La donna, dal contesto femminile a quello sociale



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Gli antichi greci consideravano la donna un essere inferiore, scarsamente intelligente, tranne le rare eccezioni di cortigiane bellissime e geniali. Anch’esse, però, per affermarsi come donne, dovevano assumere un ruolo, quello, appunto di cortigiana. Fu solo con il cristianesimo che la donna ebbe una piena rivalutazione come persona, perché anche il rispetto per la “matrona”, la madre di famiglia, aveva sempre il valore di un tributo da offrire a un ruolo, anziché alla persona. Eppure i primi Padri della Chiesa discutevano ancora se alla donna dovesse essere riconosciuta un’anima oppure no; infatti un filone della letteratura cristiana medievale identificava nella donna, da un lato l’ immagine del demonio, dall’altro per tentare gli uomini e perderli; dall’altro una presenza angelica, inviata per redimere gli stessi: insomma Eva o Maria, tentatrice o salvatrice, mai essere umano, uguale all’uomo e sua naturale compagna.

Nel corso della storia, la donna fu la madre e la moglie, degna di tutto rispetto del marito, a patto che compisse i suoi doveri con zelo, senza chiedere nulla per sé, totalmente sottoposta alla volontà del padre prima, del marito poi. Una tale situazione poteva essere sostenibile in una società di tipo patriarcale. In seguito alla trasformazione economica e sociale, il movimento femminista ha avanzato le proprie rivendicazioni: la donna doveva conquistare una completa parità con l’ uomo e per ottenere tutto ciò, era necessario dimostrare capacità lavorative e imprenditoriali identiche a quelle del maschio. La presa di coscienza della condizione femminile come problema sociale significa evoluzione culturale, lenta ma graduale trasformazione nel costume, nei comportamenti.

A questa evoluzione può concorrere chiunque sia disponibile a un dialogo che superi le vecchie concezioni di inferiorità della donna. La donna nella nostra società, progredita a vari livelli e aperta alla soluzione dei problemi di dimensione sociale, resta tuttora vittima di concezioni arretrate, che la volevano inferiore all’uomo e quindi la sua condizione di vita è sempre e comunque quella di una persona disponibile al sacrificio permanente. Sono forme di violenza. Infatti essa non si esplica in un atto di brutta aggressione, ma ha un ventaglio molto ampio di espressioni e comprende violenze quotidiane nei rapporti interpersonali più o meno da tutte le donne. Eliminare la violenza nei confronti delle donne vuol dire in primo luogo modificare il comportamento dei tribunali, ma anche nella società, in particolare nel nucleo familiare, dove la donna resta sottoposta a una serie di ricatti quotidiani, che sono vere e proprie forme di violenza. (V.L.)



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