morte in modo diretto, intrecciando fede, tradizione e necessità pratica.

Rileggere quei documenti significa restituire voce a un passato che non è del tutto sepolto. Perché sotto il pavimento della chiesa, tra polvere e silenzio, Castellafiume conserva ancora le sue radici più profonde.

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