Il 20 febbraio 1921 si svolse ad Avezzano il convegno provinciale della «cooperazione e della previdenza sociale» promosso da Antonio Iatosti e Filippo Carusi, dopo l’ennesima occupazione delle terre di Don Giovanni Torlonia da parte di numerosi contadini alle prese con la fame e il carovita. Tuttavia, socialisti, liberali, comunisti e fasci di combattimento furono tenuti a bada da Pio Berti dello zuccherificio, che minacciava di ricorrere alla maniere forti in caso di nuove invasioni. In realtà, le proposte di Iatosti e Carusi, divennero presto un punto chiave nel movimento economico e politico marsicano prima dell’avvento fascista: per loro occorreva subito dare le terre in affitto alle cooperative agricole, come avevano già proposto le leghe dei combattenti (1).
D’altra parte, anche il Comitato Provinciale di propaganda per le colture alimentari, considerando che gli attuali sistemi di conduzione del latifondo fucense avessero determinato da tempo un clima sfavorevole per l’esercizio dell’agricoltura (con danno evidente della produzione), deliberò di nominare una commissione: «composta di Rappresentanti di ogni partito politico e di persone tecniche, la quale esponga i voti di questo Comitato direttamente ai Ministeri dell’Interno, dell’Agricoltura e del Lavoro, ai proprietari del Fucino, agli Organi politici, amministrativi e agrari della regione, e dia la sua opera, in ogni possibile forma per la migliore risoluzione del problema». Ognuna di queste soluzioni poteva sollecitare buoni propositi, stabilendo che l’amministrazione locale del Fucino doveva entrare subito in trattative con i rappresentanti degli agricoltori per disporre, infine, la conduzione dei terreni e, di seguito: «che l’azienda padronale a conduzione diretta sia ridotta alla minima estensione per la sperimentazione agraria e zootecnica; che dovevano immediatamente cessare i contratti dei grandi affittuari; che i terreni rimasti ancora liberi dovevano essere dati in affitto agli agricoltori che coltivavano direttamente la terra e preferibilmente alle associazioni e alle organizzazioni a scopo agrario; che i contratti di colonia e mezzadria dovevano essere modificati rispettando i bisogni dei coloni; che nella concessione degli affitti, dovevano essere presenti agricoltori di diversi comuni attuando un equo piano di distribuzione». Il sottosegretario del governo Giolitti (Camillo Corradini), ricevute tali sollecitazioni, rispose al comitato provinciale che si stava interessando personalmente della questione delle terre del Fucino, promettendo un prossimo colloquio con i principi romani (2). Così come promesso, l’onorevole ebbe due colloqui con Torlonia, seguendo una linea stabilita dalle commissioni miste, sorte in seno al convegno tenutosi presso la sottoprefettura di Avezzano, con l’intervento dell’ispettore superiore dottor Senise, per ridurre le grandi affittanze e «limitare allo stretto indispensabile l’azienda padronale ed avere così il prossimo autunno terreno da distribuire agli agricoltori». Se tali furono le intenzioni, il commento del giornalista (firmato Gip) si auspicò che gli accordi raggiunti a Roma, potessero essere interpretati con la massima larghezza, temendo che l’oligarchia locale avezzanese, schierata politicamente (quasi tutta per Torlonia), prendesse il sopravvento sulla realtà economica. In ogni modo, con gli accordi raggiunti e con i criteri adottati, nessuno poteva avere più di venti coppe di terra. Quindi era necessario che «tutti coloro i quali hanno intenzione e qualità per diventare affittuari del Fucino, si rendano parte diligente presentando, sia personalmente sia per mezzo delle associazioni o leghe alle quali sono iscritti, domanda al prof. Vincenti amministratore di Casa Torlonia in Avezzano». Ardenti esortazioni furono così indirizzate agli interessati, tenendo presente che la questione delle terre del Fucino doveva essere solo ed esclusivamente economica: chi intendeva farla diventare politica era da considerare un «mistificatore». Infine, con la proposta di nominare una commissione mista, composta da rappresentanti di Casa Torlonia e di tutti i partiti esistenti nella Marsica, si dovevano assegnare i terreni a coloro i quali «avevano un solo certificato, ossia il maggior bisogno» (3). Senza negare l’importanza della trattativa in atto, occorreva tener presente le inestricabili prospettive che ormai da tempo gravavano sul latifondo. Infatti, come si può leggere nello studio di Pizzuti: «In realtà, pur cessando l’agitazione esteriore e organizzata, si continuò a parlare di vertenze fra locatore e affittuari in ordine a tutte le questioni del problema: adeguamento dei canoni d’affitto; rinnovazione dei contratti; manutenzione delle strade e delle opere di bonifica; abusive detenzioni di possesso; conduttori non diretti coltivatori; frazionamento parcellare e polverizzazione fondiaria; costruzione di case e ricoveri e relativo divieto; divieto di transito per le strade, revisioni delle categorie di classifica dei terreni» (4).
NOTE
- R.Colapietra, Fucino Ieri 1878-1951, Ente Fucino, Sta. Roto-litografico «Abruzzo-Press», L’Aquila, ottobre 1998, pp.118-119.
- Il Risorgimento d’Abruzzo, Settimanale di Battaglia, Anno III, Num.100, Roma, 20 Marzo 1921, p.3, La questione delle terre del Fucino.
- Ivi, Anno III, Num.102, Roma, 3 Aprile 1921, p. 3, La questione del Fucino.
- I Quaderni della Maremma (1 Serie: Documenti), A.Pizzuti, Le affittanze agrarie nel Fucino prima della Riforma Fondiaria, Avezzano 1953, Stab. Aristide Staderini Roma, p.41.




