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Chiosco a Capistrello, la minoranza: “Dubbi sul bando”

Redazione News

Capistrello – I consiglieri di minoranza del Comune di Capistrello, Orazio De Meis, Angelo Stati, Daniele Bisegna e Ernesto Liberati, intervengono sulla procedura per l’affidamento del chiosco in piazza Risorgimento. Di seguito la nota integrale diffusa dai consiglieri:

“La vicenda del chiosco di Piazza Risorgimento ci pone di fronte a un problema politico di metodo oltre che di merito. Nel merito abbiamo detto più volte dell’inutilità dell’opera e dell’inopportunità di dilapidare 150.000€ per un altro bar. Nel metodo siamo davanti ad un’amministrazione che annuncia, approva, riapprova e porta avanti una procedura senza garantire, prima di tutto, la piena regolarità degli atti e la continuità delle responsabilità amministrative. Il dato oggettivo fondamentale è relativo al fatto che la determinazione dirigenziale n. 200, registro generale n. 366 del 20 luglio 2026, sarebbe stata adottata dal responsabile d’area in un periodo nel quale lo stesso risultava collocato in aspettativa, secondo quanto emergerebbe dalle deliberazioni di Giunta comunale n. 52 del 3 luglio 2026 e n. 57 del 27 luglio 2026.

A tale scopo bisogna ricordare che la validità degli atti gestionali è strettamente collegata alla competenza del soggetto che li adotta; approvare un bando spetta esclusivamente al responsabile formalmente investito delle relative funzioni. L’aspettativa comporta la sospensione dell’attività lavorativa e dell’esercizio delle funzioni connesse; pertanto, osservato che chi ha sottoscritto l’atto era in aspettativa alla data della firma, risulta difficile pensare che potesse di adottare atti amministrativi aventi rilevanza esterna. Questa circostanza pone una enorme domanda politica: chi stava effettivamente governando quella procedura? E, soprattutto, chi aveva il dovere di verificare che l’atto fosse adottato dal soggetto realmente abilitato a impegnare l’ente verso l’esterno? Gli organi politici a cui spettano indirizzo e controllo cosa facevano? Se il responsabile formalmente indicato nel provvedimento non era legittimato a esercitare le funzioni dell’ufficio, l’amministrazione avrebbe dovuto verificare e controllare bene, prima di pubblicare il bando e di far partire la procedura.

Questa ovvia necessità di verifica rende politicamente grave ciò che è accaduto. Una procedura pubblica non dovrebbe arrivare al confronto esterno con dubbi così elementari sulla titolarità delle funzioni. L’amministrazione avrebbe dovuto assicurare una catena di responsabilità chiara, controllabile e documentalmente coerente. Un atto estremamente importante è stato firmato durante un periodo di aspettativa, il problema riguarda sì chi ha sottoscritto il provvedimento, ma ancor di più riguarda il sistema di controlli che avrebbe dovuto impedirlo. La vicenda assume poi un ulteriore rilievo se inserita nel contesto già descritto: opere inutili o non adeguatamente programmate, risorse pubbliche impegnate, gare andate deserte e, ora, una procedura che rischia di essere contestata per la possibile illegittimità dell’atto di approvazione. In questo scenario, il chiosco diventa il simbolo di un modo di amministrare fatto di annunci e ripartenze, ma privo di una verifica preventiva seria sulla sostenibilità economica, sulla reale attrattività dell’iniziativa e sulla regolarità degli atti.

Per tutto questo l’amministrazione dovrebbe chiarire pubblicamente questi aspetti. Il punto politico, tuttavia, è se l’Amministrazione Comunale abbia agito con la necessaria attenzione oppure se abbia preferito procedere comunque, in fretta, e con evidente superficialità, presa solo dal desiderio di cancellare dalla memoria il fallimento del precedente bando, andato deserto. Amministrare non è questo, soprattutto quando sono in gioco una gara, l’uso di uno spazio pubblico e il denaro della collettività. Qui non siamo davanti a un semplice incidente di percorso, ma a una vicenda che chiama in causa la responsabilità politica di chi ha voluto l’intervento e di chi avrebbe dovuto vigilare sulla regolarità della procedura. Il tema non è soltanto stabilire se il chiosco potrà essere affidato. Il tema è capire quanto sia costato alla comunità il modo in cui questa vicenda è stata gestita e quanta fiducia pubblica sia stata compromessa.

La buona amministrazione non si misura dal numero di bandi pubblicati, ma dalla capacità di arrivare a una decisione utile, legittima, sostenibile e verificabile. Nel caso di Piazza Risorgimento, prima di parlare di rilancio o di opportunità, occorre spiegare perché si è arrivati a una procedura che presenta ancora dubbi sulla titolarità delle funzioni, sulla coerenza delle date e sulla complessiva programmazione dell’intervento. Più che una storia di sviluppo, rischia di diventare la fotografia di una politica amministrativa che gira intorno ai problemi senza risolverli. E quando gli errori si sommano, i costi non restano negli uffici: ricadono sulla collettività”.

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